Genova 1960: il congresso del Movimento Sociale
Una rilettura critica del 30 giugno antifascista nel capoluogo ligure

Sono pochi coloro che dopo un sessantennio ricordano quanto avvenne a Genova il 30 giugno 1960 e nei giorni successivi, quando una trentina di poliziotti furono sfregiati a vita dagli uncini dei «camalli» rischiando la vita, mentre un loro ufficiale fu salvato a stento dalla furia dei rossi che tentarono di annegarlo nella fontana di Piazza De Ferrari. La causa scatenante della violenza estremista era stata la decisione del Movimento Sociale Italiano di convocare proprio a Genova il VI Congresso Nazionale, che si affermava essere offesa intollerabile per una città insignita di Medaglia d’Oro della Resistenza: cosa quanto meno opinabile, visto che quattro anni prima nulla era accaduto in analoghe circostanze a Milano, né sei anni prima a Viareggio.

Il fatto nuovo era un altro, che per taluni aspetti aveva assunto carattere rivoluzionario: il Movimento Sociale Italiano, dopo tanti anni di opposizione pregiudiziale, era diventato forza di governo, grazie ai decisivi voti parlamentari in favore del Governo di Francesco Tambroni (subentrato a quello di Antonio Segni), e prima ancora, alla formula trasversale varata in Sicilia da Silvio Milazzo, che aveva dato vita a un Esecutivo regionale coi voti determinanti della destra.

Tutto ciò non poteva essere consentito dalla Democrazia Cristiana, che in maggioranza era già propensa ad aprire a sinistra, abbandonando un centrismo ormai precario a favore del Partito Socialista Italiano e lasciando all’opposizione anche i liberali. A più forte ragione, non poteva essere ammesso dal Partito Comunista Italiano, che avvertiva il pericolo di perdere l’alleanza socialista e intendeva sfruttare al massimo la sua organizzazione paramilitare, garantita da un movimento partigiano tuttora forte e certamente spregiudicato.

Il siluramento di Tambroni, che sarebbe caduto a fronte di una crisi extra-parlamentare dalla costituzionalità certamente opinabile, e dopo essere stato rinviato alle Camere dal Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi, fu ordito dagli stessi democristiani: in particolare, la sinistra della Democrazia Cristiana fece dimettere con effetto immediato i suoi tre Ministri chiamati a far parte del nuovo Dicastero. Il Ministro dell’Interno Giuseppe Spataro, che peraltro non apparteneva a tali correnti, ci mise del suo dando disposizione perché la polizia andasse disarmata in piazza, facendo in modo che i dimostranti ne fossero informati, mentre i carabinieri, che erano armati, ebbero l’ordine di non intervenire e non subirono aggressioni di sorta.

Vale la pena di rileggere queste vicende complesse e almeno in parte dimenticate, perché la storia dei «fatti di Genova» parte da lontano: addirittura, dall’indomani dell’8 settembre e dal tentativo del principe Valerio Pignatelli della Cerchiara di organizzare una Resistenza di destra nell’Italia «liberata» avvalendosi di uno stuolo di patrioti, molti dei quali lasciarono la giovane vita davanti ai plotoni d’esecuzione degli Alleati, come nel caso emblematico di Franco Aschieri e dei suoi commilitoni, fucilati dalla polizia militare statunitense in agro di Santa Maria Capua Vetere: un’altra storia colpevolmente archiviata.

Nel quindicennio compreso fra il 1945 e il 1960 il Movimento Sociale Italiano aveva dovuto confrontarsi con le diverse «anime» che ne distinsero la dialettica interna, non già in una logica correntizia, ma nell’esigenza di un impegno condiviso da tutti per la ricostruzione della Patria e dei suoi valori. Cambiavano la strategia e la tattica, ma l’obiettivo era sostanzialmente lo stesso: c’era la cosiddetta «sinistra nazionale» che perseguiva scopi prioritari di equità socio-economica e non faceva mistero di preferire la logica della programmazione a quella della libera iniziativa; c’era la componente «spiritualista» che si richiamava agli insegnamenti di Julius Evola e di Giovanni Gentile; e c’era una destra in cui la pur difficile catarsi non escludeva la progressiva accettazione della democrazia e del parlamentarismo.

Queste differenze, che non di rado si traducevano in forti divergenze non solo tattiche, trovavano un punto d’incontro nel comune riconoscimento di una realtà etica dello Stato, in evidente antitesi rispetto alle concezioni altrui, a cominciare da quella cattolica e da quella comunista: due «fedi opposte», per dirla con Benedetto Croce, in cui l’idea di Stato veniva subordinata ad altri valori assumendo un carattere strumentale obiettivamente inaccettabile da parte di chi, come i militanti del Movimento Sociale Italiano, vi ravvisavano la forma superiore di volontà della Nazione, o meglio dello Stato, e prima ancora, di superamento dell’individualismo in chiave comunitaria.

Il paradosso di Genova sta nel fatto che, dopo tanti anni di arduo e spesso sofferto confronto, la mozione predisposta dal Segretario Nazionale Arturo Michelini aveva raccolto le adesioni di tutte le componenti, in un quadro unitario ampiamente condiviso: tra gli altri, anche da Giorgio Almirante, che fino a quattro anni prima aveva mostrato di propendere per atteggiamenti pregiudiziali, poi riveduti alla luce dell’esperienza siciliana e soprattutto di quella consentita dalla breve stagione del Governo Tambroni.

Quella mozione costituisce una «summa» dell’impostazione politica che il Movimento Sociale Italiano intendeva assumere nella dialettica degli anni Sessanta, accettando di misurarsi a tutto campo con le altre forze: più specificamente, una politica estera atlantica, ma estremamente attenta alla difesa dei valori nazionali, a cominciare dalle zone di confine come l’Alto Adige e la Venezia Giulia, per finire con la revisione del trattato di pace; una politica interna basata sulla realtà di uno Stato forte che garantisse l’ordine e il rispetto della legge, senza trascurare la riforma del bicameralismo e l’impegno a favore dell’unità; una politica economica e sociale che prevedesse la partecipazione dei lavoratori alle gestioni aziendali, un sindacato unitario indipendente dai partiti e giuridicamente riconosciuto, e la valorizzazione delle categorie professionali.

Con Genova, e con le progressive aperture a sinistra che ne sarebbero scaturite, fu perduta, in primo luogo a causa della Democrazia Cristiana, un’occasione storica. Il Movimento Sociale Italiano fu estraniato nel ghetto predisposto dagli inventori del cosiddetto «arco costituzionale» ma ciò non gli avrebbe impedito di consolidare le proprie opzioni fondamentali in una sorta di fiume carsico, destinato a tornare alla luce in tempi successivi e in modi all’epoca imprevedibili. Del resto, il suo elettorato era notevolmente fidelizzato già prima del 1960, a far tempo dai primi confronti nelle urne: anzitutto, quello del 18 aprile 1948, quando il nuovo partito, sebbene condizionato dall’antitesi epocale fra la Democrazia Cristiana e il blocco social-comunista, fu capace di eleggere i suoi primi parlamentari; e poi, quello del 7 giugno 1953, quando ottenne oltre un milione e mezzo di suffragi, contribuendo in modo determinante ad affossare la cosiddetta «legge truffa» voluta da Alcide De Gasperi.

Sandro Pertini, il futuro «Presidente più amato dagli Italiani», avrebbe ribadito che il Movimento Sociale Italiano non era un partito ma «un’associazione a delinquere» nei cui confronti i partigiani del 1945 avevano commesso l’errore di essere stati «troppo generosi» salvo manifestare la disponibilità a scendere nuovamente in piazza «per farli scomparire del tutto». Ecco un buon motivo in più per raccomandare la rilettura oggettiva di quanto accadde a Genova nell’estate «calda» del 1960 e soprattutto per collocare nella giusta dimensione etico-politica coloro che scelsero di battersi in condizioni francamente difficili e certamente rischiose (l’Agente Antonio Sarappa sarebbe morto a due mesi di distanza per le ferite riportate negli scontri di Genova), in difesa di valori che, sia pure parecchio più tardi, diversi oppositori dell’epoca avrebbero finito per riconoscere: talvolta in chiave strumentale, ma in ogni caso, meglio tardi che mai.

(agosto 2019)

Tag: Carlo Cesare Montani, Genova 1960, Francesco Tambroni, Antonio Segni, Silvio Milazzo, Giovanni Gronchi, Giuseppe Spataro, Valerio Pignatelli della Cerchiara, Franco Aschieri, Julius Evola, Giovanni Gentile, Benedetto Croce, Arturo Michelini, Giorgio Almirante, Alcide De Gasperi, Sandro Pertini, Antonio Sarappa, fatti di Genova, 30 giugno 1960.