Storia del Vescovo Alois Hudal
Il Vescovo Alois Hudal ebbe all'epoca delle simpatie naziste, ma non riuscì mai ad ottenere la fiducia né del regime, né del Vaticano


All’epoca del nazismo vi furono Vescovi che si batterono apertamente contro quell’ideologia come il Vescovo di Münster, Clement August Von Galen, che godeva del pieno appoggio di Pio XII come è dimostrato dal loro scambio epistolare. Vi furono però anche dei prelati che ebbero simpatie filo-naziste come il Vescovo Austriaco Alois Hudal, rettore del Pontificio Istituto Teutonico di Santa Maria dell’Anima, che nel dopoguerra aiuterà a far fuggire alcuni criminali nazisti. La sua storia però è in realtà molto più controversa di quanto si possa pensare.

Come consultore del Sant’Uffizio, il porporato aveva provveduto a mettere nell’Indice dei Libri Proibiti Il Mito del XX secolo, l’opera del filosofo del partito nazista, Alfred Rosenberg, che costituirà uno dei cardini dell’ideologia nazionalsocialista. Tuttavia, il Vescovo vedeva nel regime instaurato da Hitler un sicuro baluardo contro il comunismo e si mise a lavorare attivamente per tentare di «cristianizzare» il nazismo. Il suo punto di vista non era però condiviso dal Papa Pio XI sempre più critico nei confronti del nazismo a causa della vessazione operante contro i Cattolici in Germania e disse ad Hudal, in un’udienza tenuta con quest’ultimo, che «in questo movimento [il nazismo] non si può parlare di spirito. Esso è massiccio materialismo», aggiungendo di non credere alla possibilità di un’intesa con il Reich.

Hudal però continuò a persistere nelle sue convinzioni e nel 1936 pubblicò I fondamenti del nazionalsocialismo. Lo scopo di quest’opera era quello di fare da paciere tra la Chiesa e i nazisti, ma paradossalmente il solo risultato che ottenne fu invece quello di inimicarsi entrambi. Il libro infatti, pur contenendo delle descrizioni riguardanti gli Ebrei che avrebbero sicuramente fatto piacere ai nazisti, conteneva però anche dichiarazioni di condanna del razzismo e affermava che il nazionalsocialismo avrebbe dovuto abbandonare il suo «neopaganesimo» e rinunciare a propagandare una visione del mondo anticristiana. Argomenti che i nazisti non potevano tollerare e per questo motivo misero l’opera di Hudal al bando[1].

I fondamenti del nazionalsocialismo ottenne però una stroncatura anche dal Vaticano al punto che l’«Osservatore Romano» pubblicò un articolo nel quale si specificava che il libro «non è stato ispirato da alcuno e non è stato scritto per incarico ufficiale». Quando il Vescovo offeso per la stroncatura chiese spiegazioni a Pacelli, questi gli rivelò che il Santo Padre aveva persino meditato di mettere il suo scritto nell’Indice (cosa assai imbarazzante dato che Hudal stesso, oltre ad essere un alto prelato, era come detto sopra un consultore del Sant’Uffizio). Pio XI emanerà anche in seguito la sua disapprovazione nei confronti del Vescovo costringendolo, ad esempio, ad annullare un Te Deum che Hudal aveva preparato per festeggiare l’«Anschluss»[2].

Neppure durante il conflitto si fermarono i tentativi di Hudal per trovare un’intesa con il Terzo Reich, ma tutti i suoi sforzi si risolsero in un buco nell’acqua. Il Vaticano diffidava di Hudal al punto che il Segretario di Stato Pontificio giunse a considerarlo persona «non grata» in quanto veniva ritenuto un informatore dei Tedeschi; paradossalmente, però, il «Vescovo Nero» non riuscì mai ad ottenere la fiducia del regime nazista tanto che, nel 1940, il Ministero Nazista per gli Affari della Chiesa Cattolica, si rifiutò di finanziare le attività dell’Istituto di Santa Maria dell’Anima, di cui Hudal era rettore, perché questi veniva considerato «persona non affidabile e pericolosa per il nazionalsocialismo tedesco»[3].

Ad onore del vero, Hudal si adoperò durante la guerra per aiutare anche alcuni Ebrei e altre persone perseguitate dal nazismo. È nota, ad esempio, la sua lettera che inviò al comandate tedesco a Roma, il Generale Rainer Stahel, durante il rastrellamento degli Ebrei Romani scritta molto probabilmente dopo aver incontrato il nipote del Papa, Carlo Pacelli: «Ho appreso or ora da un alto funzionario del Vaticano, vicino al Santo Padre che questa mattina hanno avuto inizio gli arresti degli Ebrei di nazionalità italiana. Nell’interesse delle buone relazioni che sono intercorse tra il Vaticano e l’Alto Comando Militare Tedesco […] la prego di dare ordine di sospensione di tali arresti a Roma e nei dintorni. Altrimenti temo che il Papa sarà costretto a prendere apertamente posizioni contro queste azioni, il che servirà indubbiamente ai nemici della Germania contro noialtri Tedeschi».

Dopo il conflitto, per aiutare i numerosi profughi della guerra, Pio XII autorizzò la costruzione della Pontifica Commissione Assistenza e ad Hudal fu affidata la direzione del comitato austriaco. Il Vescovo si batté però anche per la liberazione e l’assistenza dei prigionieri di guerra tedeschi e mise in piedi una vasta rete per l’emigrazione in America e in Oceania di profughi di lingua tedesca[4]. All’epoca la Chiesa aiutò ad emigrare centinaia di migliaia di profughi e alcuni criminali nazisti approfittarono di questa rete per fuggire all’estero utilizzando la cosiddetta «via dei conventi».

Spesso i sacerdoti erano inconsapevoli della reale identità delle persone che soccorrevano, ma questo non è il caso di Hudal dato che lui stesso scrisse nelle sue memorie: «La guerra intrapresa dagli Alleati contro la Germania non fu motivata da una crociata, bensì dalla rivalità dei complessi economici per cui essi hanno combattuto […] Tutte queste esperienze mi fecero sentire in dovere, dopo il 1945, di dedicare la mia opera caritatevole agli ex-nazionalsocialisti e fascisti, soprattutto ai cosiddetti “criminali di guerra”». Sul fatto che l’attività di Hudal sia stata approvata o meno da Pio XII è una cosa che gli studiosi stanno ancora dibattendo. Un punto che sembra propendere per un’iniziativa personale è il fatto che il Vescovo nutriva una profonda sfiducia verso il Vaticano da lui considerato ormai come «schiavo» del bolscevismo e del capitalismo americano[5].

I Servizi Segreti Americani avevano già intravisto nel 1947 il coinvolgimento del Vescovo nella cosiddetta «via dei topi», ma provvidero ad informare la stampa e a controllare le vie di fuga solo dopo che si resero conto che anche altre potenze come l’Unione Sovietica beneficiavano di tali movimenti. A causa dello scandalo suscitato il Vescovo fu rimosso dal suo incarico di rettore del Collegio Germanico di Santa Maria dell’Anima a Roma nel 1952. Per questa sua rimozione il Vescovo provò un profondo rancore verso Pacelli e vi è chi ipotizza che questi abbia persino contribuito ad aiutare Rolf Hocchut a comporre la sua opera antipacelliana Il Vicario[6].

Hudal si spense nel 1963. Molti hanno spesso utilizzato la figura di Hudal per presentare una Chiesa asservita e ossequiente a Hitler; in realtà, nonostante la simpatia di alcuni singoli prelati verso il Terzo Reich, nazionalsocialismo e Cristianesimo restavano agli antipodi e la storia del «Vescovo Nero» rappresenta paradossalmente una perfetta dimostrazione in questo senso.


Note

1 Confronta George L. Mosse, Il razzismo in Europa. Dalle origini all’Olocausto, Bari 2003, pagina 186.

2 Si veda l’articolo di Robert A. Graham, La questione religiosa nella crisi dell’Asse. Il confronto Orestano-Hudal (1942-1943), «Civiltà Cattolica», 5 marzo 1977.

3 Confronta David Alvarez, Spie in Vaticano, Roma 2003, pagina 232.

4 Sull’attività di Hudal nel dopoguerra si veda Matteo Sanfilippo, Il Vescovo Nero, in The Vatican Files.net 2003.

5 Confronta Andrea Tornielli, Il Vaticano e i nazisti in fuga, «La Stampa», 1° agosto 2012.

6 Confronta Antonio Spinosa, Pio XII, Milano 2004, pagina 377.

(luglio 2016)

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