La collezione egizia al Museo Archeologico di Napoli
Un viaggio nel tempo, nella ricchezza e nella bellezza

Il Museo Archeologico di Napoli stupisce sempre per le preziose testimonianze archeologiche custodite al suo interno, bronzi, mosaici e sculture sono i protagonisti indiscussi delle varie sale; vi parlo dell’antico Egitto che è ritornato a splendere grazie alla riapertura della sezione egizia napoletana. Andiamo a conoscere la terra che fu dominata dai Faraoni, andiamo nell’antico Egitto.


La collezione egizia conservata nel Museo Archeologico di Napoli

La collezione egizia conservata a Napoli è la più antica in Europa ed è seconda, per numero di reperti archeologici conservati, solo a quella di Torino; non preoccupatevi, in Egitto è rimasto qualcosa.

Come ogni collezione che si rispetti, i pezzi sono stati acquistati nel tempo e a pagarli fu principalmente una certa famiglia Borgia, a loro si deve il nucleo più antico della raccolta; la moda di collezionare oggetti esotici è sempre stata presente, anche nella Roma antica, per questo motivo va sempre tenuto bene a mente un dato importante, i pezzi presenti in ogni collezione rispondevano alle mode del momento, in poche parole, si commercializzavano solo oggetti belli, rari, preziosi, le mummie, umane e animali poco importava, meglio conservate e gli oggetti di uso quotidiano, purché ben fatti. La conseguenza più ovvia di tali raccolte è che non sempre si conosce il luogo di provenienza dell’oggetto oppure gli è stata attribuita una funzione diversa da quella che poi gli ultimi studi archeologici gli hanno restituito, un esempio è la cosiddetta «Dama di Napoli» che vi descriverò a breve.

Un’altra conseguenza del collezionismo orientale ed esotico è il falso d’autore, quello che noi Napoletani chiamiamo «o’ pezzotto», suppellettili, statue o parti di mummie realizzate ad arte per arricchire, non sempre in modo truffaldino, le case facoltose o le loro ricche collezioni; l’Oriente ha sempre esercitato un indubbio fascino su di noi. Per mostrare quanta eco il falso ha avuto nel collezionismo, gli è stata dedicata la sala introduttiva al nuovo percorso.

Compresa a grossissime linee l’idea alla base del Collezionismo, andiamo a scoprire come nasce la collezione egizia di Napoli.


La collezione egizia dei Borgia a Napoli e i Borbone

Il nucleo più antico della collezione egizia del MANN (Museo Archeologico Nazionale di Napoli) è legata alla famiglia Borgia, fu infatti il Cardinale Stefano Borgia sul finire del Settecento ad acquistare, grazie al suo lavoro di evangelizzazione nelle terre orientali, la maggior parte dei pezzi, ma alla sua morte nel 1804 il nipote Camillo decise di vendere la collezione a chi sarebbe stato disposto a sborsare una bella cifra. Vagò tra le varie Corti Europee fino ad arrivare alla Corte di Gioacchino Murat, nuovo Re di Napoli, che decise di acquistarla, anno 1814, ma la sua improvvisa morte bloccò tutto. La trattativa fu ripresa nel 1815 grazie a Ferdinando I di Borbone che formalizzò, nonostante tutto, l’acquisto. La collezione Borgia fu aperta al pubblico per la prima volta nel 1821.

Tra il 1827 e il 1828 Giuseppe Picchianti, viaggiatore ottocentesco, vendette al Museo la sua ricca collezione di oggetti; gli stessi Borbone arricchirono la collezione facendo confluire nel Museo i reperti egiziani provenienti dai vari scavi napoletani come la stele del sacerdote Samtowetefnakthe e la statua di Iside rinvenute nel tempio di Iside a Pompei e la statua del dio Serapide di Pozzuoli. Napoli ha sempre avuto un particolare rapporto, grazie al commercio, con l’Egitto tanto da dare un nome a uno dei suoi Sedili, appunto Sedile Nilo.

Dalla prima forma di esposizione incentrata più sull’idea di meravigliare il visitatore, si è passati a una ricollocazione secondo il metodo storico e oggi, dopo il restauro degli ambienti, il materiale è diviso in sei sezioni che illustrano i vari ambiti della civiltà faraonica e il suo rapporto con l’aldilà.


Il meraviglioso mondo dei Faraoni nel MANN

Prima di entrare nel meraviglioso mondo dei Faraoni, è giusto dare un breve quadro storico di ciò che vedremo: saltando a piè pari la fase paleolitica e la nascita dei primi insediamenti nella Valle del Nilo, arriviamo direttamente al 3000 avanti Cristo, periodo durante il quale emerge, tra le varie culture, quella Naquada che formò lo Stato Faraonico basato su una capillare amministrazione del territorio e sull’uso della scrittura, poi questo Stato passò alla conquista di tutto l’Egitto.

La scrittura, le evidenze archeologiche e le testimonianze storiche coeve permettono di ricostruire un mondo così lontano da noi; oggi, partendo dalle varie «dinastie», dividiamo la storia egiziana in fasi di fioritura e di unità politica dette Regni – Antico, Medio, Nuovo – che si alternano a fasi in cui il Paese è diviso dette «Periodi intermedi». Con la conquista dell’Egitto da parte di Alessandro Magno termina l’Epoca Dinastica, la storia dell’Egitto cambia e a governare il Regno per ben tre secoli troviamo i Tolomei, Faraoni di origine macedone e di lingua greca. Tutto «finisce» con Ottaviano che, dopo la vittoria su Antonio e Cleopatra nel 31 avanti Cristo, trasformò l’Egitto in una delle province di Roma.

Tutta la collezione copre un quadro cronologico di circa 3.000 anni, dai primi reperti dell’Antico Regno fino all’età tolemaico-romana, tra questi spicca la più antica testimonianza conservata nel MANN, la cosiddetta «Dama di Napoli», così chiamata perché per molto tempo è stata descritta come una donna inginocchiata ma studi su statue simili hanno dimostrato che essa rappresenta un funzionario maschile della III dinastia dell’Antico Regno, 2700-2640 avanti Cristo, inoltre è un prezioso esempio di scultura arcaica.

Naoforo

Naoforo al Museo Archeologico di Napoli (Italia); fotografia di Annalaura Uccella, 2017

Gli Egizi e il mondo dell’aldilà

Sicuramente ciò che affascina di più di questa collezione è il rapporto che l’antico Egiziano aveva con l’aldilà e l’importanza data a vari soggetti e oggetti considerati indispensabili mediatori tra il mondo terreno e quello ultraterreno; in vita si affidava alle varie divinità e soprattutto al ruolo indiscusso del dio-Faraone, figlio e immagine terrena della divinità e mediatore tra il mondo dei vivi e quello dell’aldilà, mentre, una volta morto, affidava ad altri oggetti tale importantissimo compito. Infatti nel corredo funerario, accanto agli oggetti di uso quotidiano come pettini, unguenti, i vasetti in pietra per il kohol – trucco per gli occhi –, monili, oggetti di mobilio, i poggiatesta e tutto ciò che poteva servire al defunto per una nuova vita ultraterrena, troviamo oggetti realizzati appositamente per mediare con e nell’aldilà. Le stele e le statue erano utilizzate dai vivi per aiutare, attraverso le varie commemorazioni, il proprio caro nel difficile compito d’intercedere con il mondo divino, mentre gli uscebti erano destinati solo al defunto per evitare di lavorare nell’aldilà.

Un esempio di statua funeraria è proprio la cosiddetta «Dama di Napoli», fungeva da Ka o anima del defunto, ossia era un corpo attraverso il quale il defunto poteva manifestarsi sulla terra per ricevere i doni portati dalla famiglia, dai sacerdoti funerari, dai servitori e dai colleghi. Le statue funerarie assolvevano a tale funzione perché gli Egiziani le consideravano immagini viventi della persona scomparsa che, una volta animate mediante appositi riti, potevano agire e vivere come ponte tra il mondo dei vivi e quello divino. Da un punto di vista estetico, le statue si realizzavano con una rigida frontalità, un’espressione fissa e senza emozioni perché ciò che contava era «ritrarre» il defunto secondo il consolidato repertorio di atteggiamenti, abbigliamenti ed emblemi utili per indicare lo status sociale del soggetto e la sua relazione con il Faraone o con la divinità, non era importante il suo volto esatto. Le statue venivano realizzate in pietra, metallo, legno e più raramente in avorio, poi erano deposte nelle tombe o nei templi.

Una funzione particolare era affidata, invece, agli uscebti, «colui che risponde», statuette a forma di mummia che fungevano anche loro da Ka ma destinati a sostituire il defunto nel caso fosse stato chiamato a svolgere lavori gravosi nell’aldilà. Su di essi si incideva o si dipingeva una formula che, se recitata, faceva dare all’uscebto la disponibilità a lavorare al posto del defunto; la credenza ha origine dal timore che la pratica del reclutamento della popolazione per le varie attività, uno dei nodi cardini dell’organizzazione egiziana del lavoro, potesse avvenire anche nell’aldilà. Come lavoratori per l’aldilà, gli uscebti non erano per tutti ma solo per chi non aveva mai lavorato la terra in vita. Iniziano a comparire nel Medio Regno, intorno al 2000 avanti Cristo.

Uscebti

Uscebti al Museo Archeologico di Napoli (Italia); fotografia di Annalaura Uccella, 2017

Ma sicuramente ad affascinare il visitatore in questo percorso museale sono le mummie e tutto ciò che a esse era collegato; amuleti, cartonnange, vasi canopi, tutto serviva sempre per assicurare al caro defunto il migliore passaggio e le migliori condizioni nell’aldilà necessarie per poter poi svolgere meglio il suo nuovo ruolo di mediatore.

Le mummie venivano ultimate con il rivestimento in cartonnange – strati di tessuto di lino o di papiro sovrapposti, pressati, induriti con il gesso e poi decorati – utilizzato per realizzare la maschera funeraria che copriva testa e spalle, il collare, il «grembiule» che copriva le gambe, in ultimo i piedi, tali pezzi erano tenuti insieme da fasce sottili di tela. Dopo la mummia veniva deposta nel sarcofago.

In ultimo vanno menzionati i vasi canopi che servivano per ospitare gli organi interni del defunto, questi erano estratti durante il processo dell’imbalsamazione e mummificati a parte. Si caratterizzano per i coperchi che raffigurano i quattro figli di Horus, associati, a loro volta, a quattro dee protettrici e ai punti cardinali; Amset, si riconosce dalla testa umana, protettore del fegato, protetto dalla dea Iside, punto cardinale Sud; Duamutef, ha la testa di sciacallo, protettore dello stomaco, protetto dalla dea Neir, punto cardinale Est; Hari, ha la testa da babbuino, protettore dei polmoni, protetto dalla dea Neft, punto cardinale Nord; Qebehsenuf, ha la testa di falco, protettore dell’intestino, protetto dalla dea Selchis, punto cardinale Ovest. I quattro vasi canopi erano disposti nella tomba rispettando i quattro punti cardinali.

Per ora concludo questo breve ma intenso viaggio nell’antico Egitto.

Articolo in media partnership con polveredilapislazzuli.blogspot.it
(febbraio 2019)

Tag: Annalaura Uccella, collezione egizia, Museo Archeologico di Napoli, Stefano Borgia, Borboni, falso d’autore, antico Egitto, Dama di Napoli, gli Egizi e il mondo dell’aldilà.