Il Battistero paleocristiano di San Giovanni in Fonte a Napoli
Storia di un piccolo gioiello dell’arte paleocristiana

Il Battistero di San Giovanni in Fonte a Napoli è una preziosa testimonianza dell’arte paleocristiana e della fede dei primi Cristiani, seguitemi e vi svelerò il perché.

Napoli, come ogni città dai lunghi natali, ha un patrimonio culturale e artistico inestimabile, conserva capolavori unici che meritano di essere conosciuti e rientra in questa categoria il battistero più antico d’Europa, più antico addirittura di ben trent’anni del battistero del Laterano voluto da Papa Sisto III a Roma, è, insomma, la più antica testimonianza musiva dell’arte e della fede paleocristiana in Occidente, che presenta elementi innovativi che saranno ripresi solo dopo quasi un secolo dalla Roma Papale e dalla bizantina Ravenna. Tutto questo è presente nel piccolo battistero di San Giovanni in Fonte nel Duomo di Napoli.


Il Battistero paleocristiano di San Giovanni in Fonte nel Duomo

L’Editto promulgato da Costantino nel 313 dopo Cristo consentì al Cristianesimo di manifestarsi liberamente attraverso imponenti basiliche e di illustrare la nuova fede attraverso preziosi mosaici. Tali scene illustravano episodi tratti dalle Sacre Scritture già ben definiti e conosciuti, ciò può sembrare una cosa scontata ma non fu proprio così, anzi, la nascita di un repertorio cristiano fu un processo lungo e complesso con una serie di difficoltà che i primi artisti cristiani dovettero affrontare.

Il problema più grande fu quello di esprimere, attraverso delle immagini, un nuovo Credo senza farsi scoprire troppo, non bisogna dimenticare che le più antiche testimonianze dell’arte paleocristiana sono state rinvenute in luoghi «nascosti», non ufficiali, come le catacombe e le «domus ecclesiae». La scelta, apparentemente semplice, fu quella di sfruttare un repertorio classico e quindi pagano dandogli un nuovo significato compreso solo da chi era convertito. Questo connubio tra arte pagana e contenuti cristiani trasformò l’arte da puro piacere estetico a nuovo strumento didattico e sociale; gli episodi tratti dalle Sacre Scritture servivano principalmente a mostrare la presenza e l’intervento di Dio nelle situazioni di difficoltà, descrivevano l’aldilà, erano utilizzati come strumenti teologici e illustravano una pratica liturgica.

Il Battistero di San Giovanni in Fonte a Napoli si colloca perfettamente nella fase in cui l’arte cristiana usciva dalle «domus ecclesiae» per entrare nelle maestose basiliche.


Storia di un piccolo gioiello dell’arte paleocristiana

Questo piccolo gioiello si trova nel Duomo e più precisamente alla fine della navata destra di Santa Restituta. Essa è un importante esempio paleocristiano per le sue peculiarità architettoniche e per i mosaici che conserva nonostante il lungo abbandono e gli innumerevoli restauri subiti nel tempo; a completare la tripletta, c’è la chiesa dedicata alla Madonna dell’Assunta, l’antica Stefanìa.

Non tratterò oggi del Duomo napoletano perché la sua storia è articolata e merita spazio ma visitarlo fa bene agli occhi, oltre che all’anima, per la sua bellezza folgorante frutto della storia che ha saputo mixare sapientemente l’architettura gotica con la luce barocca, passando per le modifiche dettate dalla Controriforma. Vi consiglio di ammirare anche la cappella di «facciagialla» conosciuto ai più come San Gennaro, il patrono indiscusso di Napoli e dei Napoletani.

Quando si osserva il battistero napoletano è importante tener presente alcuni aspetti importanti che riguardano il contesto culturale, religioso e politico in cui fu realizzato.

La città di Napoli dal 536 dopo Cristo, anno della conquista della città da parte di Belisario a capo delle truppe bizantine, rinnovò la sua anima greca perché riallacciò con Bisanzio un intenso rapporto politico, commerciale, culturale e artistico, fino al 1139, anno della conquista della città da parte dei Normanni.

Il secondo dato è che Napoli mantenne viva anche la sua anima latina grazie all’intenso scambio commerciale e culturale con Roma e con il Nord Africa attraverso i suoi due porti principali, Puteoli, l’odierna Pozzuoli, e quello napoletano.

Da questi due dati si ricava un terzo dato, gli elementi architettonici e artistici presenti nelle sopravvissute basiliche paleocristiane napoletane testimoniano questa complessa «koinè» culturale, per farvi un’idea vi rimando alla descrizione dell’abside aperta della basilica di San Giorgio Maggiore.

Il battistero di San Giovanni in Fonte fu fondato dal Vescovo Severo durante il suo lungo episcopato che si snodò dal 363 al 409, fondò altri importanti edifici di culto ma quelli giunti a noi sono la già menzionata basilica di San Giorgio Maggiore e la basilica di San Gennaro «extra moenia» costruita sulle omonime catacombe. Il suo episcopato si svolse durante un periodo in cui era feroce il dibattito sulla questione ariana, considerata eretica, e un paganesimo ancora molto vivo, per queste complesse ragioni il rito del battesimo, per chi si convertiva, era molto sentito.

E molto sentita era anche la scelta delle parole per indicare luogo e rito: la parola «battistero», «baptisterium» dal greco, usata per indicare la piscina del «frigitarium» nelle terme romane, fu scelta dai primi Cristiani per indicare il lavacro dove si purificava, però, l’anima, mentre la parola greca «bastisma», «battesimo», che significava «immergere», assunse in questo rito il significato di annegare, morire, per poi risorgere spiritualmente nella nuova fede.

Altresì complessa fu la scelta dell’edificio dove si svolgeva il battesimo, doveva evocare contemporaneamente la morte e la rinascita e la scelta cadde sulla forma architettonica del mausoleo pagano a pianta centrale per rimarcare il significato di rinascita. Solo successivamente il battistero verrà costruito a pianta ottagonale.

Il battistero di San Giovanni in Fonte, invece, fu costruito con una insolita pianta quadrata e ciò lo rende, da un punto di vista architettonico, unico nel panorama paleocristiano; è coperto da una cupola a sesto ribassato che si collega alla base quadrata mediante un bel tamburo ottagonale che forma quattro nicchie angolari, al centro c’è una vasca in cocciopesto incassata nel pavimento.

Il battistero era indipendente rispetto alla basilica paleocristiana di Santa Restituta ma nel XIII secolo venne inglobato nel nuovo Duomo angioino e fu utilizzato fino alla metà del Cinquecento. Dopo la Controriforma, il battistero perse la sua funzione, venne abbandonato e utilizzato come passaggio dall’episcopio alla basilica.


Rito e mosaici del battistero più antico dell’Occidente

I mosaici conservati all’interno del battistero napoletano illustravano al neofita la sua nuova vita spirituale dopo il battesimo, che avveniva solo durante la notte di Pasqua.

La cupola e il tamburo originariamente dovevano essere ricoperti da otto scene separate da elementi floreali, ma il tempo inclemente ha fatto sopravvivere solo quattro di esse, tutte hanno come elemento comune l’acqua, simbolo, appunto, di purificazione e di rinascita e, nonostante la parziale perdita del ciclo musivo, la bellezza delle scene è immutata.

Da un punto di vista stilistico, le scene scelte sono uniche nel panorama artistico occidentale mentre erano comuni in quello orientale.

Al centro della cupola, in una grande volta celeste troviamo la Croce Monogrammatica sorretta dalla mano di Dio e la cornice a fondo d’oro che circonda la calotta è decorata da rami, canestri di frutta sui quali poggiano diversi tipi di uccelli che si nutrono dei frutti della terra promessa, è l’allegoria dell’Eucarestia poiché al centro spicca la fenice nimbata, simbolo del Cristo Risorto.

Accanto troviamo le quattro sopravvissute scene evangeliche: la «Traditio Legis», Gesù che porge a Pietro il rotolo con le Leggi; la raffigurazione delle Nozze di Caana e la Samaritana al Pozzo la cui continuità narrativa è data dall’acqua e dal personaggio femminile che è sia la sposa di Caana sia la peccatrice al pozzo, è una delle più complesse scene artistiche in cui si descrive in poche immagini il passaggio del battezzato da peccatore a Santo perché ha trovato Cristo; la terza scena di difficile interpretazione perché danneggiata, raffigura un uomo nimbato e parte del mare e una barca, forse rappresenta o la pesca miracolosa o Pietro salvato dalle acque da Gesù o la chiamata di Pietro e Andrea; nella quarta scena troviamo l’Apparizione dell’Angelo alle Pie Donne al Sepolcro, è una rarità tutta napoletana perché i personaggi così disposti si trovano solo nelle raffigurazioni orientali, in Occidente saranno presenti solo successivamente e in rari esempi.

Nelle quattro nicchie angolari erano raffigurati i simboli dei quattro Evangelisti, ne sono sopravvissuti solo due ossia l’agnello e il leone muniti di tre paia di ali, altra peculiarità tutta napoletana rispetto al panorama occidentale perché solitamente venivano raffigurati con quattro coppie di ali. Sull’arco dell’absidiola troviamo la scena del Buon Pastore.

Tali sopravvissute testimonianze mostrano una Napoli aperta nel recepire le novità artistiche e architettoniche provenienti dallo stretto rapporto commerciale con l’Oriente Cristiano; tali novità le troveremo a Roma e nell’arte occidentale solo tra il V e il VI secolo.

Con l’entrata in scena dei Longobardi, Napoli, nonostante il lungo Ducato Bizantino, iniziò progressivamente a staccarsi dall’orbita orientale per entrare in quella europea più influenzata da culture cosiddette «barbare». Siamo ormai entrati nel Medioevo.

Articolo in media partnership con polveredilapislazzuli.blogspot.it
(gennaio 2018)

Tag: Annalaura Uccella, battistero paleocristiano di San Giovanni in Fonte a Napoli, Santa Restituta, Vescovo Severo, Croce Monogrammatica, fenice nimbata, Ducato Bizantino, Napoli, arte paleocristiana.