Il mistero del fiume Sebeto
Storia di un fiume che non c’è più, ma la cui presenza palpita ancor viva nell’animo dei Napoletani

Nelle terre tra il Vesuvio e la città di Napoli, un tempo passato, ma non si sa da quanto è passato, tranquillamente e placidamente scorreva un fiume di nome Sebeto. Era così grande che le sue acque contribuirono a rendere produttiva la terra e a far sviluppare l’antica Napoli, ma altrettanto misterioso da scomparire e non lasciare nessuna traccia tanto che oggi non tutti gli studiosi sono concordi sulla sua origine, sulla sua storia e, infine, sulla sua scomparsa.

Come vi sarà chiaro, la storia del fiume Sebeto è un bel rompicapo che lo rende misterioso e mitico allo stesso tempo soprattutto perché dopo il terribile terremoto del 1980 e l’eccessiva urbanizzazione dell’«ager neapolitanus» tale corso d’acqua, o ciò che rimaneva di lui, è stato interrato, chiuso, deviato, in poche parole l’imponente Sebeto, grazie alla mano dell’uomo, è passato da fiume a rigagnolo per poi scomparire definitivamente agli occhi del Napoletano.

Nonostante il negativo intervento dell’uomo, la difficoltà di studiare testimonianze archeologiche e geologiche a causa dell’eccessiva antropizzazione che caratterizza la città napoletana e tutta l’area vesuviana, il mito del fiume Sebeto rimane immutato e va narrato e chi vuole scoprire Napoli deve conoscerlo.


Alla ricerca del misterioso fiume Sebeto con le sue fresche, limpide e perdute acque

«…Mi parea fermamente essere nel bello e lieto piano che colui dicea; e vedere il placidissimo Sebeto, anzi il mio Tevere, in diversi canali discorrere per la erbosa campagna, e poi tutto insieme raccolto passare soavemente sotto le volte d’un piccolo ponticello, e senza strepito alcuno congiungersi con mare». Sannazzaro, Arcadia (1480-1483).

Le parole di Jacopo Sannazzaro ci aiutano a capire proprio il mito del fiume di nome Sebeto che per il Napoletano è come il Tevere per i Romani, è legato all’origine della città, è il punto di riferimento nella storia e della storia di Napoli e dei Napoletani nonostante sia un fiume non imponente che attraversa un piccolo ponticello senza strepito alcuno.

Il fiume Sebeto, come ogni mito, ha un’origine storica, o meglio archeologica perché le testimonianze di questo fiume e del suo culto come divinità fluviale sono giunte a noi su alcune monete datate V secolo avanti Cristo su cui sono raffigurati da un lato il dio fluviale Sebeto e dall’altro una donna alata con l’idra – la divinizzazione del fiume, aspetto tipico del politeismo antico, era presente nella cultura greca e nelle sue colonie e mantenuta viva anche dai Romani –, e su una epigrafe per un’edicola votiva, rinvenuta vicino le mura di Porta del Mercato, di un certo Euthycus che aveva restituito a tutti l’edicola dedicata al dio Sebeto.

Accanto alle testimonianze archeologiche, che possono essere sempre reinterpretate alla luce di nuove scoperte, ci sono testimonianze scritte di autori latini del calibro di Virgilio, Stazio e Columella, i quali descrivevano il fiume con le sembianze di un uomo, innamorato della sirena Partenope, e dal loro amore nacque la ninfa Sebetide. Tali autori lo descrivevano come un uomo che nella simbologia greca indicava un maestoso corso d’acqua che con le sue fresche e limpide acque rendeva fertili le terre vesuviane; il fiume se raffigurato o descritto come un giovinetto indicava, invece, un corso d’acqua molto più piccolo, un fiumiciattolo.

Nonostante la loro autorevolezza e precisione come fonti storiche, non danno nessuna informazione sulla sua sorgente né tanto meno il suo corso, sembra che narrassero già il mito del Sebeto e non il fiume reale, ciò fa capire quanto esso era importante e presente nella cultura degli abitanti di Neapolis indipendentemente dalla sua reale portata d’acqua.

Proprio dalle testimonianze greche e latine partono tutti i grattacapi degli storici perché, oltre a non capire bene come si snodava lungo l’«ager neapolitanus» – è la pianura tra il Vesuvio e la città di Napoli –, non riescono a capire come possono gli antichi descriverlo, raffigurarlo e venerarlo ma non essere precisi sul suo percorso o sulla sua origine? Come può un intero e imponente corso d’acqua sparire nel nulla senza lasciare tracce? Com’è possibile perdere anche la memoria delle sue sorgenti? Le risposte a queste domande non sono per nulla semplici, ma il mito del fiume Sebeto rimane ancora immutato.

Al mistero si aggiunge altro mistero se si vuole capire l’origine del suo nome: Sebeto deriverebbe da «sepeitos», come si trova scritto sulle monete su citate, e sarebbe un nome indigeno che i Greci riportarono sulla moneta; oppure, partendo dall’analisi della radice «sebo», «andare con impeto», il nome Sepeitos, «impetuoso», sarebbe stato dato proprio dai Greci; ancora «sebo» significherebbe «onorare con culto» in riferimento al politeismo antico e al culto del dio fiume Sebeto quale divinità riconosciuta dal popolo; oppure, «sebo» significherebbe «putrefare», quindi il Sebeto sarebbe un fiume stagnante e non impetuoso e vivo.

Nonostante i dubbi sull’origine del suo nome, tutti gli studiosi lo legano ai primi coloni greci che s’insediarono nel golfo napoletano.

Per quanto riguarda la sua fonte e la sua foce, assodato che un corso d’acqua denominato Sebeto esisteva, tutti gli studiosi concordano che le sorgenti si trovavano nelle viscere del monte Somma-Vesuvio, su quale versante si trovava, però, non si sa con certezza, attraversava l’«ager neapolitanus» alimentato anche da altre sorgenti o corsi pluviali, entrava nella città da Sud-Est – per chi conosce Napoli la zona in questione è tra Ponticelli, Gianturco, San Giovanni –, passava per Via Marina, attraversava il Ponte della Maddalena, passava sotto la collina di Pizzofalcone, ossia tra Partenope e Neapolis, per poi sfociare a mare più o meno dove oggi si trova il Maschio Angioino. Lungo il suo percorso nutriva le terre vesuviane favorendo un importante sviluppo agricolo che, se pur sotto forma d’insediamenti sparsi, portò a un progressivo sviluppo abitativo.

Altro grattacapo riguarda le cause che l’hanno trasformato da fiume in rigagnolo, anche in questo caso ci sono diverse ipotesi sul tavolo: l’imputazione alla costruzione del primo acquedotto romano denominato «Bolla», dal nome della omonima sorgente situata alle pendici del Vesuvio, che avrebbe sottratto l’acqua al maestoso Sebeto; il progressivo sviluppo agricolo, antropologico e industriale dell’«ager neapolitanus» che causò la deviazione, la chiusura, l’alterazione dei vari corsi d’acqua che lo ingrossavano, ciò avrebbe provocato un suo progressivo impoverimento; in ultimo, e non memo importante, l’attività sismica della zona che sicuramente ha determinato profondi cambiamenti nel sottosuolo e nelle falde acquifere.

Tali ipotesi su accennate non permettono di spiegare fino in fondo i mutamenti che hanno colpito il fiume Sebeto se si tiene conto anche delle fonti medievali perché, se pur l’inurbamento eccessivo avvenuto dal dopoguerra in poi ha trasformato radicalmente la campagna napoletana, in esse l’imponente Sebeto si era già trasformato nel rigagnolo Rubeolo, come ricorda lo stesso Boccaccio che aveva sentito parlare del grande Sebeto ma che aveva visto solo il piccolo Rubeolo, corso maleodorante la cui foce era ben lontana dalle porte di Napoli.

Ovviamente non tutti gli studiosi concordano nel sostenere che il medievale Rubeolo sia il greco Sebeto, e qua si aprirebbe un’altra ipotesi ossia che il fiume sarebbe scomparso già sul finire dell’Impero Romano e che tutti i narratori dal Medioevo fino ai giorni nostri hanno descritto il grande Sebeto come fiume mitico e non come fiume reale, ripetendo ciò che le fonti greche e latine riportavano in modo impreciso sul fu Sebeto, alimentando ulteriormente il suo mito.

Il Rubeolo sarebbe un altro corso d’acqua ma il forte desiderio di ammirare ancora il greco Sebeto ha generato confusione negli occhi e nella memoria di chi lo guardava.

Nonostante la non certa continuità tra il Sebeto e il Rubeolo, il fiume che nutriva la campagna vesuviana è stato comunque considerato importante tanto che contribuì allo sviluppo agricolo e industriale della zona come confermano i numerosi atti regi in cui s’imponeva una costante bonifica delle paludi, una costante manutenzione degli argini e del letto del fiume e delle sue numerose diramazioni per evitare danni alle produzioni e alle persone, oltre che ridurre le malattie. Inoltre, permetteva a chi abitava lontano dal mare di farsi il bagno nelle sue fresche e limpide acque, altro che maleodoranti, usanza che rimase fino ai primi anni del 1900. Poi le due guerre e il boom industriale hanno radicalmente cambiato le terre vesuviane che furono bonificate per migliorare l’agricoltura ma, purtroppo, anche per accogliere complessi industriali, ciò portò ad un inurbamento non regolare e decisamente eccessivo e il corso d’acqua, che è ancora presente nella memoria degli anziani soprattutto di Ponticelli perché si facevano il bagno dopo la scuola, è stato interrato, deviato e purtroppo usato come discarica o inserito nei canali di scolo. In ultimo è stato definitivamente nascosto.

In conclusione, i dubbi sul fiume di nome Sebeto rimangono ancora tutti, ma il suo mito, le sue fresche acque che si diramavano in mille rivoli nutrendo le terre napoletane e allietando le persone che si bagnavano o pescavano nelle sue limpide acque rimangono, per il Napoletano, il fiume, o ciò che ne rimaneva, che passava ad Est di Napoli era il Sebeto, può non essere così, non importa, il desiderio, l’amore per il mitico Sebeto era e rimarrà forte nel cuore del Napoletano, in chi lo ha visto per poco e per chi, come me, non lo ha mai visto ma ne ha sentito narrare dai membri più anziani della famiglia. Può non essere così ma quando passo su Via Argine penso al grande Sebeto che nonostante la mano dell’uomo attraversa ancora la sua città, la città che contribuì a fondare insieme alla sua amata Partenope e, come in passato, protegge e nutre.

Articolo in media partnership con polveredilapislazzuli.blogspot.it
(febbraio 2017)

Tag: Annalaura Uccella, il mistero del fiume Sebeto, Vesuvio, Napoli, Campania, Jacopo Sannazzaro, Rubeolo, Sebeto.