Dove iniziò la leggenda di Spartaco
Spartaco, i gladiatori e l’anfiteatro dell’antica Capua

Ammirando questo imponente e maestoso anfiteatro, calpestando la sua arena, camminando lungo i suoi corridoi non potevo non ricordare le gesta eroiche di quel gladiatore che fece tremare Roma, quel Trace conosciuto con il nome di Spartaco che si ribellò al suo lanista Batiato e a Roma per poi morire, dopo tre anni di lotta, infilzato come un portaspilli dai legionari guidati da Crasso.

Le notizie sulla vita di Spartaco da uomo libero sono quasi nulle, si sa che era di umili origini, nacque in un posto imprecisato della Tracia nel 109 avanti Cristo per poi morire in Lucania nel 71 avanti Cristo. Maggiori notizie si hanno sulla sua vita da schiavo e soprattutto sulla sua vita da capo dei ribelli: si arruolò come ausiliare nell’esercito romano e combatté in Macedonia, in seguito fu accusato di diserzione, reato punito solitamente con la morte, ma la sua prestanza fisica lo «salvò».

Il nome Spartaco, com’era di consuetudine quando uno schiavo veniva acquistato, gli fu dato dal lanista Lentulo Batiato dopo averlo comprato nel 73 avanti Cristo, il suo vero nome non si conosce. Nelle fonti storiche veniva indicato anche con il soprannome di Trace, «Thraex», che deriverebbe quasi sicuramente dal suo ruolo nei combattimenti nell’arena, ossia indossava l’armatura da Trace, più che dalle sue origini.

Nel 73 avanti Cristo Spartaco insieme ad altri gladiatori, stanchi dei duri combattimenti e umiliazioni, si ribellò, uccise Batiato e scappò dalla sua scuola.

Iniziò così la lunga lotta contro Roma che si protrasse per ben tre anni durante i quali l’esercito romano fu sconfitto più volte per una serie di ragioni quali:

1) per tutta l’età repubblicana Roma non possedeva un esercito professionale permanete e le legioni si arruolavano solo in occasione di una campagna militare;

2) si arruolavano sia i patrizi sia i plebei ma per diverse ragioni: i patrizi per mantenere il buon nome della famiglia, la «gens», e per amor patrio ossia per difendere i propri confini dai nemici, i plebei si arruolavano per il premio congedo militare e per il bottino dei saccheggi.

Quindi, la rivolta di Spartaco e dei gladiatori fu sottovalutata perché Roma non li considerava nemici, non mettevano in pericolo le istituzioni o l’ordine sociale, insomma, erano semplicemente dei poveri schiavi, dei disertori, gente semplice la cui sconfitta non dava onore, nel caso dei patrizi, né bottino, nel caso dei plebei.

Va aggiunto che non erano rare le rivolte degli schiavi essendo la schiavitù, nell’antica Roma, una condizione assolutamente non facile nonostante fosse il vero motore dell’economia antica; basti ricordare le prime due guerre servili scoppiate in Sicilia nel 104 avanti Cristo e nel 103 avanti Cristo e duramente represse nel sangue.

Dopo ben tre anni di scontri, Roma fu costretta a ricredersi non solo perché Spartaco si rivelò un ottimo leader e stratega militare sconfiggendo a più riprese l’esercito romano, tali scontri entreranno negli annali di storia come la III guerra servile, ma soprattutto perché i ribelli iniziarono a mettere in pericolo l’ordine sociale costituito attraverso le loro violente scorribande per recuperare cibo, denaro, armi e alimentando, contemporaneamente, il desiderio di vendetta da parte di chi era vessato da Roma, in poche parole, i cittadini romani temevano di essere uccisi per mano dei loro stessi schiavi e chiesero al Senato di riportare ordine nella società e di annullare ogni loro velleità.

Tra il 72 e il 71 avanti Cristo l’ordine sociale fu ristabilito, Marco Licinio Crasso alla testa di ben sei legioni affrontò e sconfisse l’esercito ribelle. Spartaco fu ucciso presso il fiume Sel, in Lucania, e i sopravvissuti furono crocifissi lungo la Via Appia, da Capua a Roma, come monito a chi osava ribellarsi a Roma.


L’anfiteatro

Dopo aver accennato alle gesta di Spartaco, è arrivato il momento di parlare dell’anfiteatro dell’antica Capua, l’attuale Santa Maria Capua Vetere, che diede fama al gladiatore soprannominato «il Trace».

Questo maestoso anfiteatro è il più antico e il secondo per grandezza rispetto al Colosseo – il terzo per età e grandezza è quello di Pozzuoli – ed è sopravvissuto abbastanza bene alle insidie della storia e del tempo.

In origine sia i giochi gladiatori sia quelli delle belve si svolgevano nella piazza principale o nel foro e solo in seguito furono costruite delle apposite arene in legno. Il primo a costruire un anfiteatro semi-permanente, secondo Plinio, fu Scribonio Curione, il giovane che nel 53 avanti Cristo fece erigere due teatri disposti uno di fronte all’altro per creare un’arena abbastanza ampia da ospitare questi tipi di spettacoli.

È interessante evidenziare un dato curioso, Roma si dotò di un anfiteatro stabile solo nel 29 avanti Cristo con Caius Statilius Taurus mentre in Campania erano già stati edificati vari anfiteatri su terrapieni con la «cavea» in muratura e pietra; il più famoso, dopo quello di Capua, era l’anfiteatro di Pompei realizzato tra il 70 e il 65 avanti Cristo; tra un poco capirete il perché quest’ultimo divenne famoso.

Il punto di svolta nella realizzazione di questa tipologia d’edificio avvenne quando iniziarono ad essere costruiti molti edifici combinando l’uso della volta con il calcestruzzo, ciò permise la loro costruzione su ogni tipo di terreno e non più solo sfruttando la conformazione naturale dell’ambiente. Grazie a questa rivoluzione ingegneristica, dalla fine dell’età repubblicana e soprattutto dall’età augustea in poi, furono costruiti edifici molto capienti e quelli già costruiti, come l’anfiteatro capuano, chiamato Campano, e quello Flavio di Pozzuoli, furono ricostruiti su modello di quello di Roma. E risale all’età augustea anche l’uso della parola «amphitheatrum» per indicare uno spazio destinato agli spettatori, «teatro», che correva intorno all’arena, «amphi».

Purtroppo dell’antico anfiteatro campano, per intenderci quello calpestato da Spartaco, rimane solo una sua descrizione dalle fonti storiche che lo indicavano come il primo edificio del suo genere ad essere costruito in piano con le gradinate sorrette da muri a cuneo in opera cementizia. Era alto ben 44 metri e buona parte del calcare fu prelevato dal monte Tifata mentre i laterizi furono prodotti in zona.

Il restyling imperiale lo ampliò a tal punto che poté ospitare ben 60.000 spettatori.

Grazie alle varie campagne di scavo si può capire come funzionava e a che cosa servivano i vari ambienti come gli «spoliarum», dove ai gladiatori morti venivano tolte le armi e quelli moribondi ricevevano il colpo di grazia; il «saniarium» era l’infermeria; l’«armamentarium» era l’ambiente in cui si custodivano, sorvegliate a vista, le armi dei gladiatori. Ai lati Est e Ovest stavano due grosse cisterne funzionali ai giochi d’acqua, basta ricordare le famose «aspersiones», ossia aspersioni del pubblico con acqua profumata.

Durante il restyling furono riorganizzati anche i settori più vicino all’arena: la cavea fu divisa in settori orizzontali, detti «meniani», e in settori verticali, detti «cunei», l’accesso agli spalti avveniva attraversando delle gallerie che, costruite sotto le gradinate, consentivano l’accesso ordinato ai vari posti uscendo da porte chiamate «vomitoria». I sotterranei, costruiti sotto le gallerie, ospitavano le complesse scenografie che salivano attraverso un sistema di argani e montacarichi, ospitavano anche le gabbie delle belve e i gladiatori pronti per combattere nell’arena.

La facciata presentava quattro piani, i primi tre con arcate sovrapposte, il blocco centrale di ciascun arco era decorato con la testa di una divinità e, come in un moderno stadio di calcio, dalle arcate del pianterreno si entrava attraversando archi numerati, l’accesso era regolato dal tipo di tessera che veniva distribuita gratuitamente, gli ingressi vip, invece, erano posti sugli assi principali: quello a Nord conduceva alla tribuna imperiale mentre gli altri tre erano riservati ai senatori, alle Vestali, ai sacerdoti, collegi, eccetera.

Anfiteatro di Capua

Anfiteatro Campano dell'antica Capua (Italia)

L’arena era ben visibile da ogni punto della cavea e l’alto podio permetteva la protezione dello spettatore dall’attacco degli animali.

Anfiteatro di Capua, interno

Anfiteatro Campano dell'antica Capua, interno

A rendere tale anfiteatro il più bello, dopo il Colosseo, era la ricca decorazione, in parte visibile nel museo annesso, che impreziosiva i vari «vomitoria», le gallerie e gli ingressi principali.

Anfiteatro di Capua, gallerie

Anfiteatro Campano dell'antica Capua, gallerie

Dalle varie campagne di scavo non è stata trovata ancora nessuna traccia della più antica e prestigiosa scuola gladiatoria, la «ludus gladiatoris», che formò il Trace e i suoi compagni, ma possiamo farci un’idea su come funziona grazie alle fonti storiche; la «familia», ossia il gruppo di gladiatori, era il fulcro dell’organizzazione degli spettacoli gestiti dal lanista, essa veniva mantenuta, addestrata e poi affittata per i vari combattimenti dai quali il lanista ricavava lauti guadagni. L’addestramento era organizzato dai «doctores» aiutati da alcuni subordinati, il «primus» e il «secundus» palo, e dai «rudiarii», veterani che avevano meritato il riconoscimento della daga di legno, «rudus», segno tangibile del loro congedo dai combattimenti.


Origine ed evoluzioni della gladiatura

Dopo aver descritto brevemente la storia di Spartaco e come funzionava un anfiteatro, è arrivato il momento di descrivere un po’ l’origine di questi giochi cruenti e il perché erano amati dai Romani.

Molti studiosi legano l’origine della gladiatura al mondo etrusco e in particolar modo ai suoi rituali funebri. Era consuetudine, infatti, in occasione della morte di un membro importante della comunità, un sacrificio di un uomo la cui morte doveva avvenire solo attraverso il combattimento e, ovviamente, gli schiavi e i prigionieri di guerra erano quelli da sacrificare, questi venivano portati come dono commemorativo dai vari partecipanti al rito funebre e fatti combattere a coppia fino alla morte di entrambi poiché il loro sangue doveva essere versato sulla tomba del defunto affinché potesse placare l’ira degli dèi e l’inquietudine del defunto.

Gli Etruschi diffusero tale pratica sacrificale in tutte le loro colonie, comprese quelle campane, quindi anche nella Capua del IX secolo avanti Cristo.

Invece i primi combattimenti gladiatori, cioè combattimenti che avvenivano con precise regole e armi, nacquero in Campania durante la guerra sannitica del 308 avanti Cristo; i Campani odiavano tantissimo i Sanniti e decisero di armare i loro prigionieri di guerra (i primi gladiatori erano guerrieri catturati) facendoli combattere con le loro stesse armi al fine sia di celebrare le loro vittorie, che per umiliarli. Ciò è confermato dal fatto che Sanniti, «Sannites», erano i nomi dati ai primi gladiatori, in seguito arriverà il Trace, il Gallo, ossia altri popoli assoggettati da Roma, e solo sotto il governo di Augusto furono ideati gli altri tipi di gladiatori come il Murmillo eccetera.

Si fa risalire al 264 avanti Cristo, invece, l’inizio dei combattimenti gladiatori a Roma. Secondo varie fonti storiche il primo combattimento avvenne durante i funerali di Giunio Bruto Pera poiché il nipote decise di far combattere in coppia gli schiavi «donati» dai vari illustri personaggi per commemorare lo zio.

Da questa macabra usanza nacquero gli spettacoli gladiatori i quali conservarono solo il nome originale – «munera gladiatoria» – e il rituale dell’offerta propiziatrice, «munus», che vedeva nel sacrificio umano la sua massima espressione, ma con il tempo tale offerta fu trasformata in un «semplice» combattimento in cui non era obbligatorio uccidere il gladiatore. Tale cambiamento si legava all’importanza che questi spettacoli assunsero nel tempo nella politica romana, in poche parole erano macchine per ingraziarsi la folla e per fare soldi e, come per i moderni calciatori, il lanista non aveva nessuna intenzione di perdere la propria gallina dalle uova d’oro, pertanto i combattimenti venivano organizzati secondo rigide regole per arginare il più possibile eventuali ferite mortali. Ciò non vuol dire che i gladiatori non morivano durante i combattimenti o per le ferite riportate, ma era cosa abbastanza difficile da verificarsi, in più delle volte venivano ricuciti e rimessi nell’arena.

Combattimento tra gladiatori

Combattimento tra gladiatori in un mosaico del I secolo rinvenuto a Leptis Magna (Libia)

I combattimenti divennero, quindi, eccezionali strumenti persuasivi per i politici e gl’Imperatori, non mancò, però, chi si opponeva ad essi cercando di abolirli come, ad esempio, Tiberio, ma non ci riuscì. Erano così amati dal popolo che i gladiatori divennero oggetto di un vero e proprio fanatismo, tanto che le donne facevano di tutto pur di giacere con il loro idolo, anche pagare ingenti somme al lanista (erano pur sempre schiavi) e dormire con loro su giacigli non proprio comodi e puliti. Un esempio è emerso proprio ad Ercolano, una matrona con il proprio gladiatore furono sorpresi dall’eruzione del 79 dopo Cristo.


Le armature

Le tecniche gladiatorie, come gli armamenti, subirono nel tempo dei cambiamenti; in origine i gladiatori erano prevalentemente prigionieri di guerra che usavano le proprie armi e le proprie tattiche di combattimento per deliziare i vincitori, infatti, proprio dai nomi dei popoli vinti – i Traci, Galli e Sanniti – nacquero le prime tipologie di guerrieri impersonati dai gladiatori quando scendevano nell’arena per commemorare le vittorie più importanti. Fu sotto Augusto però che cambiarono le tipologie gladiatorie con una maggiore differenziazione nell’armamentario e una riorganizzazione dei combattimenti secondo uno schema più rigido in cui si contrapponevano precise tipologie di gladiatori.

Ogni gladiatore aveva una base standard composta da un perizoma, «subligaculum», e dalla cintura che lo reggeva, «balteus», un elmo, «galea», la protezione metallica per il braccio, «manica», fissata alla spalla sinistra per proteggere il capo, «galerus», uno schiniere di cuoio rinforzato con del metallo, detto «ocrea», bende di cuoio e stoffa per proteggere gambe e braccia, dette «fasciae».

A quest’armatura base si aggiungevano le diverse armi di difesa e offesa che caratterizzavano ogni gladiatore e dalle fonti storiche e artistiche sono stati riconosciute ben 12 classi gladiatorie, le più famose sono: «reziario» protetto da armi difensive come il braccio sinistro fasciato, la «manica», il «galerus», una placca metallica fissata alla spalla che copriva la gola, le sue armi di offesa erano un tridente e una rete da pescatore, voleva celebrare il dio Nettuno. Combatteva di solito contro il «secutor», cioè «inseguitore», provvisto di un grande «scutum» italico, un grande scudo rettangolare concavo, una corta spada, «gladius», da cui deriva il nome di questo genere di «gioco», era protetto da una manica sul braccio destro, un parastinco metallico, «ocrea», e un elmo privo di tesa per evitare che s’impigliasse nella rete; solitamente combatteva anche contro il «murmillo», nome dal pesce «murma», effigiato sull’elmo, era privo di schiniere, aveva gambe fasciate e si difendeva con lo scudo rettangolare. Il «trace» era munito di elmo dalla cresta a forma di grifone, una spada corta e ricurva, la «sica», uno scudo piccolo e rettangolare, «parmula», alti schinieri che proteggevano quasi totalmente le gambe fasciate fino alle cosce, la manica al braccio destro. «Oplomaco», dal nome del grande scudo che lo proteggeva, indossava l’elmo ornato di piume con visiera, schiniere a protezione della gamba sinistra ed era armato di spada; «provocator», difeso da elmo, indossava una corta corazza decorata al centro con una gorgone, uno schiniere sulla gamba sinistra, si difendeva e attaccava con uno scudo rettangolare e una spada; «dimachaerus», combatteva con due coltelli; «eques», indossava una tunica, un elmo emisferico con tesa circolare, la manica, si fasciava le gambe fino alle caviglie, imbracciava uno scudo tondo e una lancia; «sagittarius», colpiva gli avversari con le frecce; lo «scaeva», ossia mancino, combatteva invertendo le armi, teneva lo scudo a destra e indossava lo schiniere a sinistra.

Gli spettacoli dei «munera gladiatoria» iniziavano con una grande parata dei gladiatori che arrivavano fino alla tribuna per salutare il Cesare; dopo il rituale controllo delle armi, iniziava il vero e proprio rituale del gioco con il riscaldamento dei gladiatori con armi di legno, poi il corteo con gli araldi che annunciavano le coppie, poi entravano gli «harenarii» per ricoprire l’arena di sabbia necessaria ad assorbire tutto il sangue.

Gli spettacoli iniziavano con i combattimenti tra belve esotiche o tra uomo e belve, ossia i «venationes», e l’uomo incaricato di uccidere le belve vincitrici o che combatteva contro di loro veniva chiamato «venatores» ed era considerato molto meno di un gladiatore. Nonostante la loro poca considerazione, tali combattimenti ebbero vita lunga e furono proibiti solo nel VI secolo dopo Cristo con Totila.

Dopo l’intrattenimento con le belve iniziavano i veri e propri spettacoli gladiatori. Come su detto, ogni combattimento seguiva delle precise e rigide regole in cui il gladiatore sconfitto non veniva ucciso, usciva dall’arena malconcio e consapevole di aver perso il premio in denaro, ma, nonostante ciò, è forte nel nostro immaginario il famoso rito del pollice verso. Tale rito, ricostruito in epoca moderna, rende tragicamente romantico un combattimento particolarmente cruento e violento rispetto alla nostra cultura; il gladiatore vincitore, pur avendo la facoltà di concedere la grazia, lasciava la decisione all’Imperatore che a sua volta la rimetteva al pubblico il quale se il gladiatore era degno di sopravvivere, alzando il pugno, gridava «mitte!», se indegno, con il pollice verso, gridava «jugula!», ed egli così riceveva il colpo di grazia. Tutto ciò rende terribilmente teatrale il combattimento.

Tipi di gladiatori

Un retiarius chiamato Kalendio combatte contro un secutor chiamato Astyanax in un mosaico al Museo Archeologico Nazionale di Madrid (Spagna)

Ritornando alla dura, e non romantica, realtà, se il gladiatore moriva durante il combattimento veniva arpionato e fatto uscire dalla porta chiamata «libitina» da inservienti vestiti da Caronte, da Ade o da Marte Psicopompo. I vincitori ricevevano la palma d’oro e vassoi colmi di monete e doni preziosi.

E alla fine di ogni giornata, veniva pubblicato fuori dall’anfiteatro l’elenco dei partecipanti, dei vinti e dei vincitori.

Come detto più volte, i gladiatori erano principalmente schiavi, criminali condannati a morte e prigionieri di guerra ma non mancavano casi di giovani liberi che preferivano questa vita pur di ottenere fama, ricchezza e gloria nel più breve tempo possibile.

Per spiegare la passione che gli antichi Romani avevano per questo tipo di spettacolo basta raccontare i fatti del 59 avanti Cristo. Tale anno è ricordato nella storia «sportiva» romana come l’anno dello scontro tra i tifosi nucerini, in trasferta a Pompei per assistere ai giochi gladiatori nell’anfiteatro pompeiano (l’affresco è conservato al Museo Archeologico di Napoli) e i Pompeiani. Lo scontro partì come un «semplice» sfotto tra le parti ma nel giro di poche ore le due tifoserie vennero alle mani, iniziarono a fioccare morti e feriti, soprattutto tra i Nucerini, sia dentro sia fuori dall’arena. Appena gli animi furono placati, il Senato decise di proibire, diremmo oggi di squalificare, per ben 10 anni l’anfiteatro pompeiano, proibì nella città vesuviana anche ogni forma di spettacolo pubblico e gladiatorio e ai Nucerini fu imposto il divieto di trasferta, l’antico «daspo». Il timore di non assistere più a tali giochi fu tale che spinse tutti i cittadini romani ad essere disciplinati e a non scontrarsi più, non si avranno più episodi di tale gravità.

Scontro tra Pompeiani e Nocerini

Affresco di Pompei con zuffa tra Pompeiani e Nocerini, I secolo dopo Cristo

Il perché i Romani amavano questo tipo di spettacolo è da leggere, secondo gli studiosi, nella partecipazione collettiva di tutta la società romana a questi giochi in cui si rappresentavano, con tanto di sconfitta, i nemici di Roma e della società romana, basti ricordare che i gladiatori erano prigionieri di guerra e assassini, quindi persone che avevano messo in pericolo la società o le regole sociali. La partecipazione collettiva rinsaldava, nonostante le differenze sociali, la comunità su quei valori comuni e condivisi, basti ricordare anche la morte dei Cristiani nel Colosseo. In poche parole questi spettacoli permettevano una catarsi pubblica e una liberazione dalle paure attraverso la morte/sconfitta del nemico che, contemporaneamente, diventava un monito per chi volesse mettere in discussione o in pericolo tale ordine.

Ciò spiega anche il perché tali giochi sopravvissero ai vari divieti, alla caduta dell’Impero, ai vari editti di Costantino, alla dura proibizione ad opera di Onorio nel 403 dopo Cristo, bisogna attendere la salita al trono di Valentiniano III che nel 438 dopo Cristo riuscì a scrivere la parola fine su questo tipo di spettacolo.

Dopo Valentiniano III non ci saranno più né gladiatori né combattimenti, bisogna aspettare Hollywood per riscoprire l’affascinante figura del gladiatore e soprattutto il personaggio di Spartaco. Personalmente, più che dai film e serie TV, anche se in quest’ultimo caso mi sono appassionata tantissimo, sono stata affascinata dalla figura di Valerio descritto nei libri di Gordon Russell, ben due libri – Il grande gladiatore e La notte del gladiatore – in cui sono descritte benissimo tutte le tecniche di combattimento e di allenamento a cui si sottoponevano i gladiatori, sembra quasi di trovarsi lì tra le fredde mura delle loro scuole; da leggere.

Articolo in media partnership con polveredilapislazzuli.blogspot.it
(dicembre 2015)

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