I Vangeli: catechismi od opere storiografiche?
Il dibattito sui Vangeli, mai concluso, e sul loro valore come opere di storiografia

I Vangeli, questi quattro libretti attribuiti a Marco, Matteo, Luca e Giovanni, rimangono tuttora, a venti secoli di distanza, dei testi in parte enigmatici. Nonostante la loro esistenza sia ininfluente ai fini della Fede cristiana (i Cristiani fondano la loro Fede in una Persona, Gesù, non in un libro, sia pure ispirato da Dio), essi pongono all’uomo di oggi, credente o non credente, spunti di riflessione e molte domande. Soprattutto, resta senza una risposta univoca il quesito: qual è il loro valore storiografico? Sono solo opere di catechesi, scritte per l’istruzione dei fedeli, utili tutt’al più per conoscere che cosa si credeva, o che cosa si voleva far credere, nell’ambiente giudaico del I secolo dopo Cristo? O sono cronache fedeli di eventi realmente accaduti, in un tempo preciso, in un luogo preciso, a persone precise? Si tratta di due posizioni antitetiche ed inconciliabili, tra le quali se ne inseriscono molte altre.


Che cosa è «vangelo»: il senso di un vocabolo

Possiamo iniziare il nostro percorso precisando l’esatto contenuto del termine «vangelo». Immediatamente, un tale vocabolo richiama alla nostra mente uno scritto, «il libro del Vangelo». Ma la questione è più complessa. Intanto, occorre ricordare che il termine, dal greco «euanghélion» (un vocabolo antichissimo, usato già da Omero), può essere reso, in modo generico, con «buon annuncio», «buona notizia».

Nella versione greca del Primo Testamento detta dei LXX («Settanta»), il verbo «evangelizzare» compare come traduzione dell’ebraico «bissár». Si nota una duplice serie di testi: da una parte, si parla di «buona notizia» in senso generico, per esempio in occasione della nascita di un figlio, della vittoria sui nemici o della morte dell’avversario (Geremia, 20, 15; Primo Libro di Samuele, 31, 9; Secondo Libro di Samuele, 1, 20; 18, 19.20.31); dall’altra parte, vi è un significato più prettamente religioso, connesso con la liberazione da Babilonia (si legga Isaia, 40, 9-10; 52, 7; 60, 6). L’esempio più celebre è quello di Isaia, 61, 1-2, un passo che Gesù cita nell’omelia tenuta nella sinagoga del suo villaggio, Nazaret: «Lo Spirito del Signore è su di Me […] Egli mi ha mandato ad annunziare il lieto messaggio ai poveri». L’uso del termine nel Nuovo Testamento è mutuato da questo contesto.

In epoca ellenistica, la parola «vangelo» designa l’annuncio di una vittoria, la risposta della divinità mediante oracoli, come pure ogni evento importante relativo all’Imperatore: l’intronizzazione, una sua vittoria, la nascita e l’ingresso nella maggiore età di un figlio, i suoi messaggi o decreti. Un testo significativo è costituito dalla cosiddetta iscrizione di Priene (anno 9 avanti Cristo): il proconsole dell’Asia Minore decide di far coincidere il capodanno con il giorno della nascita dell’Imperatore Augusto (23 settembre) «poiché la provvidenza... a noi e ai nostri discendenti ha fatto dono di un salvatore... Cesare una volta apparso superò le speranze degli antecessori, i buoni annunci di tutti... e il giorno genetliaco del dio fu per il mondo l’inizio dei buoni annunci a lui collegati».

È un tratto caratteristico della tradizione evangelica comune la presentazione di Gesù come messaggero del Regno di Dio attraverso quello che fa e dice: i gesti che compie e le parole che pronuncia sono il compimento della promessa salvifica di Dio. Questo è il motivo della gioia che Gesù annuncia fin dal primo momento della sua missione storica.

Dopo l’evento pasquale (la Passione, la morte e la Risurrezione di Gesù) e attraverso la riflessione sulle Scritture, la comunità cristiana «capì» che l’intervento definitivo di Dio per la salvezza dell’umanità si era verificato nella persona e nella missione di Gesù. Il termine «vangelo», oltre che alla predicazione di Gesù sul Regno di Dio, venne riferito alla Sua opera globale. A partire da Paolo (si legga la Prima Lettera ai Corinzi, 15, 1-8.11) si passa da Gesù «annunziatore» del vangelo a Gesù «annunziato».

Il vangelo su Gesù, nel senso appena precisato, venne dapprima propagato oralmente. Si è abbastanza concordi nel ritenere che si debba ascrivere a Marco il merito di aver redatto il primo Vangelo scritto; è stato Giustino (morto nel 165 circa) che per primo ha applicato il termine «vangelo» alle «Memorie degli Apostoli». Fino al II secolo, nessuno ha utilizzato il plurale Vangeli: la buona notizia è una sola, quella di Gesù; ciò che conta è Lui, non chi narra la Sua vita o la Sua predicazione.


La formazione del Vangelo

Possiamo sintetizzare questo percorso attraverso tre tappe.

La prima tappa riguarda la vita tra gli uomini di Gesù, detto «il Cristo». La comunità prepasquale intorno a Gesù si concretizza come un piccolo gruppo di discepoli raccolti attorno ad un maestro, e immersi nella cultura della memoria e della tradizione (in famiglia, nel culto sinagogale, nella scuola). Vi è una particolare enfasi sulla parola di Gesù: chi ascolta le Sue parole e le mette in pratica, è come un uomo saggio che costruisce la sua casa sulla roccia, con solide fondamenta (confronta il Vangelo secondo Matteo, 7, 24-27).

La seconda tappa riguarda gli Apostoli e la primitiva comunità cristiana. La Risurrezione di Gesù proietta una nuova luce su tutta la Sua vicenda terrena: le Sue parole, i Suoi gesti acquistano una nuova dimensione, vengono ripensate e approfondite come attuazione del progetto salvifico di Dio contenuto nelle promesse profetiche delle Scritture. La comunità cristiana avverte come compito primario quello della «predicazione» del Cristo morto e risorto. Sono tre le funzioni privilegiate mediante le quali la comunità si esprime: la funzione liturgica, l’attività catechetica e la missionarietà – si fa memoria di Gesù, lo si rende presente, si istruiscono i credenti nella Fede e si fanno nuovi proseliti. Il rapporto tra la seconda tappa (la vita delle comunità) e la prima (la vita di Gesù) si gioca secondo tre caratteristiche: si tratta di una tradizione viva (ne sono testimonianza i necessari adattamenti di carattere linguistico, sociale, culturale, ecclesiale); è fedele (si veda il classico «vocabolario di fedeltà» ricevere-trasmettere che segnala uno stile diffuso: Prima Lettera ai Corinzi, 11, 23; 15, 3); è controllata dalla comunità apostolica stessa (citiamo l’esempio di Paolo: Lettera ai Galati, 2, 1-10).

A questo punto, abbiamo tre grandi raccolte (probabilmente scritte) che precedono la fase redazionale dei Vangeli: il racconto della Passione-Risurrezione di Gesù; i «detti del Signore» (per esempio, la raccolta che sfocerà nel discorso missionario o escatologico); la raccolta dei fatti (per esempio, il cosiddetto libretto dei miracoli nel Vangelo secondo Marco, 4, 35-5, 43).

La terza tappa vede protagonisti gli Evangelisti (o «Autori Sacri»). Possiamo offrirne uno schema rifacendoci al testo della costituzione dogmatica Dei Verbum 19 (18 novembre 1965), con un breve commento esplicativo.

«Gli Autori Sacri misero per iscritto i quattro Vangeli...»: gli Evangelisti sono Autori nel senso pieno, moderno, del termine. Creano un’opera letteraria originale e non sono semplicemente i raccoglitori di tradizioni o materiale già esistente. Su questa qualità si basano, in particolare, i moderni metodi narrativi.

«...scegliendo alcune cose tra le molte tramandate a voce o già messe per iscritto...»: sia Giovanni (Vangelo secondo Giovanni, 20, 30-31; 21, 25) sia Luca (Vangelo secondo Luca, 1, 1-4) lasciano intendere di essersi basati su diverse fonti e di non avere la pretesa di dire tutto, ma aiutano i credenti a cogliere fino in fondo la ricchezza del disegno di Dio. Il primo Vangelo ad essere steso fu quello attribuito a Marco, scritto forse già negli anni 44-46 (Gesù era morto nel 30!). Matteo per scrivere il «suo» Vangelo avrebbe attinto a fonti sue proprie, a Marco ed alla cosiddetta fonte Q che raccoglieva i «detti di Gesù». Luca avrebbe aggiunto a Marco ed alla fonte Q del materiale proprio. Giovanni avrebbe utilizzato materiale indipendente.

«...di altre raccogliendo una sintesi...»: è il caso del discorso della montagna (Vangelo secondo Matteo, 5-7) oppure dei cosiddetti «sommari» sparsi nei Vangeli (per esempio, Vangelo secondo Matteo, 4, 23-25).

«...o spiegandole tenendo presente la situazione delle Chiese...»: è il caso, ad esempio, della parabola della pecora smarrita, presente sia nel Vangelo secondo Matteo (18, 12-14) sia nel Vangelo secondo Luca (15, 4-7) con funzioni diverse in base alle diverse comunità. Lo stesso si può dire per l’accentuazione di alcuni temi, come il tema della ricchezza nel Vangelo secondo Luca o il tema del perdono nel Vangelo secondo Matteo.

«...conservando infine il carattere di predicazione, sempre però in modo tale da riferirci su Gesù cose vere e autentiche»: l’obiettivo degli Evangelisti non è principalmente di fornirci informazioni storiche o compilazioni esaurienti, ma di offrire alla Chiesa la base della fede e della vita cristiana.

Val la pena di ricordare che ai tempi di Gesù lo scrivere era di uso quotidiano. Tutti i ragazzi maschi di Palestina, nelle città e nei villaggi più importanti, imparavano nelle scuole rabbiniche a leggere l’ebraico, a scrivere l’aramaico e il greco «koiné» («comune»), che era la lingua dei traffici, degli affari e della burocrazia. Cafarnao era importante, un centro grandissimo del pesce, molto ricercato anche fuori Palestina, perché d’acqua dolce (è stata scoperta una banchina di porto lunga quasi un chilometro). Pietro e Andrea, Giacomo e Giovanni, che erano proprio di Cafarnao e figli di pescatori di un certo rango con dipendenti, dovevano aver imparato le tre lingue. Di più, si è scoperto che in Palestina erano in uso già allora addirittura due sistemi «tachigrafici» (stenografici), e il daziere Levi-Matteo difficilmente avrebbe potuto non conoscerne uno e praticarlo. E non servirsene mentre sentiva Gesù dire, magari ripetere (come facevano i rabbi) cose sublimi come ad esempio le Beatitudini da lui raccolte nel «Discorso della Montagna». Come avrebbero potuto gli Apostoli non appuntarsi detti, discorsi, eventi di Gesù man mano che avvenivano, o a distanza di poco tempo? E conservarne religiosamente il contenuto, anche quando non lo capivano appieno? Le discordanze che i Vangeli presentano in alcuni particolari degli eventi o dei detti, possono essere imputate ad errori di memoria degli Evangelisti o di alcuni loro testimoni: eppure sono state mantenute, perché testimonianza comunque preziosa su Gesù!


La natura dei Vangeli: letteratura, teologia e storia

Una cosa che appare subito ovvia è che i Vangeli sono testi narrativi che presentano la vita di Gesù e il Suo insegnamento. In latino, la parola «textum» significa «tessuto»: il testo è un tessuto; la similitudine è molto interessante: leggere un testo narrativo significa scoprire il filo o, meglio, i fili che costituiscono il testo e seguirne gli intrecci. È chiaro che la trama si coglie soltanto quando si legge un Vangelo dall’inizio alla fine come opera unitaria.

Questo suscita una domanda intrigante: se il bibliotecario della grande biblioteca di Alessandria d’Egitto avesse cercato una collocazione conveniente ai nostri Vangeli, dove li avrebbe messi?

Si conoscono vari tentativi di classificazione attraverso il confronto con i generi letterari esistenti all’epoca. Proviamo a fornire una breve rassegna procedendo in ordine di probabilità dalla minore alla maggiore:

1) romanzo, un genere appartenente alla letteratura di intrattenimento molto in voga in quest’epoca;

2) aretalogia, proclamazione ed esaltazione celebrativa delle potenze benefiche della divinità (per esempio aretalogia di Asclepio, dio guaritore);

3) mito: è la categoria impiegata da David Friedrich Strauss (1835) per qualificare la presentazione evangelica. I primi Cristiani avrebbero drammatizzato in Gesù le proprie idee e credenze in forma di episodi e scene varie. La posizione, al pari delle due precedenti, è insostenibile, perché non si tiene conto del valore storico delle fonti;

4) midrash: si tratta di un’interpretazione attualizzante della Bibbia in funzione liturgica (questa definizione varrebbe soprattutto per il Vangelo secondo Matteo). Tuttavia a nessuno sfugge come al centro del midrash giudaico stia la Torah (la «Legge»), al centro del Vangelo Gesù Cristo;

5) «detti dei maestri», sentenze di carattere etico-sapienziale dei principali rabbini. Si trascura la narrazione dei fatti;

6) martirio dei giusti o dei profeti, attestato sia nel Secondo Libro dei Maccabei, 7, sia in vari apocrifi (per esempio, martirio di Isaia). È un parallelo troppo parziale;

7) biografia in senso ellenistico. Il «bíos» si distingueva nettamente dal genere storico sia per la tendenza all’amplificazione encomiastica, sia per la selezione delle imprese dell’eroe. Un settore nutrito della critica oggi tende a collocare i Vangeli in questo genere.

Tuttavia, ci pare che i Vangeli sfuggano – a motivo dell’unicità del loro «Personaggio» principale – ad una classificazione univoca: si tratta di un genere letterario del tutto singolare; sono diversi gli aspetti da tenere insieme contemporaneamente. Pur avendo qualche contatto con il genere diffuso delle biografie greco-romane (pensiamo alle Vite parallele di Plutarco o al De viris illustribus di Svetonio), si rivelano come un modello letterario unico in cui storia e messaggio si fondono in un impasto omogeneo: Gesù di Nazaret è il Figlio di Dio, le Sue azioni storiche inaugurano un Regno trascendente, le Sue parole vengono considerate divine, la rivelazione perfetta della volontà di Dio. Segalla descrive i nostri testi come «un genere storico-kerygmatico nel senso che raccontano una storia non come appartenesse solo al passato ma una storia che parla al presente ed invita il lettore e l’uditore attuale ad inserirvisi mediante la Fede» (G. Segalla, Panorama letterario del Nuovo Testamento, Queriniana, Brescia, 1986, pagine 48-49).

In modo sintetico, si può affermare che i Vangeli sono opere che nascono dalla Fede, professano la Fede, sono scritti per la Fede degli ascoltatori. Riportiamo un’appropriata riflessione di Lambiasi: «Il contenuto dei Vangeli si inquadra nella categoria della testimonianza: professione di Fede in Gesù come unico Signore e Salvatore. Quindi non un racconto neutro, informazione distaccata ma domanda che richiede una risposta di fede, appello alla scelta decisiva. Come risulta anche dalla loro destinazione: non soddisfare la curiosità dei lettori ma coinvolgerli nell’accoglienza della Parola di salvezza» (F. Lambiasi, Gesù di Nazaret, una verifica storica, Piemme, Casale Monferrato, 1983, pagine 32-33).

All’interno di una visione di Fede, si comprende anche la difesa, da parte della Chiesa, di una pluralità di Vangeli (i cosiddetti Vangeli «canonici») come segno della mai sufficientemente esplorata ricchezza del mistero di Cristo e della legittima diversità delle Chiese. Ogni Vangelo permette di cogliere la buona notizia di Gesù secondo una sfumatura diversa, perché diversi sono i tratti di chi scrive, gli interrogativi dei destinatari, il contesto: il messaggio della salvezza va sempre incontro ad una realtà concreta, incarnandosi nella storia viva dell’uomo – così, Matteo mette in rilievo il forte legame del Maestro col Primo Testamento, Marco sottolinea il dono totale che Cristo fa di sé morendo sulla croce, Luca enfatizza le dimensioni universali della salvezza mettendo l’accento su un Dio alla ricerca dell’uomo, Giovanni immerge la sua comunità nelle profondità del Verbo fatto carne, unica via, verità e vita del mondo.

La Chiesa, nel corso del II secolo, decise di mettere ordine nella selva degli scritti che si era fino allora creata scegliendone alcuni e rifiutandone altri secondo il criterio dell’apostolicità: erano da ritenersi «canonici» tutti quei testi che risalivano agli Apostoli o al loro insegnamento (niente a che vedere, quindi, con un presunto «ordine politico» emanato dall’Imperatore Costantino nella stesura dei Vangeli: a quel tempo Costantino non era ancora nato!). Ci si oppose anche ai tentativi sia di scegliere un solo Vangelo sia di realizzare la stesura di un unico Vangelo che fosse la sintesi di tutti. La prima di queste possibilità fu messa in pratica da Marcione (85-160) che accettava solo una versione ridotta del Vangelo secondo Luca; la seconda si espresse attraverso il Diatéssaron dello scrittore greco Taziano, composto circa nel 160. Il Diatéssaron è un’armonizzazione dei Vangeli, che dispone testi presi dai quattro canonici in un’unica storia continuata: lavoro minuto e prezioso il suo, dietro al quale, però, si annida il pericolo di perdere la ricchezza custodita nella diversità dei quattro volti del lieto annuncio.

Inoltre, la Chiesa non accolse neppure tutta quella serie di «apocrifi» che sconfinavano nel fantasioso: la parola «apocrifo» significa «nascosto» e nel nostro caso designa alcuni testi che imitano i Vangeli, ma che non fanno parte della Bibbia perché considerati posteriori al I secolo o semplicemente appartenenti a gruppi ereticali; racconti fantastici e leggendari, specialmente sugli anni dell’infanzia di Gesù (quasi ignorata dai Vangeli canonici) hanno influenzato la devozione popolare e l’arte sacra. Dagli apocrifi sappiamo i nomi dei genitori di Maria, cioè Gioacchino ed Anna, la sua (improbabile) presentazione al Tempio, il fidanzamento tra Maria e Giuseppe, i fatti relativi alla Risurrezione di Gesù...

La questione del valore storico dei Vangeli è una questione complessa e delicata. La storia, infatti, entra come una parte essenziale nell’esperienza cristiana (pena la riduzione della stessa a dottrina o ideologia).

In questa sede, ci limitiamo a rammentare i due possibili percorsi da intraprendere per documentare la sostanziale storicità del dato evangelico: la «critica interna», che analizza il materiale evangelico sottoponendolo al vaglio dei noti criteri della discontinuità, molteplice attestazione (i Vangeli vengono da fonti molteplici ed indipendenti, eppure concordano), conformità all’ambiente palestinese, spiegazione sufficiente, eccetera; la «critica esterna», che esamina le garanzie di attendibilità (conoscenza dei fatti e veracità nel riferirli) offerte dai trasmettitori. Esamineremo in dettaglio due criteri.

Il «criterio di discontinuità» afferma che sono da ritenersi storicamente autentici i dati evangelici non riconducibili alle concezioni del giudaismo e a quelle posteriori della Chiesa. Un esempio è quello dell’uso di «abba’», in aramaico un vezzeggiativo affine al nostro «papà», «babbo». È un uso sconcertante: non solo Gesù si rivolge a Dio chiamandolo «abba’», ma autorizza peccatori e pubblicani a fare altrettanto! Un altro esempio: Gesù passa sul litorale del lago di Tiberiade, vede alcuni pescatori e dice loro: «Venite, vi farò pescatori di uomini» (Vangelo secondo Marco, 1, 17). È un totale capovolgimento della prassi del tempo, secondo la quale i maestri ebrei si mettevano sulle piazze o ai crocevia e predicavano, lasciando liberi gli ascoltatori di decidere se seguirli o meno. Gesù supera il rigore dei costumi socio-religiosi del tempo dimostrando libertà nei confronti delle leggi rituali di purità allora praticate, circondandosi di donne dalla vita non sempre ineccepibile, da esattori di tasse, da peccatori di ogni risma, da emarginati: in Lui manca la regolamentazione globale della vita personale e comunitaria che si trova nel giudaismo.

La «discontinuità» si manifesta anche nel rapporto con la Cristianità posteriore. Gesù viene da Nazaret (località dalla quale si diceva che non potesse venire nulla di buono), è sottoposto all’esperienza umiliante delle tentazioni, quasi in balia di Satana, viene ucciso con la morte più ingloriosa, il «supplizio degli schiavi» (secondo la definizione della crocifissione coniata da Tacito). Gli Apostoli, le «colonne» della Chiesa, sono presentati nei Vangeli come ottusi, esitanti, codardi e persino traditori. Ci sono innumerevoli episodi e detti di Gesù che, se non fossero avvenuti realmente, non si capisce perché sarebbero stati inseriti nelle Scritture. Come ad esempio la scena del battesimo al Giordano, in cui Gesù appare in mezzo ai peccatori per partecipare ad un rito per la remissione dei peccati e in subordine a Giovanni Battista: che senso avrebbe avuto, per i Cristiani, «inventarla», proprio negli anni in cui cominciavano a polemizzare con alcune sette battiste che consideravano Giovanni come il vero Messia?

Il «criterio di continuità», invece, afferma che è da considerare autentico un gesto o un detto di Gesù che sia in stretta conformità non solo con l’epoca o l’ambiente linguistico, geografico, politico, sociale o culturale dello stesso Gesù, ma sia pure intimamente coerente con il Suo insegnamento e con la Sua immagine generale. Ebbene, l’ambiente sociale (lavoro, abitazioni, professioni, strati della società), religioso (le rivalità teologiche tra Farisei e Sadducei, le tensioni messianiche, il ritualismo, la demonologia...), geografico (le regioni palestinesi, le città e le relative conferme archeologiche), linguistico (il substrato aramaizzante di certe pagine, i cosiddetti procedimenti mnemonici) è ben rappresentato dai Vangeli, senza anacronismi eccessivi o sospetti. Ha osservato uno studioso canadese, René Latourelle, che «non si saprebbe inventare coi vari pezzi presenti nei Vangeli un insieme di dati così complessi coordinandoli nei particolari in un tessuto a maglie molto fitte. La ragione d’essere di questa fedeltà è nella realtà stessa che la produce».

È da negare anche che i testi neotestamentari siano stati «sistemati» da una o più persone dopo essere stati scritti: appena stesi, per lo più da persone ubicate in luoghi e tempi diversi e lontani, essi venivano subito o ben presto moltiplicati su copie numerose, e diffusi in molte terre circummediterranee (comunità cristiane già formate o in formazione o anche singoli: ad uso liturgico per lo più). Sono più di 5.000 i codici giunti fino a noi: testi antichi, parziali e frammentari la più parte, del Nuovo Testamento, risalenti ai primi cinque secoli dell’Era Cristiana; sono tutti, punto per punto, lettera per lettera (alfabetica) identici, a parte pochissimi attendibili errori di copiatura. Impossibile pensare ad una qualche manipolazione fatta dalla Chiesa o dall’Imperatore Costantino, come pretenderebbero alcuni: se l’avessero fatta, avrebbero eliminato le varie discordanze evangeliche nei particolari degli eventi o dei detti. È inverosimile pensare che tutti questi testi siano stati inventati di sana pianta: è logico presumere che raccontino fatti e parole reali, trasmesse fedelmente per via orale e scritta.

(aprile 2015)

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