Il Trattato Italo-Jugoslavo di Osimo (10 novembre 1975)
Alto tradimento e reato imprescrittibile


Premessa

La storia italiana, al pari di quella mondiale, è contrassegnata da una serie di eventi che non è possibile rimuovere dalla memoria e dalle coscienze civili: da un lato, per gli effetti immediati di natura politica ed economica, e dall’altro per le conseguenze che, unitamente alle loro matrici, vanno a determinare sugli orientamenti decisionali e sullo spirito collettivo, senza dire di quelle sui destini delle persone direttamente coinvolte. Il trattato di Osimo non fa eccezione, né potrebbe essere diversamente, perché ha costituito una novità assoluta nella storia delle relazioni diplomatiche: a memoria d’uomo, non era mai accaduto che uno Stato sovrano come l’Italia rinunciasse alla sovranità su una quota importante del proprio territorio senza alcuna contropartita, come accadde nella fattispecie.

La firma ebbe luogo 40 anni or sono, precisamente il 10 novembre 1975, da parte del Ministro per gli Affari Esteri della Repubblica Italiana, Mariano Rumor, e del suo omologo jugoslavo Milos Minic, in un clima di frettolosa segretezza[1] motivata da ragioni di opportunità che intendevano nascondere alla pubblica opinione un evento non certo accettabile sul piano giuridico e meno che mai su quello etico-politico. Del resto, le lunghe trattative erano state condotte in analoghe condizioni di riservatezza, se non anche da consorteria, ed il Governo Italiano le aveva affidate, sia nelle fasi intermedie che in quella conclusiva, a soggetti sostanzialmente inidonei, perché estranei al mondo diplomatico, ma appartenenti ad altre burocrazie statali. Non a caso, alla vigilia della firma si registrarono le clamorose dimissioni dell’ambasciatore Camillo Giurati, responsabile ministeriale per la regolamentazione delle frontiere e delle acque territoriali, in segno di protesta per essere stato tenuto all’oscuro di tutta la vicenda. Anche questo non era mai accaduto.

Con Osimo e con la successiva ratifica, avvenuta dopo un anno e mezzo, l’Italia decise di trasferire alla Jugoslavia la sovranità statuale sulla cosiddetta Zona «B» del Territorio Libero di Trieste: una realtà giuridica che, pur essendo prevista nel trattato di pace, non era mai stata costituita in soggetto politico con adeguati atti formali e con le conseguenti statuizioni normative. Al riguardo, basti dire che le parti non si sarebbero mai accordate nemmeno sulla nomina del Governatore. C’è di più: la precedente linea di demarcazione con la Zona «A» divenne confine di Stato introducendo un’ulteriore modifica a favore della Jugoslavia che prevedeva il trasferimento alla Zona «B» di Albaro Vescovà, Crevatini e frazioni minori, sacrificando qualche migliaio di residenti, e costringendoli a prendere le vie dell’esilio in aggiunta ai 350.000 che li avevano preceduti dall’Istria, da Fiume e dalla Dalmazia, segnatamente nel primo decennio post-bellico. Complessivamente, con il trattato di Osimo venne ceduta alla Repubblica Federativa Jugoslava tutta l’Istria Nord-Occidentale ad eccezione di Muggia, in aggiunta alla perdita molto più ampia del 1947 comprensiva di Fiume, Zara e degli altri distretti istriani: in pratica si riconosceva la sovranità di Belgrado sul territorio di parecchi Comuni importanti come Buie, Capodistria, Isola, Pirano, Portorose, Umago.

Naturalmente, la responsabilità politica, al di là dei pur giustificati dubbi sulle reali competenze dei plenipotenziari italiani guidati da un alto dirigente del Dicastero dell’Industria, il dottor Eugenio Carbone, fu soprattutto del Governo, e con esso di Camera e Senato che votarono l’adesione preliminare, e poi la legge di ratifica, sia pure con diffuse e motivate sofferenze di cui restano testimonianze probanti, ed in qualche caso persino toccanti, negli Atti parlamentari.

Oggi, ad un quarantennio da Osimo, è possibile fare il punto sulle ragioni che indussero determinazioni tanto opinabili, e collocarsi in una prospettiva storica per quanto possibile oggettiva, ma nello stesso tempo in un’ottica di inevitabile «contemporaneità». In effetti, la prassi «osimante» fece scuola, si tradusse in ulteriori cedimenti di carattere politico ed economico e quindici anni dopo la ratifica pervenne, quale conseguenza di maggiore visibilità, al riconoscimento delle nuove Repubbliche indipendenti di Croazia e Slovenia sorte all’inizio degli anni Novanta dalla dissoluzione jugoslava: anch’esso, come il trattato del 10 novembre 1975, senza alcuna contropartita. Eppure, i problemi del confine orientale, alcuni dei quali tuttora insoluti, non erano di scarsa consistenza: anzi tutto il riconoscimento della verità storica, e poi la tutela dei monumenti e delle tombe italiane oltre confine, la sorte dei beni immobili già appartenenti agli esuli, il regime delle acque territoriali, gli accordi per la pesca in Adriatico, e così via.

La storia non è maestra di vita[2] come si usa affermare con un’espressione piuttosto abusata, perché altrimenti non si commetterebbero, spesso con pervicacia, gli stessi errori del passato. Nondimeno, l’analisi delle motivazioni che portarono ad Osimo e degli effetti che ne derivarono a breve e lungo termine è ugualmente importante: se non altro perché risulta utile a collocare i problemi, compresi quelli di oggi, in una dimensione storica esauriente ed a riconoscere nella politica estera italiana verso la Jugoslavia ed i suoi eredi la continuità, salvo rare eccezioni, di una posizione di «debolezza e di scarsa coscienza nazionale»[3].

Nella felice silloge di Massimo De Leonardis è stato puntualmente rilevato che nulla e nessuno avrebbe potuto obbligare l’Italia ad una scelta così pregiudizievole, «se non una visione della storia e della politica improntata al cedimento ed al pessimismo» in cui non si sarebbero riconosciuti «i protagonisti del decennio successivo: il Presidente Americano Ronald Reagan ed il Papa Giovanni Paolo II. Quando però la Jugoslavia ed il comunismo crollarono, l’Italia aveva già rinunciato alle sue carte più forti»[4].

In tutta sintesi, l’Italia del 1975 non era più quella che aveva subito il «diktat» ma nonostante le diverse condizioni politiche ed economiche era rimasta subordinata agli interessi delle grandi Potenze Occidentali, ed in primo luogo degli Stati Uniti, che continuavano a considerare la Jugoslavia alla stregua di un opinabile bastione anti-sovietico: tutto ciò, senza comprendere che la Repubblica Federativa contava soltanto sul carisma personale di Tito, e che l’età avanzata del Maresciallo avrebbe consentito, in tempi non lunghi, di riaprire la questione adriatica a tutto vantaggio del Governo di Roma.


Il quadro di riferimento

Alla metà degli Settanta, quando il trattato di Osimo divenne realtà dopo un lungo periodo di incubazione, le condizioni politiche internazionali, ed a più forte ragione quelle interne, erano mature per l’evento. Nel quadro mondiale, il 1° maggio 1975 si era conclusa la guerra vietnamita con l’abbandono di Saigon da parte delle forze statunitensi, e già da parecchi anni la politica di «non allineamento» del Maresciallo Tito, Presidente a vita della Jugoslavia, era stata premiata dalle attenzioni dell’Occidente, culminate nella visita di Stato che il Presidente Americano Nixon gli aveva reso a Belgrado già dal 1971, nonostante la negazione dei diritti fondamentali da parte del Regime, che nello stesso periodo, fra i tanti delitti contro l’umanità, dopo una cattura avvenuta con l’inganno aveva condannato a sette anni di carcere duro un intellettuale dissidente naturalizzato francese, Mirko Vidovich, responsabile di avere scritto alcune poesie critiche nei confronti del dittatore: un atto proditorio immotivato cui fece seguito una crisi diplomatica risolta in tempi lunghi con l’intervento dell’Eliseo.

Sempre nel 1971 Tito era stato ricevuto in Vaticano dal Pontefice Paolo VI assieme all’ultima moglie Jovanka, completando il processo di riavvicinamento alla Santa Sede che era iniziato un quinquennio prima con la ripresa delle relazioni diplomatiche. La posizione jugoslava, collocandosi in un ruolo apparentemente equidistante da Mosca e da Washington, acquisiva crescente credibilità, resa più accentuata dalla tensione col regime dei colonnelli greci che sarebbe crollato nel 1974, e dall’eliminazione in pari data di un gruppo sovversivo di ispirazione nazionalista.

Nel frattempo Tito valorizzava al massimo la sua «leadership» nel movimento dei Paesi non allineati che giunsero ad un massimo di 47 ma con la sola Jugoslavia a rappresentarvi il continente europeo, e non trascurava di polemizzare con presunte «organizzazioni irredentiste e revansciste» italiane, sollecitando nei loro confronti un impegno a tutto campo e trovando ascolto anche a Roma, in specie negli ambienti della Sinistra Italiana. In realtà, si trattava delle Associazioni degli Esuli che erano sorte sin dall’immediato dopoguerra con scopi assistenziali prioritari e che, terminato il periodo dell’emergenza, avevano acquisito finalità prevalentemente culturali, non certo in grado di perseguire rivendicazioni a carattere territoriale (sebbene presenti in qualche statuto quale «Grundnom» di valenza puramente etica) e di compromettere i rapporti di politica internazionale.

In Italia si vivevano momenti difficili. Nel 1975 persero la vita almeno dodici vittime degli «opposti estremismi», tra cui gli studenti di Destra Mikis Mantakas e Sergio Ramelli, e la brigatista rossa Mara Cagol, compagna di Renato Curcio. Il Presidente della Repubblica, Giovanni Leone, poche settimane prima della firma di Osimo, indirizzò un messaggio al Paese per invitarlo a fare quadrato contro le difficoltà dell’ora, in un clima di forte disagio che aveva già visto il notevole successo del Partito Comunista nelle elezioni amministrative di giugno, tradottosi in un avanzamento di oltre cinque punti, e non era stato estraneo all’abbassamento della maggiore età a 18 anni votato in marzo, ed al nuovo diritto di famiglia diventato legge in aprile con la sola opposizione del Partito Liberale e del Movimento Sociale Italiano. Intanto, Randolfo Pacciardi, con Edgardo Sogno, proponeva l’avvento di una Repubblica Presidenziale come possibile rimedio al male oscuro dell’Italia, tristemente simboleggiato, in autunno, dall’uccisione di Pier Paolo Pasolini e dal delitto del Circeo, di cui rimase vittima la giovane Rosaria Lopez: si viveva una stagione plumbea, in cui le attenzioni per la politica estera, già trascurata dall’opinione pubblica e dal sistema di potere, risultarono a più forte ragione affievolite.

In queste condizioni, la strategia della «solidarietà nazionale» che aveva coinvolto il Partito Comunista nell’area di governo ebbe buon gioco nell’incentivare, e poi nell’accelerare al massimo le trattative che condussero ad Osimo: il 20 giugno Tito si fece premura di ricevere nella residenza istriana di Brioni il Segretario del Partito Comunista Italiano Enrico Berlinguer, tanto che più tardi fu possibile affermare, al di là della riservatezza assoluta cui venne improntata la visita, che erano stati costoro a rendere realmente possibile la stipula degli Accordi, cui peraltro non fu estraneo l’intervento dei cosiddetti poteri forti, ed in primo luogo dell’avvocato Gianni Agnelli, Presidente della Fiat, i cui interessi mondiali si estendevano ai mercati balcanici[5].

L’eco si spense presto nonostante il diluvio di retorica che fu carattere ricorrente nel dibattito parlamentare di ratifica ma che non avrebbe impedito alla maggioranza, irrobustita da una Sinistra Radicale oltremodo agguerrita, di giungere a rapida approvazione, contrari i soli parlamentari del Movimento Sociale Italiano-Destra Nazionale e vari dissidenti del cosiddetto «arco costituzionale» tra cui alcuni democristiani quali Giuseppe Costamagna, Giacomo Bologna (istriano) e Giorgio Tombesi (triestino), il liberale Luigi Durand de la Penne ed il socialdemocratico Fiorentino Sullo, e soprattutto, con l’assenza tattica di parecchi senatori e deputati delle forze di Governo che non avevano avuto il coraggio di uscire allo scoperto, mentre la Democrazia Cristiana ebbe quello di deferire ai probiviri coloro che si erano dissociati.

A Sinistra, una posizione contraria sostanzialmente isolata, ma a più forte ragione significativa, fu quella di Marco Pannella, sebbene circoscritta alle questioni economiche ed ambientali, con particolare riguardo all’istituzione della Zona Franca Industriale del Carso, che figurava tra gli adempimenti previsti dal trattato: il leader radicale, rivolgendosi alla maggioranza che stava per approvare Osimo, disse che sul momento avrebbe «stravinto» ma che alla lunga non avrebbe avuto successo: profezia verace, visto che la Zona Franca Industriale del Carso non si fece, e che la Repubblica Federativa si sarebbe dissolta nel giro di un quindicennio.

Assai numerose, come detto, furono le astensioni dal voto finale: tra di esse, si deve ricordare quella del Senatore Paolo Barbi, esponente di spicco del movimento esule, che durante la discussione a Palazzo Madama si era espresso in senso contrario al trattato, ma che scelse di uscire dall’aula al momento del voto[6].

In effetti, mentre la Sinistra Comunista e Socialista non ebbe resipiscenze, nel partito di maggioranza relativa e nei suoi alleati non mancarono perplessità e riserve, anche se non si tradussero in aperta opposizione, e nemmeno in una motivata astensione: ad esempio, se il relatore Lorenzo Natali ed il Ministro degli Esteri Arnaldo Forlani magnificarono il trattato nel quadro di una più ampia collaborazione internazionale, Amintore Fanfani non nascose la propria «amarezza» motivata dall’ingiustizia che l’Italia si apprestava a subire e dalla mancata ricerca di soluzioni interlocutorie, mentre Giuseppe Pella, rammentando ciò che era accaduto nel 1953 quando l’intenzione jugoslava di annettere l’intera Zona «B» aveva avuto «tutt’altra risposta» (alcuni reparti italiani vennero schierati in prossimità del confine), parlò della sua personale emozione, anche alla luce del nuovo sacrificio richiesto alla popolazione italiana del comprensorio ed all’intero mondo esule.

A sua volta, Alessandro Reggiani, socialdemocratico, espresse parecchie perplessità per il modo approssimativo e discutibile con cui il Governo aveva impostato la trattativa, e per le conseguenze economiche degli Accordi; Antonio Mazzarino, liberale, si soffermò sui probabili effetti negativi di carattere ecologico connessi all’istituzione della Zona Franca Industriale del Carso; e persino Massimo Gorla, demoproletario, pur condividendo la decisione della maggioranza, definì un «ricatto» la scelta governativa di presentare gli Accordi in questione come un pacchetto inscindibile mentre la parte politica era sostanzialmente indipendente da quella economica. Al Senato, dove i dubbi ebbero carattere più contenuto, il repubblicano Michele Cifarelli mise in luce come Osimo fosse una mano tesa verso la Jugoslavia in guisa da promuoverne la maturazione in chiave europea, ed il comunista Silvano Bacicchi parlò del ruolo innovativo che la Regione Friuli-Venezia Giulia avrebbe assunto quale «ponte» verso il mondo balcanico.

Al di là delle sfumature, non furono pochi i casi di critiche formulate, sia pure con circospezione, da esponenti della maggioranza «osimante» da cui è facile desumere che non pochi voti a favore del trattato furono dati con scarse convinzioni e riserve non marginali, anche se la disciplina di partito costituiva, come quasi sempre accade, il miglior antidoto a condizioni di obiettivo ma intimo disagio.

Nel campo democristiano, ebbe particolare rilievo la linea assunta da Corrado Belci, deputato triestino della corrente morotea che sin dal 1973, quando Tito aveva inviato a Capodistria i carri armati dell’esercito jugoslavo a fronte di una nota del Governo di Roma in sintonia con la sovranità italiana sulla Zona «B» del Territorio Libero, aveva auspicato la fine «ad ogni costo» del contenzioso con la Jugoslavia, dimostrando una propensione al cedimento tanto più pregiudizievole, in quanto poneva in luce una frattura strategica nell’ambito della stessa maggioranza, che fu l’anticamera della resa[7].

Belci fu ancora più esplicito all’indomani di Osimo, durante il dibattito per la ratifica quando, pur richiamandosi all’angoscia ed ai «rimpianti» dei nuovi profughi, ebbe a dichiarare come fosse impossibile prescindere dalla «cruda realtà della storia» e dagli effetti della «guerra perduta»: cosa che comportava, a suo giudizio, l’obbligo di sacrificare la Zona «B» nell’ottica di una migliore «collaborazione» fra l’Italia e la Jugoslavia. Queste parole ebbero una risonanza molto ampia, perché erano state pronunciate da un parlamentare istriano e finivano per relativizzare gli argomenti della dissidenza, traducendosi in un forte avallo alla tesi della ragion di Stato, sostenuta da diversi esponenti dell’area governativa, tra cui Ferruccio Parri[8].

In particolare, venne emarginata la posizione di Bologna, anche se questi, pronunciando l’intervento contro Osimo che avrebbe causato la fine della sua carriera politica, non aveva mancato di richiamarsi al buon senso ancor prima che al giure internazionale: è mai possibile, si chiese il parlamentare di Capodistria, che in agosto l’Italia avesse firmato ad Helsinki per l’inviolabilità delle frontiere ed a novembre fosse venuta meno a tale impegno, ritirando il proprio confine da Cittanova alle soglie di Trieste?

La sola opposizione organica, come si accennava, fu quella del Movimento Sociale Italiano, anche se, laddove si tenga conto delle assenze, oltre due quinti dei parlamentari in carica non approvarono il trattato.

Diversamente da quanto accadde nelle file della maggioranza, il comportamento della Destra ebbe carattere coerente e compatto: i suoi senatori e deputati proposero una lunga serie di argomenti politici, giuridici ed economici ad avallo della propria tesi, e della necessità di negare la ratifica.

Si distinsero, tra gli altri, Giorgio Almirante, Cesco Giulio Baghino, Giovanni Artieri, il Triestino Franco Petronio, il Dalmata Ferruccio de Michieli Vitturi, lo Zaratino Renzo de Vidovich, con riferimenti specifici al «primo concreto avviamento del compromesso storico», nonché ad un vero e proprio «attentato alla sovranità italiana», senza dire dell’accusa di «alto tradimento raggiunto con viltà politica». Dal canto suo, l’Ammiraglio Gino Birindelli, della Destra Indipendente, annunciando il proprio voto contrario, disse che si trattava di una scelta obbligata, perché il Governo si apprestava a «vendere un lembo del suolo patrio nel nome di una falsa amicizia».

Come ha scritto Giacomo Bologna parafrasando un pensiero di Leonardo Sciascia, i partigiani di Osimo erano «convinti di avere in tasca le chiavi della verità». Oggi, la storia ha dimostrato con rara e singolare solerzia quanto fossero labili le loro ragioni ed ha rivalutato in misura altrettanto icastica quelle dell’opposizione, se non altro a futura memoria.


Effetti e prospettive

Gli Accordi di Osimo, che assieme al trattato vero e proprio comprendevano intese collaterali sulla cooperazione economica, la cittadinanza, i beni culturali ed il traffico di frontiera[9] rimaste in larga parte sulla carta[10], produssero vibranti e documentate proteste nell’ambito giuliano ed istriano, e più specificamente in quello triestino, con motivazioni di forte spessore sul piano etico-politico e su quelli finanziari e giuridici, che sottolinearono una lunga serie di inadempienze, se non anche di illegalità, donde la richiesta al Presidente della Repubblica di non promulgare la legge di ratifica; istanza che venne respinta.

Il trattato avrebbe potuto essere impugnato per ragioni di diritto internazionale, ma anche di diritto costituzionale ed amministrativo puntualmente evidenziate[11], e non fu privo di potenziali correlazioni giudiziarie, potendosi ravvisare nell’approvazione dei suoi disposti il reato di alto tradimento previsto dall’articolo 241 del Codice Penale, laddove si puniva con l’ergastolo «chiunque commette un fatto diretto a sottoporre il territorio od una parte di esso alla sovranità di uno Stato Straniero».

Le condizioni politiche dell’epoca non erano tali da rendere proponibile l’apertura di un procedimento in tal senso, ma la violazione della legge rimane un fatto oggettivo, senza dire che nella fattispecie si trattava di un reato allora e tuttora imprescrittibile, a prescindere dalla depenalizzazione dell’alto tradimento che sarebbe sopraggiunta in tempi più recenti. Assieme a quella dell’oltraggio alla bandiera[12].

Nel 1975 la congiuntura nazionale era ben diversa da quella del 1947, quando l’Italia aveva dovuto subire il «diktat» ed i limiti della propria delegazione alla Conferenza della pace, non meno significativi dell’intransigenza alleata. In effetti, era diventata un’importante potenza industriale, con fondamentali di gran lunga superiori a quelli jugoslavi, ma ciò non fu sufficiente e Tito riuscì a realizzare il suo ultimo capolavoro, cui non fu estranea la «cupidigia di servilismo» che Benedetto Croce e Vittorio Emanuele Orlando avevano bollato con nobili parole durante la discussione del 1947 per la ratifica del trattato di pace.

Gli effetti non tardarono a manifestarsi: la fuga a Belgrado del terrorista Abu Abbas promossa da Bettino Craxi e dalla nuova «Sinistra di Governo», l’omaggio del Presidente della Repubblica Sandro Pertini alla bandiera con la stella rossa, e l’uccisione proditoria del pescatore Bruno Zerbin nel golfo di Trieste ad opera jugoslava, furono episodi tristemente opinabili, e talvolta tragici, a cui avrebbe fatto seguito, all’inizio degli anni Novanta, il riconoscimento senza contropartite di Croazia e Slovenia, nell’ambito di un’evoluzione della politica estera conforme allo spirito di Osimo ed al progressivo allontanamento, anche nel movimento esule, dalle forti opposizioni ideali che avevano caratterizzato la vita politica italiana sino alla metà degli anni Sessanta.

Il trattato del 10 novembre 1975 è rimasto privo di attuazione in parecchie statuizioni, spesso velleitarie se non anche inconcepibili sul piano economico, come la realizzazione della conclamata Zona Franca Industriale del Carso (ZFIC) o la costruzione di una gigantesca idrovia dall’Adriatico al Danubio basata su un sistema di chiuse faraoniche per il superamento di enormi dislivelli.

La mancata attuazione di questi adempimenti fu dovuta soprattutto a due ragioni: in primo luogo, la forza delle contestazioni locali ed in particolare della «Lista per Trieste» sorta sull’onda dello sdegno popolare, avallata dalla maggioranza dei voti alle prime elezioni locali, vessillifera di una nuova idea autonomista ma non avulsa dai valori nazionali[13]; e poi, perché la crisi jugoslava, deflagrata rapidamente dopo la morte di Tito, avrebbe impedito il perseguimento degli obiettivi «minori» di Osimo, beninteso senza comprometterne l’effetto politicamente e giuridicamente prioritario, ad esclusivo vantaggio di Belgrado, vale a dire il trasferimento di sovranità sul territorio della Zona «B».

Le conseguenze furono pesanti anche sul piano finanziario, attraverso una serie di onerosi protocolli e di ulteriori atti di buon vicinato che raggiunse un livello emblematico nel piano di aiuti straordinari che il Governo di Giovanni Goria, non diversamente dalla prassi seguita da altri Paesi Occidentali, ivi comprese Francia e Germania, volle offrire a quello di Branko Mikulic all’inizio del 1988, e nell’accantonamento di motivate attese degli esuli giuliani e dalmati: non solo circa la questione dei monumenti funerari e dei beni «abbandonati» ma, ad un tempo, nella difesa di principi morali e spirituali sacrificati alla logica dell’interscambio commerciale, con cui avrebbero potuto utilmente coesistere, in base ai principi di un’efficace cooperazione internazionale.

In questo senso, è da sottolineare che il ruolo della Destra, diversamente da quanto era accaduto all’annuncio di Osimo ed in occasione del dibattito per la ratifica, fu caratterizzato da un progressivo affievolimento delle pregiudiziali storiche: nonostante il forte successo iniziale, la «Lista per Trieste» avrebbe accusato in maniera determinante gli effetti della sua eterogeneità, pur nella legittima soddisfazione per l’affossamento della Zona Franca Industriale del Carso, ed avrebbe lasciato al solo Movimento Sociale Italiano la difesa dei valori nazionali.

Ciò, avendo intrapreso un lungo percorso che si sarebbe concluso nel luglio 2010 a Trieste, in occasione dell’incontro del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano con quelli croato e sloveno, e del contestuale «Concerto dell’Amicizia» diretto dal Maestro Riccardo Muti, quando il Sindaco Roberto Di Piazza (Forza Italia) espresse il proprio compiacimento al telegiornale per avere «sepolto un secolo di storia»: cosa opinabile anche culturalmente, se non altro alla luce del lucido pensiero di Georg Friedrich Hegel, secondo cui bisogna stare attenti ad ignorare il passato, le sue matrici ed i suoi ideali, perché «la storia può reagire come un cane rabbioso».

In effetti, quel percorso, avviato nel 1977 con la ratifica del trattato, aveva già conosciuto diverse tappe rilevanti, se non anche decisive. Basti rammentare che nel 1985, in occasione del decennale di Osimo, Diego De Castro, esule da Pirano e massimo storico delle vicende triestine del dopoguerra, anche nella sua qualità di ex Consigliere del GMA, si espresse in senso particolarmente favorevole agli Accordi, giungendo a scrivere che, grazie a quella congiuntura, la Jugoslavia (ormai alle soglie del disfacimento) avrebbe potuto e dovuto essere un alleato di prioritaria importanza per l’Italia.

Più tardi, quando la Repubblica Federativa venne cancellata dalla geopolitica europea con l’avvento – fra gli altri – dei nuovi Stati indipendenti di Slovenia e Croazia che il Governo di Roma fu particolarmente sollecito a riconoscere senza contropartite di sorta, come era già accaduto per la cessione della Zona «B», il dibattito politico sui rapporti con la ex Jugoslavia riprese nuovo vigore soprattutto a Trieste e nel mondo esule, dove il sogno revisionista continuava a scorrere come un fiume carsico.

Nel 1992 ne furono segnali significativi, fra i tanti, la Marcia organizzata dalla «Lista per Trieste» e prontamente catafratta dalla minaccia di incriminazione rivolta al Presidente Gianfranco Gambassini ed al Sindaco Giulio Staffieri con l’accusa strumentale di iniziativa non autorizzata[14], e poi, con il Convegno organizzato a Montecitorio il 10 novembre, ricorrendo l’anniversario del trattato, quando i maggiori esponenti della Destra Nazionale (Gianfranco Fini, Giuseppe Tatarella, Mirko Tremaglia, Roberto Menia, Marco Cellai, Sergio Sanesi ed Alessandra Mussolini) proposero con ampie argomentazioni una rinnovata opposizione al cosiddetto «Osimo bis» che peraltro era già stato oggetto della «soddisfazione» espressa da parte italiana tramite un comunicato della Farnesina pubblicato nella «Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana»[15] circa la volontà della Slovenia di subentrare alla ex Jugoslavia in tutti gli accordi conclusi con Roma, a partire da quello del 6 aprile 1922, e quindi, anche nel trattato di Osimo. D’altro canto, in alcuni ambienti moderati non si faceva mistero della simpatia suscitata dall’avvento delle nuove Repubbliche sorte sulle ceneri del vecchio regime di Belgrado: all’atto pratico, il Parlamento venne sostanzialmente esautorato con un atto amministrativo che traduceva la «soddisfazione» in approvazione, senza nemmeno porsi il problema di una nuova ratifica.

Ancora una volta, le ragioni politiche avevano prevalso, come sarebbe accaduto, quale logico corollario, in occasione dell’ingresso sloveno nella cosiddetta Casa Comune Europea (2004) e poi, di quello croato (2013), trascurando le ultime occasioni offerte dalla congiuntura internazionale, in un primo momento per la denuncia, e quindi, per una ragionevole rinegoziazione di Osimo. In tal modo, il percorso del «trattato surreale» giungeva a conclusione con evidenti variazioni «in pejus» sia in chiave etico-politica, sia negli aspetti formali.


Conclusioni

A 40 anni di distanza, si deve confermare che «il trattato di Osimo fu un errore»[16] certamente grave, se non anche un reato perseguibile a termini di legge, basato sulla fallace presunzione che la Jugoslavia potesse restare protagonista sul proscenio internazionale come leader dei Paesi non allineati, e sulla difficoltà oggettiva di prevedere la sua dissoluzione a medio termine in un arcipelago di Stati minori; ma prima ancora, sulla cronica carenza di una politica estera di ampio respiro e di un ruolo realmente propositivo dell’Italia nello scacchiere balcanico.

Il trattato aveva nella sua stessa genesi le matrici di una condanna formale e sostanziale, perché l’Italia si era illusa con servile ingenuità di trovare nella Repubblica Federativa Jugoslava un interlocutore privilegiato per il solo fatto di avere pianificato la cosiddetta via nazionale al socialismo fondata sui principi dell’autogestione, che invece avrebbero condotto al disastro, peraltro prevedibile alla luce di un progressivo peggioramento dei conti pubblici. Ciò, al pari di un’ipotetica collaborazione interclassista che non poteva basarsi sull’annullamento delle opposizioni, talvolta anche fisico, in campi di prigionia tristemente famosi come quelli dell’Isola Calva, di Mitrovica e di Stara Gradiska, o sulle surreali condanne di sacerdoti rei di avere dato alle stampe una piccola immagine sacra, evidentemente difforme dal verbo materialista fondato sull’ateismo di Stato, ancora dominante in Jugoslavia, nonostante la scomparsa di Tito, sino allo scorcio finale degli anni Ottanta.

All’epoca, sarebbe stato oggettivamente difficile modificare i confini che erano scaturiti dal trattato di pace e dalle rettifiche del 1954: ciò, alla luce delle condizioni politiche e del potenziale ma difficile coinvolgimento degli altri venti Stati che avevano firmato il trattato di pace del 1947. Nondimeno, dopo la dissoluzione della Jugoslavia le prospettive avrebbero potuto essere diverse, se non altro alla luce di alcune importanti questioni d’interesse plurimo come quella delle acque territoriali, di grande interesse sul piano delle possibili trattative, come ha dimostrato la lunga «querelle» successivamente intervenuta fra Croazia e Slovenia nella suddetta materia (oltre che per il confine terrestre sulla Dragogna). Più tardi, come si è detto, l’occasione fu nuovamente perduta in concomitanza col discusso ingresso in Europa delle due Repubbliche ex Jugoslave[17].

La sindrome della «solidarietà nazionale» ebbe un ruolo certamente importante nella decisione italiana di chiudere il problema della Zona «B» a tutto favore della Jugoslavia: alla metà degli anni Settanta «le posizioni del Partito Comunista si erano notevolmente rafforzate e gran parte dei miti di cui l’anticomunismo si alimentava venivano rapidamente cadendo nelle coscienze di molti Italiani»[18]. Gli eventi successivi avrebbero evidenziato il carattere decisamente effimero di questa involuzione, ma nel 1975 l’ascesa della Sinistra era sembrata irresistibile, inducendo diffusi timori moderati, senza parlare della nota affermazione di Aldo Moro secondo cui l’Italia aveva rafforzato la propria sicurezza proprio con la stipula del trattato di Osimo[19].

Gli Accordi, assieme al corollario di «Osimo bis» maturato nel 1992, sono rimasti un «collo di bottiglia» che nell’attuale situazione politica ed istituzionale, apparentemente consolidata, può sembrare irreversibile. Nondimeno, a prescindere dalle pur necessarie analisi delle responsabilità politiche e morali, ed inquadrando lo stato delle cose in una prospettiva che vede la cristallizzazione degli Accordi stessi (mentre avrebbero potuto tradursi da istituti di diritto internazionale – venuti meno con la scomparsa di uno dei contraenti – in semplici riferimenti per nuove ipotesi d’intesa), si può sempre affermare, sulla scorta dell’antico ma sempre attuale aforisma, che tutto scorre e nulla permane. La storia non è finita ad Osimo e non finisce oggi né domani, a prescindere dal pensiero decisamente «tranchant» di Sergio Romano, secondo cui il trattato sarebbe uno straordinario «vanto» della diplomazia italiana: verosimilmente, di quella parallela, visto l’esautoramento che aveva colpito, come si diceva in premessa, le strutture ufficiali della Farnesina.

Ridimensionato negli effetti secondari (ma non certo nella perdita della sovranità italiana sulla Zona «B» del cosiddetto Territorio Libero di Trieste), soprattutto a causa dell’implosione jugoslava, Osimo potrà essere oggetto di riconsiderazione nella misura in cui le sue lacune di legittimità e di equità inducano valutazioni costruttivamente consapevoli nella Casa Comune Europea, ma ad un tempo, negli ambienti esuli e nelle forze politiche da cui la diaspora istriana e giuliana ha mutuato nuove attenzioni, sia pure formali: se non altro, con l’approvazione pressoché unanime della legge 30 marzo 2004 numero 92 che ha istituito il «Giorno del Ricordo» fissandolo proprio nel 10 febbraio[20], anniversario del «trattato» di Parigi.

L’avvento di un’effettiva e reale distensione costituisce un motivo di misurata fiducia, se non altro sul piano etico e culturale, circa l’accoglimento di tante attese del mondo esule, a cominciare da quelle a costo zero, più volte proposte e documentate. È sempre valido, sia in questa fattispecie, sia in quelle di maggiore impegno politico, l’alto pensiero di Benedetto Croce, improntato ad una forte sintesi di idealità e di realismo, secondo cui la linea del possibile si sposta grandemente grazie «all’audacia ed alla forza inventrice della volontà che veramente vuole».


Note

1 La stipula del trattato venne programmata ad Osimo per iniziativa della sola parte italiana (come ha confermato l’intervista di Franco Babich al plenipotenziario jugoslavo Boris Snuderl, pubblicata nel quotidiano «Il Piccolo» di Trieste, 20 novembre 2010), con una variazione dell’ultimo momento finalizzata a depistare i giornalisti: basti pensare che i voli delle autorità e del ristretto seguito diplomatico e burocratico vennero dirottati da Falconara Marittima a Rimini. La firma ebbe luogo poche ore dopo nel Palazzo Leopardi Dittaiuti, allertato in tutta fretta.

2 Tra i significati alternativi ma autentici della storia, pur nella valutazione critica del pensiero di Tucidide e della storiografia antica (secondo cui sarebbe matrice di insegnamenti mutuati dall’esempio), si può annoverare quello sempre suggestivo di una «guerra contro il tempo» avente lo scopo prioritario di non dimenticare, secondo la pertinente definizione di Alessandro Manzoni, che anticipa l’idea del Ricordo come momento di efficace maturazione etica e politica.

3 Lucio Caputo, Trattato di Osimo: l’unica speranza è nell’effetto Europa, «Il Giornale», Milano 27 settembre 2005. Le carenze della politica estera italiana nei rapporti col mondo balcanico hanno matrici storiche più lontane: basti pensare alle «disavventure» diplomatiche occorse in occasione delle trattative di pace del 1919, nonostante le condizioni di favore indotte dalla Vittoria, ed a quelle del 1947, quando l’Italia dovette subire il «diktat» sebbene le divisioni tra gli Alleati le avessero lasciato qualche margine di manovra, molto limitato ma potenzialmente utile. In chiave più generale, resta sempre valido il pensiero di un patriota dalmata ed alto diplomatico come l’ambasciatore Gianfranco Giorgolo, esule da Veglia: «L’Italia è sempre stata bravissima nel fare gli interessi degli altri». Ciò, senza contare il giudizio etico, per molti aspetti definitivo, che l’ex Vescovo di Trieste e Capodistria, Monsignor Antonio Santin, diede su Osimo in una lettera a Giulio Andreotti del 5 dicembre 1976: è stato sommamente ingiusto non avere tenuto conto della volontà popolare, ed anche per questo «i responsabili non saranno mai assolti» (il Presule aveva già annunciato le proprie dimissioni sin dal 1970, al compimento del settantesimo anno d’età, secondo le nuove norme della Chiesa; nondimeno, esse vennero accettate soltanto nel 1975, quattro mesi prima del trattato di Osimo: evidentemente, anche la Santa Sede guardava con interesse alla chiusura del contenzioso italo-jugoslavo e si regolava in conseguenza).

4 Massimo De Leonardis, Dal Memorandum d’Intesa di Londra (1954) al trattato di Osimo (1975): il contesto internazionale, in Autori Vari, Il trattato di Osimo trent’anni dopo, Edizioni ANVGD, Milano 2005, pagina 14. L’assunto si basa, in particolare, sulla presenza di una totale «mancanza di lungimiranza politica e di senso della storia che faceva ritenere a Roma e nelle capitali occidentali (a cominciare da Washington, traumatizzata dalla “débacle” in Vietnam) che i regimi comunisti… fossero destinati a durare a tempo indeterminato e che con essi si doveva quindi giungere a compromessi anche onerosi» (ibidem).

5 Per un accenno significativo alla posizione del mondo industriale, sostanzialmente favorevole allo spirito del trattato di Osimo, improntato alla distensione internazionale, sia pure con qualche critica circa la «prassi attuativa» (diversamente dall’atteggiamento assunto dalla media e piccola borghesia triestina, con particolare riguardo a quella di estrazione commerciale), confronta Elio Apih, Trieste, Edizioni Laterza, Bari 1988, pagina 262. L’opera, nell’intento di motivare l’opportunità e l’ineluttabilità di Osimo, non coglie le sue contraddizioni maggiori, a cominciare dall’incongruenza del trattato con l’Atto finale di Helsinki che l’Italia aveva firmato tre mesi prima.

6 Il discorso del Senatore Barbi pronunciato il 23 febbraio 1977, improntato a ragioni morali ancor prima che politiche o giuridiche, ebbe notevole rilevanza perché egli era Presidente dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (Paolo Barbi, La rinuncia di Osimo, Edizioni Arti Grafiche Italiane, Roma 1977); Barbi, peraltro, avrebbe raccolto non poche critiche proprio nel mondo giuliano e dalmata perché non fu presente al momento del voto. Di spessore più significativo fu l’opposizione dell’Onorevole Giacomo Bologna, esule istriano, anche a proposito di una vicenda surreale come quella del cosiddetto «Osimo d’Oro» voluto dalla Democrazia Cristiana locale in ossequio all’assunto sempre attuale di Talleyrand secondo cui lo zelo non è mai troppo, sino al punto di istituire un vero e proprio «onore della vergogna» (per il contributo del parlamentare di Capodistria, oltre agli Atti parlamentari, confronta Giacomo Bologna, A salvare la patria c’ero anch’io: forse, Edizioni Italo Svevo, Trieste 2001, pagine 112-118). Non meno importante, anche per le ricorrenti motivazioni morali, fu il voto contrario dell’Onorevole Fiorentino Sullo, ex democristiano e poi socialdemocratico (aveva dissentito dalle posizioni della Democrazia Cristiana nel dibattito sul divorzio), che volle protestare per l’affrettata segretezza e per il mancato coinvolgimento delle Commissioni Affari Esteri di Camera e Senato, aggiungendo che suo padre «aveva combattuto sul Carso e sul Pasubio» e che gli sarebbe parso di «tradirne la memoria se avesse votato per il Governo»; del resto, persino Pietro Nenni, leader del Partito Socialista Italiano, pur votando in senso favorevole al trattato, ammise che «è sempre attuale il problema di una giusta frontiera» (ben diversa da quella statuita ad Osimo). Vale la pena di aggiungere che, oltre alla Democrazia Cristiana, anche gli altri partiti della coalizione governativa non mancarono di assumere, se non altro a livello locale, iniziative discriminatorie nei confronti di taluni loro esponenti di rilievo che si erano apertamente schierati contro il trattato: è quanto accadde, per esempio, al Vice Sindaco di Trieste Gianni Giuricin, in quota Partito Socialista Italiano, ed all’Assessore Arturo Gargano del Partito Radicale Italiano, il cui percorso politico si sarebbe concluso, in entrambi i casi, con l’adesione alla «Lista per Trieste».

7 A nulla valse, fra i tanti, il grido di dolore che, poche settimane prima di Osimo, Indro Montanelli fece udire dal suo editoriale: Siamo tutti istriani! (confronta «Il Giornale», Milano, 30 settembre 1975). La presa di posizione del grande giornalista, da lui promossa a seguito della stipula, consentì di attirare su tutta la vicenda ampie attenzioni e condivisioni. Non meno significative sarebbero state le prese di posizione che «Il Giornale» assunse fino alla ratifica, e poi 18 anni più tardi, in occasione della vicenda di «Osimo bis» e del subentro sloveno alla ex Jugoslavia quale parte stipulante del trattato: a titolo esemplificativo, si veda l’editoriale di Livio Caputo del 30 dicembre 1992 (Ottantamila per Osimo) a commento delle altrettante firme che il quotidiano milanese aveva raccolto in Italia a favore della revisione; e l’articolo di due mesi dopo, dello stesso Caputo (Osimo, è ora di voltare pagina), in cui si evidenziava che le firme avevano continuato a pervenire ben oltre i termini di chiusura, raggiungendo la straordinaria cifra di 140.000: motivo di più per rinegoziare il tutto, visto che Lubiana e Zagabria avevano «bisogno del nostro consenso al loro ingresso in Europa».

8 Sulla Ragione di Stato molto è stato scritto, senza che la sua essenza di «eccesso del giure comune per fine di pubblica utilità» messa a punto dalla scienza politica del Seicento, quale esplicitazione del pensiero di Nicolò Machiavelli e di Giovanni Botero, sia stata oggetto di revisioni fondamentali: al riguardo, si può solo aggiungere che nel caso di Osimo il riferimento è impertinente, in quanto dal trattato non sarebbe derivato alcun vantaggio per la collettività, senza contare i danni per Trieste e per i nuovi profughi dalla Zona «B». Si deve invece convenire con quel corollario della Ragione di Stato, individuato nella capacità di «serbare una fredda mente» e di prescindere dalla «passionalità che acceca» (confronta Gerhard Ritter, Il volto demoniaco del potere, Il Mulino, Bologna 1958, pagina 191): atteggiamenti che non furono quelli della maggioranza, ma piuttosto delle opposizioni, sia pure nell’ambito dei forti dissensi motivati dallo «scandalo» di Osimo e delle dichiarazioni del Ministro degli Esteri Mariano Rumor quando disse che l’interesse dell’Italia era di salvaguardare l’integrità della Jugoslavia e di eliminare taluni «nodi anomali» per il futuro della Venezia Giulia. In tutta sintesi, resta emblematico e pertinente il giudizio che a 25 anni dal trattato venne espresso da un illustre giurista che definì Osimo quale «sconfitta della politica italiana, dimostrazione della scarsa competenza dei nostri negoziatori», e quindi evento pregiudizievole come pochi nella nostra storia (confronta Guido Gerin, Osimo, uno dei più gravi errori italiani, in «Il Piccolo», Trieste 19 settembre 2000).

9 Per un esame sistematico dei testi corredato da una lunga introduzione (orientata a favore della tesi minoritaria secondo cui la soluzione del problema confinario sarebbe avvenuta in precedenza) confronta Manlio Udina, Gli accordi di Osimo: lineamenti introduttivi e testi annotati, Edizioni Lint, Trieste 1979. Una diffusa analisi critica delle cause di lungo periodo e delle vicende che condussero alla firma del trattato, nonché delle sue conseguenze, è quella di Carlo Montani, Il trattato di Osimo, Edizione ANVGD, Firenze 1992 (oggetto di presentazione a Montecitorio e di un ampio riferimento al dibattito parlamentare).

10 In tempi recenti, la storiografia ha attirato nuove dettagliate attenzioni sulla complessa e, per vari aspetti, oscura vicenda, ad iniziativa di Raoul Pupo, Massimo Bucarelli, Diego D’Amelio, Fabio Capano e Sasa Misic (confronta Osimo: il punto sugli studi, in «Qualestoria», anno XLI numero 2, Trieste 2013): l’impostazione generale resta analoga a quella delle maggioranze che ratificarono il trattato, ma con significative ammissioni circa il carattere opinabile di talune sue motivazioni (Pupo), la prassi non ortodossa seguita nelle trattative (Bucarelli), ed il ruolo avuto dalla Ragione di Stato nella volontà politica di stipulare il trattato (D’Amelio). Ciò, senza dire che la pur diffusa protesta del mondo esule fu largamente affievolita dalle meschine contrapposizioni fra le sue diverse componenti (Capano). Sull’altro fronte, è congruo menzionare l’interpretazione di Osimo come evento assimilabile all’aver «perso un’altra guerra in piena pace» (confronta Piero Sella, Latini e slavi nell’Adriatico: storia di una pulizia etnica, in «Uomo Libero», anno XXVI numero 59, Milano 2005, pagine 11-47). Sta di fatto che l’Italia non volle o non seppe comprendere la condizione di estrema precarietà in cui versava la Jugoslavia, assimilabile a quella di «un ciclista che non può muoversi perché non ha imparato a reggersi in equilibrio ma può stare in equilibrio soltanto se si muove» (confronta Stephen Clissold, in Storia della Jugoslavia: gli slavi del Sud dalle origini a oggi, Einaudi, Torino 1969, pagina 19).

11 Lino Sardos Albertini, Il trattato di Osimo: richiesta al Capo dello Stato di negare la ratifica, Trieste 1977. L’istanza non era motivata, trattandosi di un ultimo appello a fronte di una lunga vicenda sin troppo nota, ma traeva evidenti origini dalla «politica di debolezza e di scarsa coscienza nazionale» perseguita da anni e ben dimostrata, alla fine, dal dibattito parlamentare. È il caso di aggiungere che il Presidente della Repubblica, Giovanni Leone, ricevendo la delegazione triestina guidata dallo stesso Sardos Albertini, si compiacque di ascoltare il «grido di dolore» della città di San Giusto e di farlo proprio: in conseguenza, dichiarò che avrebbe rinviato alle Camere la legge di ratifica, mentre l’aveva già firmata poche ore prima, avviando la conseguente procedura di promulgazione e pubblicazione.

12 La depenalizzazione dell’alto tradimento venne approvata nel febbraio 2005, nello scorcio conclusivo della legislatura (ad iniziativa del Governo Berlusconi ma con una larga maggioranza estesa alla Sinistra e con l’opposizione di Alleanza Nazionale), assieme a quella di altri reati d’opinione tra cui le offese al Capo dello Stato e l’oltraggio alla bandiera, declassato a semplice illecito suscettibile di regolamento in via amministrativa tramite oblazione. L’alto tradimento, reato per cui la legislazione precedente, in vigore all’epoca di Osimo, prevedeva la pena dell’ergastolo, è diventato punibile, salvo eccezioni, con dieci anni di reclusione.

13 L’opposizione triestina ebbe momenti di particolare visibilità, anche a livello nazionale ed internazionale, con la raccolta delle firme contro Osimo, che in pochi giorni raggiunse quota 65.000: come disse Manlio Cecovini, leader del movimento di protesta e futuro Sindaco della città di San Giusto, si trattò di un fatto epocale perché aveva «insegnato ai Triestini che possono realmente fare da sé» e costituiva un impulso importante all’autonomismo, se non anche all’autogoverno. Nell’opera di forte difesa dei valori patriottici «non negoziabili» si distinse in modo particolare l’Unione degli Istriani, sotto l’energica presidenza di Italo Gabrielli, esule dalla Zona «B» e massimo vessillifero dell’impegno etico e politico a favore del mondo giuliano e dalmata (confronta Italo Gabrielli, Istria Fiume Dalmazia: Diritti negati – Genocidio programmato, Edizioni Lithos Stampa, Udine 2011). Nelle interpretazioni di segno contrario non mancarono, peraltro, quelle di chi ravvisava nell’istituzione della Zona Franca Integrale del Carso, prevista dagli Accordi di Osimo, il «sogno di un consumatore liberato dal peso del fisco» che avrebbe richiesto, tra l’altro, un adempimento praticamente impossibile come la rinegoziazione del trattato istitutivo della Comunità Economica Europea (Giampaolo Valdevit, Trieste: storia di una periferia insicura, Bruno Mondadori, Milano 2004, pagina 124). In effetti, l’opposizione locale ad Osimo ebbe carattere spiccatamente trasversale: causa non ultima del suo impatto limitato al breve e medio periodo, nonostante l’indubbio successo costituito dalla mancata realizzazione della Zona Franca Industriale del Carso, che dava luogo ad una «significativa battuta d’arresto nell’artificioso idillio romano-belgradese» (Gianluigi Ugo, Il problema jugoslavo e l’Italia: 1915-2000, Edizioni Settimo Sigillo, Roma 2001, pagina 113).

14 Fausto Biloslavo, Inquisiti dopo la Marcia, in «Il Giornale», Milano, 27 novembre 1992. Nel periodo in parola, non mancarono espressioni di disponibilità da parte governativa a rivedere alcuni aspetti del trattato di Osimo, ma senza coinvolgimento dei confini (tra gli altri, anche Emilio Colombo si espresse in tal senso). Più tardi, caduto il Gabinetto di Giuliano Amato, ed esaurita l’esperienza di Carlo Azeglio Ciampi, con l’avvento del primo Governo Berlusconi il Ministro degli Esteri Antonio Martino ed il Sottosegretario Livio Caputo subordinarono l’autorizzazione italiana all’ingresso sloveno in Europa, ad opportune garanzie circa la restituzione dei beni agli esuli, ma l’assunto venne meno con i successivi Governi di Lamberto Dini, e soprattutto di Romano Prodi, e col viaggio a Lubiana del nuovo Ministro Piero Fassino, latore del nulla osta italiano per l’accesso della Slovenia all’Unione Europea anche a prescindere dalle questioni ancora in sospeso circa restituzioni od indennizzi: la tradizionale preferenza italiana per gli «interessi degli altri» riprendeva il consueto sopravvento.

15 «Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana», 8 settembre 1992 (Serie generale, numero 211, pagine 8-10). Per maggiori dettagli sull’argomento, confronta Augusto Sinagra, «No» a Osimo bis, in «Il Secolo d’Italia», Roma 9 settembre 1992, pagina 11 (si tratta dell’intervento poi svolto alla Tavola Rotonda del 3 dicembre 1992 promossa dalla Società di Studi Fiumani e pubblicata in Contro la follia di Osimo, Rainbow Press, Roma 1993, pagine 19-22). Nella fattispecie si è rilevato, alla luce della Convenzione di Vienna del 23 agosto 1978, che la regola di successione nei trattati conclusi dallo Stato predecessore, codificata nell’articolo 31 della Convenzione medesima, non trova condizioni applicabili quando sia «incompatibile con l’oggetto e lo scopo del trattato» o ne «muti radicalmente le condizioni di esecuzione»: in altri termini, quando sia venuto meno, come accadde per Osimo, il principio «rebus sic stantibus». Nella stessa ottica si era già espressa la dottrina largamente prevalente: al riguardo, confronta Giorgio Balladore Pallieri, Diritto internazionale pubblico, VII edizione, Giuffrè, Milano 1956, pagine 301-306.

16 Lucio Caputo, Trattato di Osimo: l’unica speranza è nell’effetto Europa, citato, Milano, 27 settembre 2005. In effetti, la tesi dell’errore, pur suffragata dal carattere approssimativo e non convenzionale delle trattative, è piuttosto riduttiva: a livello politico, gli atti di preparazione, ancor prima della stipula e della ratifica, dimostrano la volontà dell’Italia di chiudere comunque la partita con la Jugoslavia, sia pure a condizioni lesive dei suoi diritti e della sua sovranità. Per una sintesi esauriente della lunga vicenda italo-jugoslava che condusse agli Accordi, confronta Massimo De Leonardis, Dal Memorandum d’Intesa di Londra (1954) al trattato di Osimo (1975): il contesto internazionale, opera citata, pagine 2-14 (sia per i maggiori aspetti diplomatici e politici, sia per significative informazioni collaterali, tra cui la pervicace pregiudiziale di Tito nei confronti degli esuli istriani, fiumani e dalmati, accusati di revanscismo).

17 L’ingresso nell’Unione, come noto, è avvenuto nel 2004 per la Slovenia e nel 2013 per la Croazia: in entrambi i casi, con ampie manifestazioni di giubilo anche presso i confini, ma non senza talune resipiscenze da parte di altri Stati Europei, soprattutto per le questioni connesse al rispetto dei diritti umani. Nondimeno, anche in tali occasioni l’Italia non ha sollevato alcuna eccezione, pur essendo maggiormente coinvolta nelle procedure di accoglimento dei nuovi Stati: ad esempio, per le questioni concernenti la tragica vicenda delle foibe, la tutela dei monumenti funerari rimasti oltre confine, ed i beni abbandonati dagli esuli. Vale la pena di rammentare che l’ingresso sloveno in Europa venne salutato al vecchio valico confinario di Gorizia Montesanto, anche da Romano Prodi, all’epoca Presidente della Commissione Europea.

18 Carlo Pinzani, L’Italia repubblicana, in «Storia d’Italia», volume XII, parte settima, Edizioni Il Sole 24 Ore-Einaudi, Milano 2005, pagina 2732. In effetti, anche a livello internazionale l’ipotesi che Roma intendesse chiudere ad ogni costo il residuo contenzioso con Belgrado fu oggetto di convincimenti diffusi. Basti dire che, in occasione dell’incontro che Ciriaco De Mita ebbe con il Presidente Sovietico Kossygin, quest’ultimo gli avrebbe chiesto se l’Italia si stesse veramente apprestando a cedere anche Trieste alla Jugoslavia (la significativa testimonianza, se non altro della curiosità suscitata dal comportamento italiano negli ambienti politici internazionali, è riferita da Sasa Misic, Osimo: il punto sugli studi, in «Qualestoria», opera citata, Trieste 2013). In linea generale, si deve convenire circa l’assunto secondo cui il nuovo corso italiano «trovava la sua forma estrema nel disegno politico di Moro, convinto dell’ineluttabilità di chiamare i comunisti» nell’area del potere: fu così che «i Governi Italiani, deboli e instabili, accettarono pienamente» l’assunto di Belgrado secondo cui la chiusura del contenzioso poi avvenuta ad Osimo sarebbe stata di interesse prioritario proprio per l’Italia, anche nella prospettiva del probabile dopo Tito all’insegna di una forte reviviscenza delle pregiudiziali scioviniste croata e slovena, da cui sarebbe stato arduo difendersi. «Sfiducia nelle istituzioni della Repubblica, sopravvalutazione della forza del comunismo e rifiuto del nazionalismo: questo fu il sottofondo della politica italiana verso la Jugoslavia» (confronta Massimo De Leonardis, Dal Memorandum d’intesa di Londra (1954) al trattato di Osimo (1975): il contesto internazionale, opera citata, pagina 14).

19 La disinformazione pubblica, anche ai livelli maggiormente qualificati, fece il resto, a conferma del tradizionale disinteresse dell’uomo della strada circa la politica estera: secondo la testimonianza di Padre Flaminio Rocchi, che fu tra i maggiori esponenti del mondo esule, all’epoca di Osimo oltre due terzi degli Italiani non avevano la minima idea di che cosa fosse la Zona «B» del Territorio Libero di Trieste. Meno che mai, erano in grado di suggerire possibili soluzioni, fatta eccezione per piccole minoranze che opzionarono, rispettivamente, il plebiscito, un’improbabile occupazione militare od un più realistico temporeggiamento.

20 La Legge numero 92, istitutiva del «Ricordo» di tutte le «complesse vicende del confine orientale» (e quindi anche del trattato di Osimo), fu votata quasi all’unanimità da una maggioranza trasversale che non è azzardato definire plebiscitaria, ma non si è tradotta in adeguate iniziative a livello informativo e culturale, soprattutto nell’ambito educativo dei giovani, la cui esigenza di apprendimento viene spesso sacrificata al principio costituzionale della libertà d’insegnamento. Del pari, la corresponsione di riconoscimenti in memoria dei Martiri delle Foibe ha concluso la sua vigenza decennale nel marzo 2014, senza che l’iter di rinnovo, richiesto dai vari Soggetti interessati, sia stato oggetto di un solerte percorso parlamentare peraltro facile, nonostante i progetti «ad hoc» già presentati alla Camera dei Deputati dall’Onorevole Ettore Rosato (8 aprile 2014) e dall’Onorevole Giorgia Meloni (31 ottobre 2014).


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Giurisprudenza
Sentenze delle Supreme Corti Italiane circa lo status della cosiddetta Zona «B»

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Corte di Cassazione, Sezione I Civile, 9 ottobre 1953 (Giustizia Civile)

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Corte di Cassazione, Sezioni Unite Penali, 24 novembre 1956 (Foro Italiano)

Consiglio di Stato, Sezione V, 19 aprile 1958 (Foro Italiano)

Consiglio di Stato, Sezione III, 22 gennaio 1960 (Foro Italiano)

Corte di Cassazione, Sezione I Civile, 18 settembre 1961 (Foro Italiano)

Consiglio di Stato, Udienza plenaria, 27 ottobre 1961 (Foro Italiano)

Consiglio di Stato, Udienza plenaria, 20 dicembre 1961 (Foro Italiano)

Corte Costituzionale, 23 giugno 1964 (Foro Italiano)

Corte di Cassazione, Sezione I Civile, 7 ottobre 1967 (Foro Italiano).

Nota bene: giurisprudenza in costante favore della tesi secondo cui la sovranità italiana sulla Zona «B» non è mai venuta meno dal Trattato di Pace in poi, stante la mancata costituzione formale del Territorio Libero di Trieste. Ne consegue, implicitamente, che il trasferimento ha trovato attuazione con il trattato di Osimo.

(novembre 2015)

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