Gli storici e la Chiesa degli inizi
La ricerca storica sulla Chiesa primitiva, tra documenti e riscontri storici

Lo studio della vita della Chiesa nei primi secoli ha costituito un argomento che ha coinvolto l’interesse di più storici. Specie in epoca moderna, e nei decenni successivi, si è cercato di approfondire una serie di aspetti con l’intento di raggiungere diverse finalità. Con riferimento alla Terra Santa si riportano qui di seguito alcuni esempi.

1) In ambito cattolico, il contributo offerto dai francescani della Custodia Terræ Sanctæ è stato (e continua a rimanere) significativo. Basti pensare alle ricerche effettuate a Betlemme, Nazareth, Gerusalemme (Getsemani, Dominus Flevit, Santo Sepolcro, Ascensione), Cafarnao, Ain Karem, El-Qubeibeh/Emmaus, Herodion, Kafr Kanna, Macheronte, Magdala, Nebo (Siyagha, Mukhayyet), Tabgha, Tabor, «et alii».[1]

2) A questo apporto si aggiunge quello di altri archeologi cattolici che hanno lavorato a Gerusalemme, Nazareth, fino ad arrivare ai lavori diretti a Hierapolis dal Professor Francesco D’Andria, e a Cesarea Marittima dal Professor Antonio Frova.

3) Esiste pure un debito di gratitudine verso personalità ebraiche che hanno offerto contributi con riferimento a passi del Talmud, e a scavi archeologici in siti importanti: piscina di Siloe (o Siloam) a Gerusalemme, Cana di Galilea, Herodion, «et alii»

4) e verso ricercatori anche palestinesi (sito archeologico di Khirbet El Tireh, a due chilometri da Ramallah, luogo di sepoltura del primo martire cristiano: Stefano).

5) Tutto questo non deve far dimenticare anche l’opera di ricerca svolta da molti altri esperti. L’Inglese Kathleen Kenyon, ad esempio, condusse nel 1963 degli scavi nella zona del Muristan, a Sud della basilica del Santo Sepolcro. Fu lei a dimostrare che la collinetta del Golgota era effettivamente all’esterno delle mura di Gerusalemme (confermando in tal modo Ebrei 13, 12: «Egli patì fuori dalle mura della città»). E nel 1991 due studiosi greci, George Lavas e Saki Mitropoulos ritrovarono nell’area del Golgota un anello all’interno del quale era inserita in epoca antica una croce per le condanne a morte.

6) Non sono comunque mancati, in più periodi, autori che hanno preferito inoltrarsi lungo confronti segnati da una certa «vis polemica». Sul piano archeologico, si ricorda ad esempio la vicenda dell’ossario del I secolo dopo Cristo. Sul reperto venne individuata una scritta in aramaico: «Giacomo, figlio di Giuseppe, fratello di Gesù». La frase suggerì ad alcuni delle conclusioni riguardanti la composizione della Sacra Famiglia. In seguito, studi approfonditi hanno ridimensionato le tesi sostenute.[2] Già in precedenza, comunque, la cronaca aveva registrato polemiche. Alcuni sostennero, ad esempio, che la narrazione dell’episodio evangelico di Emmaus conteneva un’indicazione sbagliata («erano in cammino per un villaggio distante circa sette miglia da Gerusalemme, di nome Emmaus», Luca 24, 13).[3] Altri, ritennero erronea l’indicazione di Giovanni riguardante i cinque portici posizionati a Gerusalemme presso una piscina chiamata in ebraico Betzaetà (Giovanni 5, 1-18).[4] Anche in questi casi, l’archeologia ha fornito i riscontri necessari.

Nel contesto delineato, chi scrive ha cercato di offrire ai propri studenti, ai diversi uditori e agli appassionati di storia, un apporto di tipo specialistico-divulgativo. Si tratta di una collana formata da cinque libri, pubblicati a Roma dall’Editrice Albatros. Può essere utile, in via preliminare, ricordare i titoli:

Gesù di Nazareth è esistito? La ricerca. Le fonti non cristiane. I riscontri.

Tuo padre ed io ti cercavamo… La Sacra Famiglia di Nazareth. Tre vocazioni. Tre sì a Dio.

Per la fede. Per i fratelli. Elementi significativi della storia della Chiesa di Roma dal I al IV secolo.

Testimoni? La presenza degli Apostoli Pietro e Paolo a Roma. Le prove storiche. L’insegnamento. I drammi.

Nell’ora della prova. La testimonianza dei martiri cristiani a Roma dal I al IV secolo.[5]

Dopo la «Frankfurter Buchmesse»[6] del 2016, mi è stato rivolto l’invito a cercare di riassumere in uno scritto i principali dati racchiusi nei testi succitati.


«Gesù di Nazareth è esistito?»

Già nei primi secoli dopo Cristo la figura di Gesù trovò delle forti opposizioni. Per gli Ebrei più ortodossi, la sua persona era vista come quella di un impostore («falso messia»). Un giudizio appesantito dall’accusa di blasfemìa («Figlio di Dio»). Ciò spiega due conseguenze: o se ne parlava male (sono stati ritrovati scritti rabbinici ostili)[7], o si manteneva il silenzio più tombale.[8] A questo gruppo di contemporanei, si aggiunse pure un nucleo di soggetti che contestò in modo animoso aspetti-chiave della «Buona Novella»:

- la «Passio Christi» (si diceva: «Un Dio non può soffrire, non può essere inchiodato a una croce, non può morire»),[9]

- e la Sua Risurrezione (la tesi era: il corpo era scomparso perché trafugato di notte dai discepoli).[10]

In tempi successivi (a noi più vicini) si è voluto contestare anche l’esistenza storica di Gesù. Si è quindi parlato di un mito.[11] Di una favola.[12] Altri autori hanno poi messo in discussione più dati evangelici. Ad esempio, è stato scritto che Gesù non poteva essere definito «Nazareno» perché nel I secolo Nazareth «non esisteva».


I riscontri

Una serie di scavi condotti a Nazareth in più periodi, ha fatto riemergere ciò che rimane di un modesto villaggio agricolo.[13] Gli archeologi sono riusciti a riportare alla luce resti di abitazioni, con forni, canali e cisterne per l’acqua, vasche per il bagno, silos e depositi per lo stoccaggio dei prodotti agricoli, anelli per legare gli animali e pressoi per il vino e l’olio, insieme a molto materiale di uso comune, come vetri, pentole, bicchieri e vasi di ceramica che indicano il periodo in cui l’area era abitata, cioè tra il I e il II secolo. Nel 2009, l’archeologa israeliana Yardenna Alexandre (Israel Antiquities Authority) ha scoperto una casa risalente proprio al I secolo dopo Cristo. Vari biblisti (tra questi Carlo Maria Martini, Gianfranco Ravasi, Romano Penna «et alii») e lo stesso Benedetto XVI (Joseph Ratzinger) hanno poi dimostrato che i testi evangelici non sono stati scritti per trasmettere delle opere storiche, ma per comunicare un «kèrigma» (annuncio di Cristo incarnato, morto e risorto).

Tiberiade e i suoi dintorni

Dintorni di Tiberiade al tempo di Gesù. A sinistra, in basso, s’individua Nazareth

Esistono ancora, oltre a scritti cristiani, anche documenti che in modo diretto o indiretto, fanno riferimento alla storicità di Gesù. Si tratta di testi di Giuseppe Flavio[14], Tacito, Plinio il Giovane, Svetonio, Luciano di Samosata, Marco Aurelio, Minucio Felice, Celso, e di un passo tratto dal Talmud babilonese.[15]

Non è debole, poi, il fatto, che i più recenti studi sulle datazioni di importanti scritti cristiani (Vangeli, Atti degli Apostoli, Lettere apostoliche) abbiano confermato una vicinanza temporale ai fatti collegati alla vicenda di Gesù di Nazareth.[16] Ciò acquista rilevanza, considerando anche il fatto che nel 1835 il fondatore della Scuola di Tubinga, Chrétie Baur (1792-1860) sollevò ad esempio una criticità, sostenendo l’idea che le epistole di Paolo a Tito e a Timoteo costituivano dei falsi.

Aggiungasi, infine, che diverse indicazioni fornite dagli Evangelisti hanno avuto riscontro da scavi archeologici. Si pensi, ad esempio, all’iscrizione che menziona Ponzio Pilato; al ritrovamento del sepolcro di Caifa; «et alii». Unitamente a ciò, il ritrovamento a Nazareth della più antica attestazione epigrafica di culto mariano (grazie a Padre Bellarmino Bagatti ofm), ha dimostrato l’esistere di una radicata devozione in epoca antica: «XE MAPYA» («KAIRE MARIA») = «Ave Maria».


«Tuo padre ed io ti cercavamo…»

Nell’attuale periodo, la questione del «Cristo storico» non sembra essere ricorrente. Riaffiora invece in talune ore un interrogativo. Riguarda la «Famiglia di Gesù».[17] In pratica si dice: se le tre Persone presenti a Nazareth costituiscono una «sacra» famiglia, come può un nucleo così speciale diventare esempio per le famiglie odierne (condizionate da limiti)? E si argomenta indicando alcuni dati: Cristo è vero Dio e vero Uomo; Maria riceve dei doni particolarissimi da Dio; e Giuseppe, padre «legale», può contare – nell’ora della prova – sul sostegno di un angelo.

Evidentemente, davanti a tale quesito si snoda un percorso teologico e un itinerario storico. La prima strada riconduce al Mistero dell’Incarnazione e all’Evento pasquale (Passione, Morte e Risurrezione del Figlio di Dio). La seconda via, è collaterale ma non marginale. Conserva infatti un significato non debole. Sono proprio i dati storici a favorire una migliore comprensione di taluni temi-chiave: la «normalità» di Nazareth, la «crescita» di Cristo, i «vissuti» di Giuseppe e di Maria.


Il confronto tra storici

Anche sul piano storico non sono mancati comunque dei confronti tra studiosi. Mentre alcuni autori hanno cercato di dimostrare l’attendibilità dei dati evangelici[18], altri si sono dimostrati più critici. In particolare, hanno manifestato riserve, perplessità, sul «silenzio» degli Evangelisti riguardo all’infanzia di Gesù.

1) Per qualche scrittore non è accaduto niente di particolare. La tesi, però, non tiene conto di alcuni dati forniti da Matteo e da Luca[19], e anche di vicende motivate dal teso rapporto tra Romani ed Ebrei (la ribellione anti-romana di Sepphoris dopo la morte di Erode il Grande[20]; e le rivolte legate al censimento del 6 dopo Cristo organizzato da Sulpicio Quirinio e Coponio).

2) Per altri ricercatori si sono invece verificati dei fatti sui quali si è voluto tacere. Questa tesi ha inteso avvolgere nel mistero i fatti dell’infanzia, pur esprimendo delle ipotesi.[21]

3) Non è mancato, poi, chi ha scelto di scrivere nuovi testi per raccontare fatti collegati alla crescita umana del Messia (utilizzando «creatività»).[22] Si colloca qui, ad esempio, il Vangelo dell’infanzia di Tommaso, chiamato anche Vangelo dello pseudo-Tommaso. È uno dei Vangeli apocrifi, scritto in greco e databile alla seconda metà del II secolo. Non va confuso con il Vangelo di Tommaso (chiamato anche «Quinto Vangelo» o «Vangelo di Didimo[23] Tommaso»), opera anch’essa apocrifa.

4) Infine, c’è anche chi (Nicolas Notovich) ha divulgato opere che trattano di una presenza itinerante di Gesù in terre lontane.[24]


Il vissuto quotidiano

Tra le diverse posizioni che si possono prendere in considerazione, si ritrovano tesi caratterizzate da un criterio maggiormente legato al concetto di «divinità». Secondo l’affermazione-chiave il Figlio di Dio rimaneva una Persona «straordinaria». Nella sua vita terrena, già possedeva tutto lo scibile umano. Non aveva necessità di imparare da maestri. La natura divina gli consentiva di controllare tutto. Di modificare ogni evento a suo favore. Tale linea, però, si scostava dalla «logica» dell’Incarnazione («Et Verbum caro factum est»; Giovanni 1, 14). La vita della famiglia di Gesù fu infatti segnata da una continua partecipazione a quanto accadeva in quel tempo. Matteo (Matteo 2, 22), Luca (Luca 2, 1) e Marco (Marco 6, 3), ad esempio, ne fanno riferimento in modo discreto. E lo stesso Giovanni, nel prologo del suo Vangelo sottolinea: «e venne ad abitare in mezzo a noi» (Giovanni 1, 14).

In tale contesto, si trova quindi una normalità che si traduce in situazioni molto concrete: nello stare con gli altri (esempio, pellegrinaggi in carovana), nel seguire i dettami della Legge (esempio, circoncisione; Luca 2, 21), nel partecipare agli incontri in sinagoga (Luca 4, 16), nel celebrare le feste ebraiche (esempio, Pasqua, dall’ebraico Pesach, «passaggio»), nell’affrontare i problemi di ogni giorno (inclusi quelli lavorativi). In tal senso, sembra debole la tesi di chi afferma che alla Sacra Famiglia fu riservata in terra una vita «beata». Speciale. Completamente «diversa» da quella di altri nuclei. Priva di preoccupazioni e di incognite.[25]


Yosef di Nazareth, «téktón» (carpentiere)

1) Nella sua vita terrena, Giuseppe (Yosef) non fu immune da dubbi, incertezze, esitazioni, responsabilità, problemi contingenti. Dovette affrontare situazioni diverse. Ad esempio: superare l’ora del ripudio (gravidanza «inaspettata» di Maria) dopo il fidanzamento[26], proteggere la sposa prossima al parto (per raggiungere Betlemme erano stati percorsi 130 chilometri), gestire una fuga da pericoli sovrastanti, condurre la famiglia in pellegrinaggio a Gerusalemme, portare avanti un impegno lavorativo che, considerate le modeste dimensioni di Nazareth, dovette estendersi ai luoghi del circondario (esempio, Sepphoris, distante sei chilometri[27], o Cafarnao). Dai Vangeli di Matteo e Marco è noto che Giuseppe esercitò il lavoro di «téktón». I Padri latini della Chiesa tradussero questo termine con la parola «falegname». Forse, si dimenticò che nella Palestina del I secolo il legno non era impiegato solo per fabbricare aratri e mobili. Lo si utilizzava, infatti, anche per costruire case.[28] In tal senso, il padre legale di Gesù fu più esattamente un carpentiere.

L’ultima prova dolorosa per Giuseppe riguardò l’ora della morte. Era stato per dei decenni il «Redemptoris custos», eppure – chiudendo gli occhi su questa terra – non poté più svolgere una funzione di sostegno ai suoi.[29] D’altra parte, Simeone – «uomo giusto e timorato di Dio» – aveva predetto che solo l’anima di Maria sarebbe stata trafitta da una spada (Luca 2, 25-35). Su Giuseppe fece silenzio.


Myrhiàm di Nazareth

2) Anche Maria, nell’esodo terreno, fu chiamata ad affrontare molteplici vicende. Pur incinta, dimostra – nell’episodio della Visitazione (Luca 1, 39-56) – di essere una donna risoluta. Si allontana (sola o con altre donne?) in modo rapido («in fretta») dalla propria abitazione. E raggiunge quella di una parente vicina al parto.[30] Per lo storico, l’episodio è importante. Conferma l’esistenza di una forte solidarietà femminile che si collocava in una più estesa dinamica di clan. Quando qualcuno si trovava in difficoltà, era il proprio clan ad aiutarlo.[31] Per l’assistenza alle gravidanze e ai parti ci si affidava al sostegno delle donne. Ciò implicava un impegno di prossimità non breve (Maria resterà con la parente non giorni ma mesi). Si sapeva, infatti, che potevano sorgere complicazioni. Ed era anche noto il fatto che ogni parto rimaneva un evento comunque a rischio (specie se la primipara non era giovane, come nel caso di Elisabetta).[32] Alla parente che assisteva toccavano più compiti: aiutare a cucinare, lavare, attingere acqua, sostenere eventuali lavori agricoli, accudire animali, «et alii».

Da tale episodio si ricava un ulteriore dato. Si nota in Maria l’abitudine a interagire con i suoi contemporanei. Iniziando dai più vicini (Nazareth). Altri fatti, poi, sono indicatori di situazioni che in tempo ravvicinato (fuga da Erode, pellegrinaggio a Gerusalemme) e in anni successivi (critiche di parenti al Figlio, sostegno a Gesù e ai suoi discepoli, Passione e Morte di Cristo) segneranno il vissuto di questa Donna. Inoltre, l’episodio dell’affidamento di Maria all’Apostolo Giovanni (Giovanni 19, 27) conferma l’inesistenza di altri figli o figlie della Madonna.


Yeshua di Nazareth

3) Nel contesto delineato, pure la persona di Gesù (Yeshua)[33] rimase inserita nelle realtà del tempo, nel rispetto di regole, usi, abitudini.[34] Egli seguì un itinerario di crescita e di sottomissione. Gli Evangelisti, su questo punto, fanno riferimento a uno sviluppo globale (Luca 2, 52). Infatti, sarà proprio percorrendo più fasi temporali che Gesù condivise la condizione umana con le sue luci, le ombre, le ambiguità, le contraddizioni, i conflitti, le gioie, i dolori. È una crescita che si fa osservazione, comprensione dei vissuti, lettura di fatti quotidiani, interazione con i coetanei e con il mondo degli adulti, esperienza di lavoro.[35] Quando arriverà l’ora della missione tra la gente, Cristo, nei comportamenti quotidiani e nell’insegnamento a singoli e a gruppi, indicherà aspetti esistenziali individuati già negli anni vissuti a Nazareth. Il desiderio di avere bambini accanto a sé (Matteo 19, 13-15) rifletterà, ad esempio, i giochi fatti in anni precedenti nel modesto villaggio della Galilea. E la stessa attenzione alle vedove (Luca 7, 11-17), agli infermi (Matteo 4, 23-25), o l’abitudine a entrare nelle case (Luca 19, 5), sarà un qualcosa che già a Nazareth aveva trovato una sua fase iniziale.

Se quindi la crescita del Figlio di Dio non fu ridotta solo a un fatto fisico, anche la sua sottomissione[36] ai genitori non è da leggere in chiave di mera ubbidienza (Luca 2, 51). L’essere sottomesso rimanda infatti a un’interazione «con», e a un’acquisizione di input formativi. Gesù, in pratica, non viene meno ai doveri di ogni Ebreo.[37] Esiste di conseguenza un itinerario religioso segnato da tre poli: il nucleo familiare (recita di preghiere, benedizioni in famiglia recitate da Giuseppe, consumazione di cibi regolata da norme cultuali); la sinagoga (dimensione più estesamente comunitaria; ambiente educativo[38]; luogo di celebrazione della vita in Dio); il Tempio di Gerusalemme (la Casa del Padre; Gesù ascolta e pone domande ai maestri del tempo, seduto per terra, in cerchio, come da prassi ebraica).


La «ricostruzione del volto di Gesù»

Nel contesto delineato, gli storici sono ormai concordi su due punti. Il primo riguarda un dato non marginale: quella della Sacra Famiglia non fu una «vita nascosta». E il secondo evidenzia un altro aspetto: non ci sono dati per stabilire il livello economico del nucleo. Lo stesso concetto di «povertà» deve essere usato con prudenza. Si deve, infatti, tener conto di un modo di vivere (villaggio rurale, Palestina, I secolo) diverso da quello legato a tempi successivi. Probabilmente bastavano delle risorse modeste. Appare quindi debole l’accentuazione di due estremi: a) l’insistere su una famiglia in difficoltà economica, b) e l’accentuare un alto ruolo sociale legato alle famiglie di provenienza[39], e all’impresa lavorativa di Giuseppe.

Unitamente a ciò, chi scrive ha rivolto attenzione anche a un fatto recente che ha riguardato il volto di Gesù adolescente. Si è voluto, infatti, superare una tendenza che ha attraversato i secoli: quella di rappresentare l’immagine del fanciullo applicando a quest’ultima i canoni artistici dei diversi periodi e le indicazioni dettate – di volta in volta – dalle autorità ecclesiastiche del tempo.[40] Nelle raffigurazioni in questione i criteri erano soprattutto dogmatici (centralità di Cristo), inseriti in un contesto di gloria, di vittoria, di insegnamento, di obbedienza al Padre, di Grazia. Emergeva in tal modo una pedagogia che, coinvolgendo anche il mondo emotivo del fedele, lo sospingeva a una prima riflessione, e poi a una più prolungata meditazione. Qualcuno (ad esempio San Francesco, a Greccio; 1223) cercherà poi di ricondurre l’attenzione dei suoi contemporanei anche all’essenzialità dell’Incarnazione.

In tempi a noi più vicini, collegati agli studi sul Volto della Sindone conservata nel duomo di Torino, si è voluto muovere qualche passo per tentare un esperimento: cercare di «ricostruire» in qualche modo (un esperimento) il volto di Gesù adolescente partendo dall’immagine dell’Uomo della Sindone.

Sul piano tecnico si è mossa la Polizia di Stato (2015) che, attraverso uno specifico programma informatico, e valorizzando l’esperienza dei suoi operatori, ha sviluppato un processo identificativo secondo una retrodatazione temporale. L’operazione non è stata comunque un fatto automatico, meccanico. È servita anche la preparazione scientifica dei tecnici per fissare dei parametri e per cancellare dal Volto i segni delle percosse. L’esito delle ricerche (di tipo sperimentale) è stato poi divulgato.[41]

Il volto di Gesù adolescente ricostruito partendo dalla Sacra Sindone

Il volto di Gesù adolescente ricostruito dalla Polizia partendo dalla Sacra Sindone: le varie fasi della ricostruzione

Il volto di Gesù adolescente

Ricostruzione del volto di Gesù adolescente fatta dalla Polizia di Stato

La pubblicazione del «volto» ricostruito dalla Polizia di Stato ha destato interesse. Sono emerse pure delle osservazioni. Una di queste ha riguardato il colore dei capelli. In realtà, non è possibile arrivare a delle certezze assolute perché il telo della Sindone è di colore ocra. Pur tuttavia, si ricorda che nella Palestina c’erano persone con capelli neri o anche fulvi (esempio, I Samuele 16, 12; riferimento: il giovane Davide).


«Per la fede. Per i fratelli»

Il dibattito tra gli studiosi, comunque, non ha riguardato solo la questione del «Gesù storico» e il vissuto della Sacra Famiglia a Nazareth. Dall’attenzione rivolta alla Palestina del I secolo, si è passati a focalizzare anche un percorso missionario che ha condotto i primi Cristiani a raggiungere la capitale dell’Impero: Roma.[42] Su tale argomento, specie in periodi segnati da scismi interni alla Chiesa Cattolica, si è voluto – da talune parti – scolorare determinati punti-chiave. Si è cominciato dalla fondazione della Chiesa di Roma (smentendo una sua centralità). È stato poi messo in discussione il ruolo di Pietro (non riconoscendolo capo della Chiesa). Anche sulla figura di Paolo non sono mancati rilievi. Il racconto che vuole Paolo di Tarso più volte imprigionato dai Romani non è giudicato da taluni attendibile. Si discute su un quarto viaggio missionario. Vengono evidenziati i dati spuri di più testi apocrifi (Atti di Paolo, Atti di Paolo e Tecla, Lettera agli Alessandrini, «et alii»).

Alla fine, si è arrivati a negare il primato petrino e la successione apostolica. In tale dinamica hanno influito più fattori. Risulta evidente anche una logica «politica» mirata a «tagliare» il legame con Roma per affermare un principio di indipendenza, di ruolo primario. Per arrivare a questo obiettivo sono stati utilizzati pure argomenti storici.

Il contesto delineato non ha favorito la ricerca sugli inizi della Chiesa. Nelle ore meno serene, in presenza di affermazioni segnate da tensione[43], si è preferito rispondere soprattutto in termini di autorità, di disciplina. Malgrado ciò, il trascorrere del tempo, pur in situazioni caratterizzate dalla presenza di antiche religioni, dal sorgere di nuove confessioni e dall’istituzione di Chiese nazionali, non ha fermato un lavoro di conservazione delle memorie, la venerazione dei martiri, e l’edificazione di luoghi di culto. In seguito, con il mutamento di più situazioni, gli studi storici hanno ricevuto un particolare sostegno, fino ad arrivare al recente periodo. Attualmente è estremamente elevato il numero di pubblicazioni riguardanti la presenza cristiana nell’Urbe e il ruolo del Papa.[44]


1) «Testimoni?»

Con riferimento ai confronti storici già ricordati, una prima questione-chiave ha riguardato la fondazione della Chiesa di Roma. Al riguardo, un dato rimane acquisito. Fu un gruppo di Cristiani anonimi ad arrivare nell’Urbe, e a costituire il primo nucleo di seguaci di Gesù di Nazareth. Questo fatto, specie in epoca moderna, è stato utilizzato per sostenere la tesi che gli Apostoli Pietro e Paolo non possono essere definiti «fondatori» della Chiesa di Roma. Se non sono fondatori, si argomenta, la comunità cristiana che venne costituita e che si sviluppò nel tempo, deve essere considerata solo una delle tante Chiese locali. Senza particolari titoli privilegiati. Tale conclusione mantiene, però, un punto debole. I primi arrivati vissero e comunicarono certamente la «buona novella», ma rimasero comunque una presenza segnata ancora da un’interazione con il Giudaismo.[45] Fu l’arrivo di Pietro e di Paolo a costituire «la novità» per più motivi:

– Pietro non era un semplice seguace della nuova religione, ma costituiva il testimone per eccellenza;[46]

– Cristo stesso aveva conferito a Pietro il mandato di «pascere» (cioè di guidare) il gregge di Dio (la Chiesa nascente); Giovanni 21, 15-19;

– nella capitale Pietro aveva versato il proprio sangue per Cristo (crocifissione; probabilmente all’inizio della persecuzione anti-cristiana di Nerone, anno 64 dopo Cristo);

– Paolo era divenuto «Apostolo per vocazione» (Romani 1, 1) dopo l’evento avvenuto lungo la via che conduceva a Damasco (Atti 9, 1-9);

– Paolo non aveva solo sostenuto lo sviluppo della Chiesa nascente ma era divenuto «l’Apostolo dei gentili» (Atti 9, 15);

– Paolo già aveva interagito con i Cristiani di Roma attraverso l’invio di una Lettera (scritta a Corinto tra il 55 e il 58);

– nell’Urbe Paolo aveva insegnato (Atti 28, 30);

– a Roma Paolo aveva versato il proprio sangue per Cristo (decapitato presso le «Aquæ Salviæ», poco a Sud di Roma, probabilmente nell’anno 67 dopo Cristo).

Nel contesto delineato, pare riduttivo parlare di una semplice «visita» di Pietro e Paolo a Roma. Al contrario, sembra più esatto evidenziare un impegno di testimonianza arrivato al culmine. Raggiungere l’Urbe significava per gli Apostoli il completamento di una missione. Gesù aveva infatti invitato i propri discepoli ad andare in tutto il mondo, e a predicare il Vangelo a ogni creatura (Marco 16, 15).


2) Pietro e Paolo nell’Urbe

Una seconda questione-chiave ha riguardato la stessa permanenza di Pietro e Paolo nell’Urbe. Alcune voci critiche, infatti, hanno evidenziato gli scarsi dati riguardanti la presenza degli Apostoli nella capitale, insistendo soprattutto su un vuoto documentativo riguardante Pietro. Ad esempio, è stato scritto che nella Lettera di Paolo ai Romani non si trovano saluti rivolti a Pietro (Romani 16, 1-15).

a) Tale posizione si è scolorata alla luce di acquisizioni letterarie e archeologiche. Già un presbitero romano di nome Gaio aveva fatto riferimento ai «trofei» («tà trópaia»)[47] di Pietro (colle Vaticano) e di Paolo (via Ostiense).[48] Gli stessi Padri della Chiesa e gli scrittori cristiani avevano indicato nell’Urbe il luogo del martirio dei due Apostoli.

b) A questo punto, si inserisce il contributo dell’archeologia. Grazie a più scavi, sono state riportate alla luce realtà significative: la tomba di Pietro, quella di Paolo, le prime raffigurazioni degli Apostoli nelle catacombe, una serie di invocazioni incise sui muri rivolte ai due Apostoli (sempre in catacombe), scoperte di siti che confermano la «traditio» (esempio, casa del senatore Pudente; ambienti presso San Paolo alla Regola; «et alii»).

c) D’altra parte, gli stessi Atti degli Apostoli confermano in modo chiaro una presenza non breve di Paolo (prigioniero) a Roma.

d) Rimane, allora, l’ultimo interrogativo: perché su Pietro esistono meno dati? (visto il silenzio degli Atti in merito).

La risposta è legata all’apostolato svolto da Pietro, diverso da quello di Paolo. Mentre quest’ultimo (di formazione rabbinica), attraverso dei viaggi missionari, volle sviluppare una predicazione che rifletteva uno studio della Parola del Messia, che esternava delle proprie riflessioni, e che cercava di offrire anche una prima «sistematizzazione» di elementi della teologia dogmatica, Pietro (umile pescatore di Galilea) – al contrario – trasmise ai suoi ascoltatori il proprio vissuto accanto a Gesù. Egli, quindi, non avvertì l’esigenza di «consegnare» una «dottrina», ma fu costantemente impegnato a «raccontare» la vicenda di Cristo, anche con riferimenti ad aspetti probabilmente non riportati nei Vangeli (si trattava di una dinamica catechetica formata da domande e da risposte).

In tale contesto, Pietro percorse un itinerario di «testimonianza» fino a Roma, seguendo delle tappe che non conosciamo, anche se non mancano dei dati provenienti da testi apocrifi (Vangelo di Pietro, Atti di Pietro, Lettera di Pietro a Filippo, «et alii»). Probabilmente, la permanenza dell’Apostolo nell’Urbe si ridusse a un periodo breve (diversamente da quella di Paolo). Ma colui che aveva avuto il mandato di «pascere», ebbe comunque la possibilità di raccontare (negli ambienti ove fu ospitato) fatti dell’Incarnazione del Figlio di Dio e l’evento pasquale. Lo attesta il fatto che un discepolo, Marco, volle poi utilizzare i ricordi di Pietro nella stesura del suo Vangelo.[49] Pietro, infatti, non possedeva la cultura necessaria per scrivere testi articolati, modulati a misura dei diversi interlocutori. Aveva, però, la diretta conoscenza dell’insegnamento di Gesù, e di quanto era avvenuto dopo la Risurrezione del Messia. Utilizzò quindi la sua personale esperienza che fece conoscere trasmettendo «loghia» («detti») e fatti di Cristo. Altri, in seguito, trascrissero quanto avevano ascoltato.[50]


3) Primato petrino e successione apostolica

Una terza questione-chiave ha riguardato il primato petrino e la successione apostolica. Con riferimento a questi punti, è utile memorizzare alcuni dati. La prima comunità cristiana che si costituì a Roma (con successiva estensione) costituì certamente un «segno» importante. Unitamente a ciò, ebbe in sé anche dei limiti (incluse differenti linee di pensiero).[51] Un fatto legato alla stessa recente formazione. La presenza degli Apostoli Pietro e Paolo rese più forte l’unità ecclesiale (lo conferma la venerazione verso le loro tombe), ma non poté condurre a innovazioni interne di particolare rilievo (ad esempio in ambito organizzativo). Queste si verificarono in tempi successivi. Inoltre, la persecuzione neroniana aveva comunque indebolito (non cancellato) la presenza cristiana.

Queste coordinate storiche rimangono importanti per comprendere un fatto. La Chiesa di Roma degli inizi, non acquistò rilevanza grazie a un potere politico. O a una forza numerica. Piuttosto, «crebbe» in un ruolo particolare poggiando la sua autorità morale su testimoni della fede, su martiri. Non si trova, quindi, un desiderio di «prevalenza» su altre Chiese. Si individua, al contrario, una trasmissione di verità ricevute, e una «sequela Christi» che arriva fino allo spargimento del proprio sangue.

Lo stesso presbitero Gaio, quando ricordò a Proclo[52] l’importanza della Chiesa dell’Urbe, argomentò la sua posizione indicando semplicemente due sepolcri.

Da qui, si può trarre una conseguenza: il primato petrino si tradusse prima di tutto in una diaconìa di carità. In una «ecclesialis communio».[53] E si concretizzò pure in una «diaconia in unitatem veritatis» nell’impegno a «confermare nella fede» i fratelli. Quest’ultimo aspetto si dimostrò rilevante in epoca antica (e in seguito). Per un motivo. Perché diverse persone, fin dagli inizi del Cristianesimo, cominciarono a diffondere delle «proprie» interpretazioni in materia dottrinale. E perché tali insegnamenti, eterodossi in tutto o in parte, divennero motivo di disorientamento e di divisione tra i battezzati.


La successione apostolica. Il cammino nel tempo

Nel contesto delineato, la successione apostolica si configurò come una normale «sequentia de mandato». Pietro era morto martire, durante la persecuzione di Nerone (si pensa nel 64). I fedeli rimasti, deboli nel numero ma memori delle testimonianze dei martiri[54], non intesero vanificare il lavoro apostolico sorretto da più eroismi.[55] E scelsero una persona. La ritennero capace di prendere il posto di colui che aveva ricevuto il mandato di pascere il «gregem Christi». Fu individuato Lino. Il Liber Pontificalis riferisce che era originario della Tuscia. Alla luce dei dati disponibili, colpisce un fatto. Tale successione venne vissuta con uno spirito particolare. Si cercò di essere fedeli alla volontà dell’unico Maestro. Tutto ciò conduce a un’altra considerazione. Fu proprio l’attenzione rivolta alla Parola di Dio («Rivelazione») a condurre verso ulteriori scelte: 1» difesa del «patrimonium fidei», 2) valorizzazione della vita sacramentale, 3) organizzazione della comunità cristiana, 4) traduzione in opere concrete delle affermazioni contenute nella «buona novella» (esempio, edificazione di chiese, di diaconìe, missioni in più territori, corrispondenze tra Chiese), 5) difesa dei fedeli nelle ore di persecuzione.


1) Difesa del «patrimonium fidei»

Il nucleo della dottrina cristiana, fin dall’inizio, dovette essere difeso all’esterno della Chiesa, e al suo interno. Al di fuori della vita comunitaria esistevano una molteplicità di fedi religiose che includevano pure i culti orientali (Cibele, Iside, Mitra «et alii»). Si adoravano molteplici divinità: Giove, Giunone, Minerva, Marte, Diana, Venere, Esculapio, Tellus[56], Vesta, «et alii». Lo stesso Imperatore assunse il titolo di pontefice massimo.[57] Venne anche acclamato «dominus et deus». Inoltre, durante le cerimonie sacre si praticavano con frequenza sacrifici animali, e si offrivano alle divinità cibi e libagioni.[58]

All’interno della Chiesa, il patrimonio di fede dovette essere difeso da correnti di pensiero che, sostenendo posizioni eterodosse, creavano fratture nella vita comunionale.[59] Si pensi, ad esempio, alle correnti del docetismo (negazione natura umana e corporea di Cristo), dell’adozionismo (Gesù fu una creatura speciale), dell’arianesimo (sosteneva che vi fu un tempo in cui il Verbo di Dio non era esistito, fu creato in seguito), dell’apollinarismo (Cristo non ebbe un’anima razionale come l’uomo; nell’incarnazione il Verbo assunse un corpo senza l’anima, per cui le manifestazioni della vita intellettiva dell’anima in Cristo furono dovute unicamente al Verbo), del donatismo (i Sacramenti non sono efficaci di per sé, ma restano dipendenti dalla dignità di chi li amministra), del montanismo (forte rigorismo, specie in ambito sessuale), dello gnosticismo (la salvezza dell’anima dipende da una forma di conoscenza superiore e illuminata – gnosi – dell’uomo, del mondo e dell’universo, frutto del vissuto personale e di un percorso di ricerca della verità)[60], «et alii».[61]


2) Valorizzazione della vita sacramentale

La comunità cristiana, pur distribuita in più nuclei per esigenze organizzative (ci si riuniva all’inizio nelle case)[62], attribuì una particolare importanza alla vita sacramentale, segnata da una liturgia molto semplice (in seguito si articolerà maggiormente). Ogni incontro era caratterizzato da letture, commenti, canti, dalla «fractio panis». Per entrare nella vita ecclesiale occorreva un periodo di preparazione. Alla fine, nella notte pasquale il catecumeno riceveva il Battesimo, la Confermazione e l’Eucaristia. Da questo momento in poi partecipava ai riti religiosi. In tale contesto, fu soprattutto la «fractio panis» ad essere presa di mira da taluni calunniatori. La Chiesa di Roma si dovette difendere, e uno scrittore cristiano – Giustino (nato a Flavia Neapolis) – cercò di spiegare a interlocutori pagani (nel III secolo) come si svolgeva la celebrazione eucaristica:

«A nessun altro è lecito partecipare all’Eucaristia, se non a colui che crede essere vere le cose che insegniamo, e che sia stato purificato da quel lavacro istituito per la remissione dei peccati e la rigenerazione, e poi viva così come Cristo ha insegnato.[63]

Noi infatti crediamo che Gesù Cristo, nostro Salvatore, si è fatto uomo per l’intervento del Verbo di Dio. Si è fatto uomo di carne e sangue per la nostra salvezza. Così crediamo pure che quel cibo sul quale sono state rese grazie con le stesse parole pronunciate da Lui, quel cibo che, trasformato, alimenta i nostri corpi e il nostro sangue, è la carne e il sangue di Gesù fatto uomo.

Gli Apostoli nelle memorie da loro lasciate e chiamate vangeli, ci hanno tramandato che Gesù ha comandato così: preso il pane e rese grazie, Egli disse: “Fate questo in memoria di Me. Questo è il mio corpo”. E allo stesso modo, preso il calice e rese grazie, disse: “Questo è il mio sangue” e lo diede solamente a loro.

Da allora noi facciamo sempre memoria di questo fatto nelle nostre assemblee e chi di noi ha qualcosa, soccorre tutti quelli che sono nel bisogno, e stiamo sempre insieme. Per tutto ciò di cui ci nutriamo benediciamo il Creatore dell’universo per mezzo del suo Figlio Gesù e dello Spirito Santo.

E nel giorno chiamato del Signore[64] ci raccogliamo in uno stesso luogo, dalla città e dalla campagna, e si fa la lettura delle memorie degli Apostoli e degli scritti dei Profeti, fin che il tempo lo permette.

Quando il lettore ha terminato, il preposto tiene un discorso per ammonire ed esortare all’imitazione di questi buoni esempi. Quindi tutti insieme ci alziamo ed eleviamo preghiere; poi, finito di pregare, viene recato, come si è detto, pane, vino e acqua; e il capo della comunità nella stessa maniera eleva preghiere e ringraziamenti con tutte le sue forze e il popolo acclama, dicendo: “Amen!”.[65]

Quindi si fa la distribuzione e la spartizione a ciascuno degli alimenti consacrati e se ne manda per mezzo dei diaconi anche ai non presenti.

I facoltosi e volenterosi spontaneamente danno ciò che vogliono; e quanto viene raccolto è consegnato al capo, il quale ne sovviene gli orfani, le vedove, i bisognosi per malattie o altro, i detenuti e i forestieri capitati […].[66]

Ci aduniamo tutti dunque il giorno del Sole[67], perché è il primo giorno in cui Dio, cambiate tenebre e materia, plasmò il mondo, e in cui Gesù Cristo, Salvatore nostro, risorse dai morti. Lo crocifissero infatti nel giorno precedente quello di Saturno[68] e l’indomani di quel medesimo giorno, cioè nel giorno del Sole, essendo apparso ai suoi Apostoli e ai discepoli, insegnò quelle cose che vi abbiamo trasmesso perché le prendiate in seria considerazione».[69]


3) Organizzazione della comunità cristiana

Nel migrare del tempo, la Chiesa di Roma avvertì sempre più la necessità di dotarsi di una propria organizzazione. In una fase iniziale, infatti, i primi fedeli arrivati nell’Urbe rimanevano ancora collegati con la comunità ebraica, con i suoi riti, con le prescrizioni, con le preghiere da recitare in precisi momenti. Lo stesso Imperatore Claudio, nell’anno 49, in un suo provvedimento punitivo, non fece distinzione tra Ebrei e Cristiani, perché giudicava quest’ultimi una setta ereticale di origine ebraica.[70] Successivamente, affiorando le diversità dottrinali, tale osmosi venne meno. Lo sviluppo organizzativo si delineò in più tempi.

a) Nella fase degli inizi (incontri nelle case) fu probabilmente lo stesso padrone dell’abitazione ove si riunivano i fedeli a guidare i momenti dell’incontro religioso.

b) In un secondo periodo, quando si passò dalle «domus ecclesiae»[71] ai «tituli»[72], le celebrazioni liturgiche furono guidate da Vescovi e da sacerdoti (la Chiesa di Roma aveva ormai una propria gerarchia ecclesiastica).[73]

c) Successivamente, quando videro la luce le prime chiese paleocristiane, il disegno organizzativo interno della Roma cristiana era ormai completato.


4) Le opere derivanti dalla Buona Novella

Nell’organizzazione progressiva della Chiesa di Roma, un’attenzione particolare venne rivolta alle «opere», cioè a quelle iniziative mirate a sostenere le diverse necessità dei fedeli. Si collocano qui, tra l’altro, le «diaconìe», il sostegno agli infermi e la sepoltura dei defunti.[74]

a) L’istituzione di «diaconìe» nell’Urbe ebbe il fine di organizzare un’assistenza sociale a favore degli indigenti e a sostegno di situazioni di urgenza. Vi si sviluppò in modo graduale un disegno globale: soccorsi in natura, aiuti in denaro, ospitalità. Tali centri furono caratterizzati da un’autonomia economica e amministrativa. A Roma, tra il II e il III secolo, in pieno centro, esistevano quattro diaconìe: Santa Maria in Via Lata (l’odierno Corso), San Giorgio al Velabro, Santa Maria in Cosmedin, San Teodoro sotto il Palatino. In seguito si aggiunsero quelle di San Marcello, San Marco, San Lorenzo in Damaso.

b) Il sostegno ai malati si concretizzò con azioni religiose (presenza di sacerdoti) e con supporti assistenziali vari (provenienti in genere dalle diaconìe). In tale attenzione ebbe un’importanza particolare l’unzione degli infermi.[75]

c) La sepoltura delle persone decedute si svolse all’inizio nelle comuni aree riservate ai defunti. Tombe di pagani e di Cristiani si trovarono una accanto all’altra. In seguito, durante i periodi delle persecuzioni, i Vescovi di Roma incaricarono i propri diaconi di dirigere lavori per la costruzione di catacombe. Fu in questi luoghi che vennero deposte le salme dei martiri. Avvenne così un passaggio molto significativo: dalla città dei morti (necropoli) al luogo del riposo (cimitero).[76]


«Nell’ora della prova»

5) La difesa dei fedeli nelle ore di persecuzione si sviluppò seguendo più strade. A differenza di quanto scritto da taluni autori, le sanguinose azioni anti-cristiane non furono un fatto continuativo, e non si svilupparono tutte con la medesima intensità nelle diverse aree dell’Impero. Si devono, quindi, ricordare anche periodi di tolleranza. Quest’ultimi, consentirono alle Chiese locali (inclusa Roma) di svilupparsi. In tale contesto, la cronaca riporta un dramma che accadde improvvisamente. Si verificò proprio nella capitale dell’Impero. Nel 64, un incendio (durò una settimana) distrusse gran parte dell’Urbe.[77] Il fatto motivò un accentuato rancore della popolazione verso l’Imperatore del tempo: Nerone (dinastia Giulio-Claudia). Lo si accusava di aver fatto appiccare il fuoco. Ciò doveva servire a far crollare il valore dei terreni. Ad acquistare le aree a basso costo. E a edificare un imponente palazzo imperiale.[78] Per riprendere il controllo di una situazione sfuggita di mano, l’Imperatore dovette trovare un capro espiatorio. Fu individuato nei Cristiani. Erano gli ultimi arrivati. Non potevano far affidamento sui potenti del tempo. Esistevano su di loro molte dicerie. Nel gruppo dei condannati fu incluso l’Apostolo Pietro. La persecuzione, comunque, fu limitata alla sola città di Roma. E terminò con la morte (suicidio) dell’Imperatore.


Le ricerche storiche riguardanti il Tullianum

Nel recente periodo, in occasione della riapertura al pubblico dell’antico carcere Tullianum (poi Mamertinum in epoca medievale), posizionato a Roma, è riemerso un interrogativo: vi furono internati gli Apostoli Pietro e Paolo? O il solo Pietro? Al riguardo, è utile ricordare che la struttura in questione acquistò la sua funzione penale intorno al VII secolo avanti Cristo, senza perdere comunque un valore simbolico.[79] Non costituì una prigione per delinquenti comuni. Si trattava piuttosto di un luogo dove rinchiudere (e uccidere) i nemici dell’Urbe. Era formato da due piani sovrapposti di grotte scavate alle pendici meridionali del Campidoglio, a fianco delle Scale Gemonie.[80] La più profonda risale all’età arcaica (VIII-VII secolo avanti Cristo). Venne ricavata nella cinta muraria di età regia che – all’interno delle Mura Serviane – proteggeva il Campidoglio. La seconda, successiva e sovrapposta, è di età repubblicana. Tra i detenuti più illustri si possono ricordare ad esempio: il Re dei Sanniti Gaio Ponzio[81], il Re della Numidia Giugurta (160 avanti Cristo circa – 104 avanti Cristo), il capo delle tribù galliche Vercingetorix (80 avanti Cristo – 46 avanti Cristo, Re degli Arverni), Simone di Giora, difensore di Gerusalemme (nel 71 dopo Cristo), i congiurati di Catilina (Lentulo, Cetego «et alii», 60 avanti Cristo).

Il periodo che i prigionieri trascorrevano nel Tullianum poteva essere breve. In genere, l’esecuzione avveniva subito dopo la grande processione romana del trionfo (come nel caso di Giugurta). Poteva, però, anche protrarsi nel tempo, come avvenne per Vercingetorix, che rimase rinchiuso sei anni prima di essere eliminato.

Dal VII secolo dopo Cristo il Tullianum perse la sua funzione di prigione, e iniziò a essere usato per il culto cristiano. I due ambienti divennero cappelle. Il fatto è da collegare con una tradizione. Quest’ultima affermava che anche gli Apostoli Pietro e Paolo erano stati reclusi nel Tullianum prima di affrontare il martirio (si mostra a tutt’oggi una colonna alla quali furono legati). In questo stesso periodo, il luogo mutò nome, e cominciò ad essere chiamato carcere Mamertino. Nel corso del tempo, sopra il Tullianum fu edificata la chiesa di San Pietro in Carcere.[82] In seguito, nel 1540, la confraternita dei Falegnami prese in consegna il luogo e vi edificò la chiesa di San Giuseppe dei Falegnami, terminata nel 1663. Con riferimento al culto cristiano, le indagini archeologiche hanno individuato pure i resti di alcuni affreschi (VIII-IX secolo dopo Cristo; XI-XIV secolo). Tra questi, una delle prime raffigurazioni della Madonna della Misericordia (XIII secolo).

Sulla presenza degli Apostoli Pietro e Paolo nel carcere Tullianum gli storici rimangono cauti per diversi motivi. Il luogo venne utilizzato per controllare e neutralizzare i grandi nemici dell’Impero Romano. Ora, è difficile pensare che l’amministrazione dell’Urbe considerasse i due testimoni di Cristo come dei grandi nemici. Un po’ perché i tribunali romani in genere non si lasciavano coinvolgere in questioni religiose (considerate dei fatti interni tra sostenitori di dottrine). E un po’ perché Paolo, possedendo la cittadinanza romana, ebbe la possibilità – in attesa del primo processo – di alloggiare in un ambiente in affitto. Mentre, in prossimità del secondo processo, fu probabilmente relegato in qualche ambiente non distante dal tribunale.

Pietro, poi, individuato e catturato dai «vigiles», fu rinchiuso con altri Cristiani in un luogo adibito alla custodia di gente certamente non famosa. Era uno sconosciuto. Al massimo si sapeva di lui che era un capo religioso. Ma tutto questo non importava a nessuno (tranne forse a qualche Ebreo ortodosso per il quale l’Apostolo doveva essere condannato avendo abbandonato la religione dei padri). C’è anche da sottolineare il fatto che Pietro e gli altri Cristiani furono condannati a morte solo per un evento contingente (l’incendio di Roma del 64 dopo Cristo). In tale occasione, l’Imperatore Nerone si scagliò contro i seguaci della nuova religione solo perché aveva bisogno di un capro espiatorio. Lo dimostra il fatto che la persecuzione avvenne solo all’interno dell’Urbe, e che tutto poi ebbe termine con la morte del Monarca. Quindi, in conclusione, Pietro e Paolo morirono certamente a Roma ma non perché considerati dai tribunali dei grandi nemici.

A questo punto, si possono sviluppare due ipotesi. 1) La prima, cerca di tener conto dello sviluppo di un culto cristiano presso il Tullianum. Diversi autori (Bisconti, Mazzoleni «et alii») sono convinti che là dove esiste un culto deve essere esistito comunque un fatto iniziale, un episodio, che rimanda a un martire. Tale tesi si è dimostrata in più casi confermata. Per questo motivo non è debole pensare a un’articolazione edilizia del Tullianum più estesa di quella che si pensa di conoscere. L’edificio, infatti, poteva avere più aree di reclusione. Una riservata a soggetti considerati molto pericolosi per lo stato. E una, molto più estesa, capace di accogliere un alto numero di detenuti. È in questa seconda area che potrebbero essere stati rinchiusi pure gli Apostoli.[83]

2) La seconda ipotesi, al contrario, tiene conto della posizione del circo di Caligola (divenuto poi di Nerone) alle pendici del «mons Vaticanus». Ora, se l’Imperatore Nerone organizzava i suoi «ludi circenses» nel proprio circo (proprietà imperiale) è facile supporre che chi era obbligato ad affrontare la morte in quel luogo doveva necessariamente essere confinato in qualche locale vicino. Ciò da una parte consentiva di facilitare lo spostamento dei prigionieri, e – dall’altra – favoriva una collocazione di ambienti carcerari in luoghi non troppo interni all’Urbe. Il fetore, infatti, che usciva dalle prigioni del tempo era notevole.[84]


Lo sviluppo successivo

Dopo il periodo neroniano, le persecuzioni anti-cristiane si verificarono con caratteristiche tra loro diverse. Più studi hanno cercato di indagare su fatti avvenuti durante gli anni di: Domiziano (81-96; Flavi), Traiano (98-117; adottato da Nerva), Adriano (117-138; Antonini). Dai documenti del tempo, è noto che i Cristiani erano prima interrogati. Dovevano poi giurare nel nome della «Fortuna (Tyche) di Cesare» nelle aree di lingua greca, e nel nome del «Genio di Cesare» in quelle di lingua latina.[85] Erano ritenuti nemici dello stato[86], atei convinti.[87] Nella mentalità del tempo, si era convinti che il loro comportamento recava offesa agli dèi. Attirava la loro ira. Provocava disgrazie alla popolazione[88], e alle autorità statali.[89]

Le persecuzioni anticristiane proseguirono negli anni di Marco Aurelio (161-180; Antonini), Commodo (180-192; Antonini), di Settimio Severo (193-211; Severi). Per tentare di fermarle, alcuni scrittori cristiani si rivolsero agli Imperatori e ad altre autorità trasmettendo delle lettere a difesa della nuova religione. Questi testi sono noti come «Apologie». Tali iniziative si prolungarono per un periodo non breve.

Nuovi attacchi si verificarono negli anni di: Massimino il Trace (235-238)[90], Decio (249-251)[91]. Quest’ultimo, nel 250, stabilì che tutti i cittadini romani dovevano offrire un sacrificio agli dèi e all’Imperatore. Chi si rifiutava subiva una durissima punizione.

Ore critiche ci furono anche negli anni di Valeriano (253-260; Valeri). Nel 260, però, Gallieno (260-268; Valeri; figlio di Valeriano) abolì i decreti del padre, concesse ai Vescovi la possibilità di rientrare dall’esilio, ordinò di riconsegnare alle chiese i loro beni. La situazione sembrò trovare un equilibrio. Ma si trattò di una fase provvisoria. Furono infatti decise nuove persecuzioni negli anni di Diocleziano (284-305)[92]. Rimase, però, diversa la linea adottata da Massenzio a Roma (306-312; figlio dell’Imperatore Massimiano). La sua posizione non fu ostile alla nuova religione.

Il 30 aprile 311, l’Imperatore Galerio (305-311)[93], decise di emanare un provvedimento a favore dei Cristiani. Con tale editto (di Nicomedia), promulgato anche a nome di Costantino e di Licinio, fu decisa la fine dei provvedimenti di Diocleziano. Vennero restituite alle chiese i beni non ancora alienati dopo la confisca. Si ordinò la ricostruzione degli edifici di culto. Il Cristianesimo divenne ufficialmente «religio licita».

Nello stesso anno (novembre 311) Massimino Daia (305-313)[94] ordinò nuove persecuzioni nella parte dell’Impero Orientale posta sotto la sua giurisdizione.

Si arrivò alla fine all’accordo di Milano del febbraio 313 tra Costantino (Augusto d’Occidente; 313-324) e Licinio (Augusto d’Oriente; 313-324). Nel rescritto imperiale, trasmesso ai diversi governatori, si specificava: «Sia consentito ai Cristiani e a tutti gli altri la libertà di seguire la religione che ciascuno crede, affinché la divinità che sta in cielo, qualunque essa sia, a noi e a tutti i nostri sudditi dia pace e prosperità».[95] In pratica si confermò l’editto di Galerio.


La ricerca storica sulle persecuzioni

Sulle persecuzioni anti-cristiane dei primi secoli, gli studiosi hanno cercato di percorrere più tracce d’indagine per poter acquisire dei dati sicuri, non leggendari. La ricerca è partita dagli Atti dei martiri, dai testi delle Apologie, dai provvedimenti imperiali, da disposizioni di legati romani, da corrispondenze del tempo, da testi di storici antichi, da riscontri anche archeologici. Nel contesto delineato, proprio l’attività archeologica ha consentito di ritrovare reperti significativi. Può essere utile riportare qui di seguito qualche esempio.

1) Lavori di scavo durati anni e terminati nel 1978 hanno definitivamente riportato alla luce ciò che resta dell’anfiteatro romano di Lione (l’antica Lugdunum). Qui gli storici situano il supplizio di sei dei martiri di Lione, fra cui Santa Blandina, nell’estate del 177.

2) Sono stati anche ritrovati dei libelli che risalgono alla persecuzione di Decio. Attestano l’abiura di singoli Cristiani e il sacrificio offerto agli dèi. Attualmente sono conservati cinque libelli originali: uno conservato ad Oxford, uno a Berlino, due a Vienna e uno ad Alessandria.


Le indagini svolte nell’Urbe

3) Di grande interesse fu una scoperta avvenuta a Roma nel 1857. Mentre si scavava nell’area del «Paedagogium»[96] (colle Palatino), fu trovato un graffito. I ricercatori rimasero colpiti dal fatto di vedere il disegno di un crocifisso con la testa di asino (o di mulo). Accanto al crocifisso venne individuata una figura maschile in atto di venerazione. In basso, gli studiosi riuscirono a leggere una frase in greco: «Alexamenos sebete theon», che significa «Alessameno venera [il suo] dio». L’immagine si fa risalire probabilmente al III secolo (alcuni indicano anche date anteriori fino all’85 dopo Cristo). Attesta una posizione duramente anti-cristiana. L’accentuata derisione verso Gesù di Nazareth s’individua nella scelta di ritrarre quest’ultimo con una testa d’asino. Il fatto si collega a scritti del tempo ove si riporta una serie di dicerie sui Cristiani. Tra queste, quella che i fedeli adoravano una testa d’asino.[97] Configurandosi al riguardo una bestemmia, taluni autori cattolici hanno preferito non citare nei loro scritti tale rinvenimento. Riveste interesse anche la figura di Alessameno. Era un servitore cristiano che lavorava nel palazzo dell’Imperatore? La derisione verso la sua persona è duplice: da una parte la posizione delle braccia (una rivolta verso il crocifisso, l’altra verso terra) appare disarticolata, quasi goffa. Dall’altra, lo si presenta come un individuo che venera una testa d’asino.


Le ricerche sui martiri romani

Nel contesto delineato, la più estesa area d’indagine a Roma ha riguardato l’esplorazione delle catacombe, e l’individuazione dei sepolcri di martiri. Tale impegno ha attraversato più periodi storici e non è ancora terminato. Nuove scoperte arricchiscono, infatti, le conoscenze già possedute. Al riguardo, esistono molte considerazioni. Lo storico che si inoltra nello studio dei martiri romani dei primi secoli, deve certamente avere il coraggio di affrontare molte salite, e di passare continuamente in mezzo a più estremi. Con il trascorrere del tempo, infatti, si sono verificati più fatti che non facilitano gli approfondimenti. Si possono indicare, al riguardo, tre esempi.

1) Nel momento in cui venivano uccisi i vari testimoni della fede (primi secoli della storia della Chiesa), i loro contemporanei furono direttamente coinvolti nelle tragedie in corso, e non erano nella condizione di scrivere in modo pacato delle memorie dettagliate. Ciò motiva l’esistenza di tradizioni solo orali.

2) Un secondo esempio è legato al fatto che la circolazione di dati informativi, nel periodo degli inizi della Chiesa, non risultava facile. Diversi dettagli erano raccontati alle più diverse persone (predicatori itineranti, semplici cittadini, presbiteri…) che, con buona volontà, fornivano poi dei resoconti a confratelli di altre Chiese locali. In queste comunicazioni, che poggiavano su dati reali, poteva a volte svolgere un ruolo negativo o la debole memoria, o il coinvolgimento emotivo di chi parlava, o il fatto di aver appreso le vicende da terzi (che a loro volta riferivano quanto appreso da altre fonti).

3) Devesi poi aggiungere un terzo elemento che può addolorare ma che è esistito: la distruzione di un elevato numero di siti archeologici cristiani. Tale fatto, purtroppo, non si è verificato solo in Paesi lontani da Roma, ma anche nella stessa Urbe. La crescita dell’espansione edilizia in generale, la stessa costruzione di edifici a uso pubblico[98], il ridisegno viario, gli scavi per parcheggi interrati, hanno in molteplici casi distrutto catacombe e altri ambienti di enorme valore. Ad esempio, agli inizi del 1956, durante gli scavi per le fondazioni di un nuovo palazzo in Via Dino Compagni (vicino Via Latina), fu scoperta per caso una catacomba. Il ritrovamento venne tenuto nascosto fino alla fine dei lavori di costruzione dell’edificio sovrastante. Tale fatto provocò danni alle pitture e alle strutture della catacomba, causati sia da improvvisati tombaroli che dalle gettate di cemento armato. L’antico ingresso dell’ipogeo è oggi ostruito dalla costruzione; si accede nelle due gallerie parallele da un tombino posto nel marciapiede in Via Latina.[99]


Le tendenze emerse

In tale contesto, si sono progressivamente strutturate due tendenze estreme che hanno, a loro volta, innestato dibattiti, polemiche, dure contrapposizioni.

1) Da una parte, si è inteso privilegiare una linea centrata su un’affermazione-chiave: siccome i riscontri storici sono, in talune situazioni, limitati, occorre prendere atto del fatto che non si può affermare una verità storica su determinati martiri. Meglio, quindi, fermarsi e non andare oltre.

2) Dall’altra, si è voluto integrare i dati mancanti in materia biografica «costruendo» storie molto deboli sul piano storico (quando non apertamente fantasiose). Da qui, il nascere in ambienti scientifici di rilievi fortemente critici, con il rafforzamento dell’idea che la ricerca sui martiri ha fornito risultati non soddisfacenti.

Tra questi due estremi, si deve, però, percorrere anche la strada dell’indagine paziente e graduale. Se da una parte occorre non cadere nel rischio di affermare ciò che è privo di riscontro storico, dall’altra – però – si deve prendere atto che il possedere dati incompleti, parziali, non implica «automaticamente» la cancellazione di riferimenti che attingono a memorie che, a loro volta, si collegano a specifici episodi. Se si ha l’accortezza di togliere in modo non rude una serie di «impostazioni» mirate all’edificazione dei fedeli e a sviluppare una catechesi popolare, si ritorna ad avere in mano degli elementi storici che, pur scarni, documentano un’essenzialità d’informazione. Le storie dei martiri, infatti, furono molto semplici nel loro dramma. I Cristiani venivano individuati e interrogati. Se non ripudiavano la propria fede erano uccisi. Tutto si svolgeva in modo rapido. Ciò è documentato anche dai verbali degli interrogatori che sono arrivati fino all’attuale periodo.[100]

C’è, infine, un ultimo aspetto da considerare. I martiri vennero certamente uccisi a motivo della loro fede. Non si deve, però, pensare a degli «eroi» insensibili alla paura, all’angoscia, al panico, al terrore, al dolore fisico e psichico. Ad eccezione di quanti riuscirono a imporsi un auto-controllo e a sostenere i confratelli, non dovettero comunque mancare coloro che affrontarono le tragedie del momento manifestando tutta la propria umanità. Non furono «impassibili». Furono umani.

Ciò, non deve condurre a una facile conclusione: chi subì per forza una condanna a morte non si può considerare testimone di Cristo fino allo spargimento del proprio sangue. Mancherebbe l’elemento della volontà.

Tale ragionamento, però, si rivela debole per alcuni motivi. Chi venne condannato a morte non sputò mai su qualche immagine cristiana per dimostrare la propria vicinanza agli dèi pagani. Non pregò né Giove, né la figura divinizzata dell’Imperatore. Non chiese di gettare incenso davanti ai simulacri sacri. Manifestò solo ciò che gli restava: la propria umanità. Nella violenta cancellazione del domani, nella distruzione dei nuclei famigliari, nelle situazioni ove solo le urla dei condannati bastavano a far capire che cosa stava avvenendo in quel momento, i crolli fisici segnarono la conclusione di un’esistenza terrena, ma non il termine di un cammino di fede. Nell’ora della prova, si può infatti respingere il dramma. Si può gridare fino allo spasimo. Ma ciò non significa cancellare una scelta esistenziale. Un orientamento-chiave. Una fede legata a un semplice Nome. Quello di Gesù.


Note

1 P. Pizzaballa, La presenza francescana in Terra Santa, Gerusalemme, Franciscan Printing Press, Gerusalemme 2005.

2 Su questo punto si rimanda a: A. Lombatti, Inchiesta sulla Bibbia, Lulu Press UK, London 2010, pagina 241 e seguenti.

3 L’antica Emmaus è da individuare probabilmente con il villaggio arabo di Imwas. Nel 1967 un’operazione dell’esercito israeliano eliminò l’abitato. Venne realizzato il Canada Park.

4 A seguito dei restauri intrapresi sulla chiesa di Sant'Anna in Gerusalemme (1888) furono ritrovati i resti di due grandi piscine con cinque portici. Un affresco riscoperto, situato su uno dei muri, rappresenta un angelo che smuove l'acqua (particolare ricordato nel Vangelo).

5 Questi testi si possono ordinare in qualsiasi libreria. Oppure si può scrivere al seguente indirizzo di posta elettronica: ordini@ilfiloonline.it.

6 Fiera Internazionale del Libro, Francoforte.

7 Giustino, Girolamo ed Epifanio riferiscono in merito a maledizioni giudaiche contro i Cristiani. Giustino, in particolare, si rivolge direttamente ai Giudei contestando il fatto che nelle sinagoghe si maledivano coloro che avevano aderito al Cristianesimo.

8 L’Ebraismo proibisce il culto della persona come forma di idolatria, poiché la credenza centrale della religione è l’unità assoluta e singolarità di Dio.

9 Per il teologo gnostico Basilide (e per altri autori) l’umanità e le sofferenze di Gesù Cristo furono apparenti, non reali. In tal modo veniva rimosso lo «scandalo della crocifissione».

10 Se il corpo fosse stato rubato, non si comprenderebbero le parole evangeliche che indicano il sudario del Cristo piegato in un angolo, a differenza delle bende lasciate per terra.

11 Un modo di vedere, tuttavia, per gran parte estraneo al dibattito scientifico e ai risultati ottenuti dal metodo storico-critico.

12 Riferimento: Luigi Cascioli, La favola di Cristo. Inconfutabile dimostrazione della non esistenza di Gesù, autopubblicato, 2002.

13 L’antica Nazareth era un agglomerato di case costruite lungo un pendio. Di frequente si utilizzavano ambienti sotterranei. Venivano ricavati abbastanza facilmente nel tenero calcare della montagna. Le abitazioni in muratura erano costruite in superficie o addossate alle grotte.

14 Rilevante il contributo offerto dal Professor Shlomo Pinés (1908-1990) dell’Università Ebraica di Gerusalemme.

15 Molto importante è risultata la traduzione del rabbino Isidore Epstein (1894-1962).

16 Su questo punto confronta anche: http://camcris.altervista.org/datavang.html

17 Gesù è l’adattamento italiano del nome aramaico «Yeshua», che significa «YHWH è salvezza» o «YHWH salva».

18 Ne è un esempio il classico libro di Werner Keller, La Bibbia aveva ragione, Garzanti, Milano 2007 (nuova edizione).

19 Un esempio: a dodici anni, i bambini che preparavano la loro iniziazione religiosa, il «bar mitzvah», si recavano con la famiglia al Tempio di Gerusalemme, dove potevano incontrare i dottori della legge e parlare con loro.

20 In Galilea, negli anni di Erode Antipa, operò a Sepphoris una banda capeggiata da Giuda, figlio di un certo Ezechia (aveva già causato disordini nel periodo di Erode il Grande), che provocò più incidenti, occupò il palazzo reale e si impossessò di molte armi (Flavio Giuseppe, Guerra Giudaica, 2-56; Idem, Antichità Giudaiche, 17, 10, 5).

21 Secondo il teologo evangelico tedesco Christian Geyer (1862-1929), sarebbero vissuti contemporaneamente due bambini Gesù. Uno era della linea natanica (Luca 3, 31), mentre l’altro proveniva dalla linea salomonica (Matteo 1, 6). Tale situazione è rimasta immutata fino al momento in cui l’io di Zaratustra del fanciullo salomonico è trapassato nel fanciullo natanico per far posto più tardi, con il battesimo, all’entità del Cristo.

22 G. Ravasi, Un divino «enfant terrible». Nascita e infanzia di Gesù secondo i Vangeli apocrifi, in «L’Osservatore Romano», 25 dicembre 2010.

23 Dato però che Tommaso è un soprannome, poiché Tōma in aramaico significa «gemello», e dato che Didimo (Δίδυμος in greco) ha il medesimo significato, Didimo Tommaso risulta una tautologia (non specifica nulla). Probabilmente il nome originale dell’Apostolo era Giuda. Tale nome è indicato in Taziano il Siro, nella Didaché, in Sant’Efrem il Siro, e nella Storia di Abgar.

24 Secondo un manoscritto, pubblicato da Nicolas Notovich, Issa (Gesù) avrebbe lasciato la Palestina, all’età di tredici anni. Unitosi a dei mercanti, attraversò la Mesopotamia e la Persia, arrivò fino al Sindh. Studiò la dottrina buddista. Passò poi in un’altra regione dell’India. Si dedicò allo studio dei Veda. Dopo sei anni entrò in conflitto con i bramini perché si rivolgeva anche ai fuori casta. Insegnava ad aiutare i poveri. A sostenere i deboli. A non fare nulla di male. A non desiderare le cose altrui. A non adorare una quantità di idoli, ma a rivolgere ogni preghiera al Dio unico ed eterno. Lasciata l’India, passò in Persia. Qui ebbe scontri con i magi. All’età di 29 anni, Issa (Gesù) fece ritorno in Palestina.

25 Sull’aspetto delle incognite confronta anche Luca 2, 25-35.

26 In Palestina le donne si fidanzavano all’età di 12-13 anni. Si sposavano a 13-14. Gli uomini si sposavano tra i 18 e i 24 anni.

27 Sefforis fu la capitale amministrativa e commerciale della Galilea. Tra il 10 e il 20 dopo Cristo il tetrarca Erode Antipa la fece ricostruire. Non si esclude che gli abitanti di Nazareth abbiano contribuito a tale ricostruzione prestando la propria manodopera.

28 Oltre ai serramenti in legno, i tetti a terrazza delle case israelite erano allestiti con travi connesse tra loro con rami, argilla, fango e terra pressata.

29 Dall’episodio del miracolo di Cana e da espressioni di Gesù Crocifisso, gli storici ritengono che Giuseppe sia morto poco prima dell’inizio della missione di Cristo tra i suoi contemporanei.

30 In località Ain Karem. La località è situata a circa otto chilometri dalla città vecchia di Gerusalemme.

31 Un accenno all’esistenza di clan familiari si trova in Luca 3, 1.

32 Le donne partorivano in casa o sotto una tenda (se facevano parte di una tribù nomade).

33 Nel VI secolo il monaco Dionigi il Piccolo, originario della Scizia, determinò nell’anno 754 di Roma la nascita di Gesù. Sbagliò di almeno quattro anni. Attualmente, il nostro calendario è in ritardo di almeno quattro anni rispetto alla data effettiva della nascita di Gesù.

34 Tra gli Ebrei dell’epoca, i bambini a cinque anni iniziavano l’istruzione religiosa e l’apprendimento del mestiere del padre.

35 Gesù era conosciuto come «il figlio del carpentiere» Giuseppe (Matteo 13, 55) e «carpentiere» egli stesso (Marco 6, 3).

36 L’espressione «era sottomesso» sta a significare: era rispettoso dei ruoli di ogni persona. Ne derivava un’ubbidienza.

37 Ogni Ebreo doveva essere pio (religioso) e giusto (rispettoso della Legge).

38 Gesù parlava correntemente aramaico. Sicuramente sapeva leggere (e scrivere) in ebraico. È ignoto se conoscesse il latino o il greco.

39 Ad esempio, i genitori di Maria non sono mai nominati nei testi biblici canonici. La loro storia fu narrata per la prima volta negli apocrifi Protovangelo di Giacomo e Vangelo dello pseudo-Matteo.

40 Su questo punto: Y. Christe, L’image du Christ jeune, in: «La Vie spirituelle», 704, 1993, 189-207. Confronta anche: H. Pfeiffer, Ragioni storiche, teologiche e politiche per la tradizione del volto di Gesù nei secoli, in: «Il volto dei volti. Cristo», volume II, Velar, Gorle-Bergamo 1998; Idem, L’immagine di Cristo nell’arte, Città Nuova, Roma 1986; Idem, La storia dell’immagine di Cristo nell’arte, in P. Coda-L. Gavazzi, L’immagine del divino, Mondadori, Milano 2005, 48-58; G. Schiller, Ikonographie der christlichen Kunst, volumi I-III, Mohn, Gütersloh 1966-1971; P. Szubiszewski, «Cristo», in Enciclopedia dell’Arte Medievale, V, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma 1994, 493-521.

41 Police Create Image of Jesus as a Child Using Shroud of Turin, Computer Forensics, in «ABC News», 5 maggio 2015.

42 Su questo punto confronta ad esempio anche: M. Simonetti, Il Vangelo e la storia. Il Cristianesimo antico (secoli I-IV), Carocci, Roma 2010. T. Verdon, Il Cristianesimo a Roma nel I secolo, da Augusto a Nerone, in «L’Osservatore Romano», 21-22 settembre 2009.

43 Esempi. 1) Il primato romano era ritenuto privo di fondamento scritturistico (scisma del 1054 tra Chiesa greca e latina). 2) Nella teologia protestante non esiste successione apostolica legata all’Ordine sacro. Il concetto di apostolicità rimane nel senso di un collegamento ideale con l’insegnamento degli Apostoli, attraverso un’operosa fedeltà all’insegnamento del Nuovo Testamento.

44 Per tale motivo ci si limita solo a un esempio: S. Falasca-G. Ricciardi, Itinerari dello Spirito. La Roma cristiana, San Paolo, Cinisello Balsamo 2014.

45 Le prime testimonianze di contatti ufficiali tra Gerusalemme e Roma risalgono alle ambascerie inviate dai Maccabei a partire dal 161 avanti Cristo. Il nucleo originario, la cui datazione viene indicata tra il II e il I secolo avanti Cristo, si accrebbe notevolmente con l’arrivo dei prigionieri portati a Roma tra il 63 e il 61 avanti Cristo ( in seguito alla campagna militare di Pompeo in Giudea).

46 http://www.treccani.it/enciclopedia/santo-pietro-apostolo/

47 Monumenti celebrativi posti sopra il luogo di sepoltura degli Apostoli Pietro e Paolo.

48 Eusebio di Cesarea, nella sua Historia Ecclesiastica (II, 25, 5), riporta un passo significativo. Riguarda un presbitero romano di nome Gaio, presente al tempo di Papa Zefirino (199-217). Questi dichiara che a Roma si conservavano le memorie funerarie di Pietro e Paolo: «Io posso mostrare i trofei (tà tròpaia) degli Apostoli: se vai infatti sul colle Vaticano o sulla via Ostiense, troverai i trofei di coloro che fondarono questa chiesa».

49 La tradizione collega il Vangelo di Marco con Roma. Solo Giovanni Crisostomo assegna il Vangelo ad Alessandria. Il testo fu scritto per i Cristiani non palestinesi (di origine pagana). Al riguardo, si osserva una scarsa preoccupazione di mostrare il legame del Vangelo con l’Antico Testamento. Per questo motivo l’Evangelista deve spiegare le usanze giudaiche (Marco 7, 3-4; 14, 12; 15,42), dare dettagli geografici (Marco 1, 5-9; 11, 1), sottolineare l’importanza del messaggio evangelico per i pagani (Marco 7, 27; 8, 1-9; 10, 12, 11, 17; 13, 10) e tradurre parole aramaiche (Marco 3, 17; 5, 41.34; 10, 46; 14, 36; 15, 22.24). Inoltre i riferimenti alla persecuzione (Marco 8, 34-38; 10, 38-39; 13, 9-13) sembrano avallare la tradizione di una provenienza romana.

50 Su questo punto confronta anche: C. M. Martini, Il segreto della Prima Lettera di Pietro, Piemme, Casale Monferrato 2005. E. Scognamiglio, Il ritorno del Signore. Lectio divina sulla Seconda Lettera di Pietro, Paoline, Milano 2007.

51 Su questo punto confronta anche Romani 2, 25-29.

52 Un rappresentante dell’eresia montanista radicata nella Frigia.

53 Alcuni storici insistono nell’affermare la presenza di una «federazione» tra Chiese. La posizione appare debole perché non tiene conto del comune aspetto dottrinario e dell’interazione tra comunità.

54 Tacito, Annali, XV, 44.

55 Si ritiene che la persecuzione neroniana si attuò in più fasi. Nerone morì il 9 giugno 68 dopo Cristo.

56 Tellus fu la dea romana della terra, protettrice della fecondità, dei morti e contro i terremoti.

57 Titolo che in precedenza spettava al capo del collegio dei sacerdoti.

58 J. Champeaux, La religione dei Romani, Il Mulino, Bologna 2002.

59 Su questo punto confronta anche Romani 16, 17; I Corinzi 1, 10; 1, 10-16; 3, 4; 11, 18;11, 19; II Pietro 2, 1-3.

60 In linea generale (co-presenza di più dottrine), gli gnostici tendevano a distinguere tra un Dio vetero-testamentario (potenza inferiore del malvagio Demiurgo, creatore di tutto il mondo materiale), e un Dio neo-testamentario (Eone perfetto ed eterno, generatore degli eoni Cristo e Sophia, incarnati sulla Terra rispettivamente come Gesù e Maria Maddalena). Si insisteva nel rifiutare la risurrezione del corpo di Cristo. Quest’ultimo, dopo la morte, era tornato sulla Terra solo nella sua forma divina, liberato dal corpo materiale. Ai discepoli aveva rivolto un insegnamento segreto (tramandato per via occulta a favore di pochi eletti, senza tener conto della gerarchia ecclesiastica). Infine, gli gnostici affermavano che la salvezza doveva essere raggiunta attraverso delle esperienze personali. Non era necessario lo studio dei testi canonici.

61 http://it.cathopedia.org/wiki/Eresie_dei_primi_secoli

62 Ogni abitazione poteva accogliere un numero limitato di persone.

63 Per tale motivo venne istituito il catecumenato.

64 La domenica è il giorno del Signore.

65 «Amen»: «così sia».

66 Quest’ultimo passaggio offre un dato storico importante. Riguarda le opere assistenziali nella Chiesa primitiva.

67 Il «dies solis» era il «giorno del Sole» (in onore della divinità del «Sol Invictus»). Con il Cristianesimo divenne il «dies Domini».

68 Venere.

69 Giustino, Prima apologia a favore dei Cristiani, capitolo 67 (PG 6, 427-431).

70 Svetonio, Vita Claudii, XXIII, 4.

71 Case private a disposizione della comunità.

72 Ambienti usati stabilmente per i riti cristiani. Assumevano il nome dal proprietario che aveva donato l’immobile, o dalla persona che aveva trasformato la struttura in luogo di culto.

73 Confronta anche: C. Pavia, Guida delle catacombe romane. Dai Tituli all’ipogeo di Via Dino Compagni, Gangemi Editore, Roma 2015.

74 Su questo punto confronta anche: http://www.ucroma.it/wp-content/uploads/2008/11/corso-storia-della-chiesa-di-roma-pdf-per-ucroma.pdf

75 P. Adnès, L’Unzione degli infermi, Storia e teologia, San Paolo, Cinisello Balsamo 1996.

76 V. Fiocchi Nicolai, F. Bisconti, D. Mazzoleni, Le catacombe cristiane di Roma. Origini, sviluppo, apparati decorativi, produzione epigrafica, Schnell Steiner, Regensburg 1998.

77 Erano comunque frequenti gli incendi a Roma.

78 Il palazzo che venne effettivamente edificato fu la «Domus Aurea».

79 Indubbia la funzione sacrale legata alla presenza di acqua sorgiva (esistenza di un piccolo pozzetto) sottolineata anche dal rinvenimento di un contesto votivo databile dal V alla fine del III secolo avanti Cristo.

80 Scalinata di accesso al colle Campidoglio.

81 Vincitore dei Romani nel 321 avanti Cristo (battaglia delle «Forche Caudine»).

82 La consacrazione sarebbe avvenuta nel IV secolo con Papa Silvestro I (morto nel 335), ma la costruzione della chiesa vera e propria fu effettuata su richiesta di Paolo III (Pontefice dal 1534 al 1549).

83 Sulla parete ad Est del «Tullianum» esiste tuttavia un portale in ferro che conduce ad altri ambienti, tutt’ora poco esplorati.

84 Gaio Sallustio Crispo, De Catilinae coniuratione.

85 Il Genio era la divinità personale che proteggeva e governava la vita di ogni persona.

86 Non sacrificando agli dèi rinnegavano la religione di Stato, si dimostravano così «ostili» a quanto unificava l’Impero.

87 Perché non credevano negli dèi pagani.

88 Calamità naturali, carestie, epidemie.

89 Invasioni dei barbari, sconfitte militari.

90 Fu il primo barbaro a raggiungere la porpora imperiale.

91 Proveniva dalla provincia dell’Illiria.

92 Acclamato Imperatore dalle legioni.

93 Di modesta famiglia illirica.

94 Proveniente da una famiglia dedita alla pastorizia.

95 Lattanzio, De mortibus persecutorum, capitolo XLVIII.

96 Luogo ove si preparavano coloro che dovevano svolgere compiti all’interno del palazzo imperiale.

97 Marco Minucio Felice, Octavius, VIII, 4-IX, 7. L’opera è datata alla fine del II secolo-inizio del III.

98 Il Ministero dei Trasporti e il Palazzo delle Ferrovie vennero edificati sull’area ove si trovava il cimitero di Nicomede (inizio Via Nomentana).

99 F. Bisconti, Il restauro dell’ipogeo di Via Dino Compagni. Nuove idee per la lettura del programma decorativo del cubicolo «A», Pontificia Commissione di Archeologia Sacra, Città del Vaticano 2003. L. De Santis-G. Biamonte, Le catacombe di Roma, Newton & Compton Editori, Roma 1997, pagine 281-289.

100 Atti e Passioni dei Martiri, Mondadori, Milano 1987.


Alcune indicazioni bibliografiche

Pier Luigi Guiducci, «Gesù di Nazareth è esistito? La ricerca. Le fonti non cristiane. I riscontri», Albatros, Roma

Pier Luigi Guiducci, «Tuo padre ed io ti cercavamo… La Sacra Famiglia di Nazareth. Tre vocazioni. Tre sì a Dio», Albatros, Roma

Pier Luigi Guiducci, «Per la fede. Per i fratelli. Elementi significativi della storia della Chiesa di Roma dal I al IV secolo», Albatros, Roma

Pier Luigi Guiducci, «Testimoni? La presenza degli Apostoli Pietro e Paolo a Roma. Le prove storiche. L’insegnamento. I drammi», Albatros, Roma

Pier Luigi Guiducci, «Nell’ora della prova. La testimonianza dei martiri cristiani a Roma dal I al IV secolo», Albatros, Roma.

(gennaio 2017)

Tag: Pier Luigi Guiducci, storici e Chiesa degli inizi, la Sacra Famiglia di Nazareth, esistenza storica di Gesù Cristo, storia della Chiesa di Roma, la presenza degli Apostoli Pietro e Paolo a Roma, la testimonianza dei martiri cristiani a Roma, indagini storiche sul Cristianesimo.