Stato etico: l’esperienza di Niccolò Giani
Una breve vita (1909-1941) all’insegna di valori non negoziabili

La scienza politica contemporanea ha teorizzato un divario sostanzialmente incolmabile fra lo Stato di diritto e lo Stato etico, con una tesi che non può essere condivisa: oggi, c’è bisogno di un forte supporto morale proprio per lo Stato di diritto, che deve affidarsi a valori universali per poter essere credibile e per assicurare la convinta collaborazione di tutti, necessaria anche dal punto di vista della funzionalità tecnica.

Niccolò Giani, Medaglia d’Oro al Valor Militare, caduto sul fronte albanese nell’ormai lontano 1941, appartiene all’eletta schiera dei Giuliani (era nato nel 1909 a Muggia) che in epoche diverse hanno meritato la massima onorificenza: uomo di profonda cultura, giornalista di rango, Alpino di antica fede, Italiano tutto d’un pezzo, aveva fatto della Patria la ragione prioritaria di vita, perché credeva nel carattere etico di uno Stato con cui andava a fondersi, sulle orme di Giovanni Gentile, l’identità della Nazione, completando gli auspici del migliore Risorgimento. A tre quarti di secolo dalla scomparsa, è cosa buona e giusta elevare un pensiero ai valori che ne suffragarono l’estremo sacrificio.

L’epoca contemporanea è governata dal relativismo, o peggio ancora, dal perseguimento di interessi contingenti, anche ad alti livelli politici. Ecco un’ulteriore buona ragione per rammentare ai troppi immemori chi è stato capace di inserire i valori morali nella necessaria struttura giuridica, ma prima ancora, in un quadro di concezione quasi religiosa dello Stato, attento alle istanze sociali, all’educazione dei giovani, e soprattutto, al primato della coscienza.

Giani, oltre ad essere uomo di alte riflessioni, fu teorico e sostenitore del fascismo, tanto da assumere la prima cattedra universitaria della sua dottrina (dopo avere conseguito anche la docenza in Diritto del lavoro) ma nello stesso tempo, pervicacemente critico nei confronti di una gerarchia arrivista e carrierista. Per questo, fu incurante delle accuse di astrazione irrealistica che gli venivano rivolte, e sempre pronto a battersi da volontario in prima linea, come sul fronte etiopico nel 1936, su quello francese nel 1940, ed infine su quello albanese, dove avrebbe immolato la giovane vita nell’anno successivo, suscitando l’ammirazione degli stessi avversari, che diedero un importante contributo al ritrovamento delle sue spoglie mortali.

Grande idealista, fu consapevole di appartenere ad una minoranza eletta che imponeva di coniugare al meglio il pensiero con l’azione, e della quale fecero parte, fra gli altri, il celebre pittore fiorentino Ottone Rosai e Berto Ricci: quest’ultimo, pensatore e poeta del fascismo «universale», caduto in Africa, anch’egli da volontario ed accomunato a Giani da un destino nobilmente analogo.

Oggi, è congruo richiamare l’attenzione e la memoria storica su un’esperienza che sembra lontana anni-luce dalla sensibilità contemporanea ma consente di leggere in un’ottica non convenzionale, e staremmo per dire autentica, chi volle schierarsi, senza «se» e senza «ma», dalla parte che più tardi sarebbe stata definita «sbagliata» mentre era solo quella della Patria in armi; dall’altra, perché sottolinea la volontà di tenere alta la bandiera dell’ethos, nella consapevolezza che nel volgere degli eventi e nella maturazione delle idee nulla è mai definitivo.

Un sommo filosofo italiano, Giambattista Vico, ha posto in evidenza come il mondo proceda per corsi e ricorsi, alla stregua di un andamento ciclico in ardua ma costante evoluzione positiva: alle epoche di crisi etica e politica, caratterizzate dalla ferinità e dalla degenerazione nel materialismo e nell’edonismo esteriore, seguono quelle di consapevolezza e di ripresa. Proprio per questo, non si deve disperare: c’è sempre una Provvidenza che vede e decide quando e dove intervenire, ma l’uomo è chiamato a collaborare per quanto di sua competenza, con fede sicura ed impegno costante.

Chi intende perseguire, secondo etica e logica, una reale ed effettiva riconciliazione nazionale, deve essere capace di comprendere, e per quanto possibile, di accettare, in specie nel campo dei vincitori, la realtà delle scelte «sbagliate» o presunte tali, se assistite, come nel caso di Giani, dalla buona fede, dall’onore, e da un alto senso dello Stato.

Va da sé che il giudizio storico non può prescindere dallo spirito del tempo e da una congiuntura politica in cui imperavano il nazionalismo, il colonialismo e l’imperialismo, spesso in misura ben più coercitiva di quanto accadesse nelle addolcite versioni «all’italiana». Ciò non significa che quel giudizio non possa e non debba essere attualizzato, sulla scorta della metodologia storiografica contemporanea, per trarne l’essenziale in chiave etica, valido sempre: la capacità di sacrificio per il bene collettivo, l’impegno per la cooperazione, la forza determinante della volontà, la coerenza cristallina, l’amore per la famiglia e per la Patria.

Si afferma spesso che i giovani di oggi sono privi di veri ideali e che si rifugiano in uno sterile materialismo edonista, fonte di tante rovine. È tristemente vero, ma la conoscenza di uomini come Niccolò Giani, e del loro esempio di vita ben oltre la morte, potrebbe essere un buon antidoto, o se non altro, un invito alla meditazione ed al ripensamento.

(marzo 2016)

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