Germania: un modello di sviluppo organico e razionale
Dal disastro della guerra alla ricostruzione ed alla cooperazione

La vicenda tedesca dell’ultimo secolo, contraddistinta da due guerre mondiali concluse con altrettanti disastri del militarismo ereditato da Bismarck, ha posto in luce grandi capacità reattive ed una ripresa per tanti aspetti straordinaria, in specie dagli anni Cinquanta in poi, su cui vale la pena di attirare adeguate attenzioni. Ciò, nello spirito e nella logica di Friedrich Meinecke, secondo cui ogni storia – ed a più forte ragione quella tedesca – è sempre attuale in quanto interpretata alla luce della sua «contemporaneità».

Dopo oltre 68 mesi di belligeranza, iniziata il 1° settembre 1939 con l’attacco alla Polonia, il Terzo Reich distrutto ed invaso non ebbe altra scelta se non quella della resa incondizionata. La firma del «diktat» avvenne in data 8 maggio 1945 ad opera del Governo Doenitz, subentrato pochi giorni prima a quello di Hitler, e letteralmente fagocitato due settimane dopo, quando la Germania si trovò divisa, nella sostanza e nella forma, in quattro zone di occupazione amministrate in via separata dalle Potenze Alleate (Gran Bretagna, Francia, Stati Uniti, Unione Sovietica). La medesima spartizione fu riservata a Berlino, che costituiva una sorta di «enclave» nel territorio orientale, controllato dall’Armata Rossa.

La conseguenza più immediata, peggiorativa anche rispetto a quella pur durissima imposta nel novembre 1918 al termine della Prima Guerra Mondiale, fu la perdita di sovranità: in pratica, lo Stato aveva cessato di esistere. Tale azzeramento delle istituzioni non ebbe durata breve, essendosi protratto per oltre quattro anni: esattamente, fino al 23 maggio 1949, quando gli Alleati Occidentali riconobbero la Repubblica Federale Tedesca, mentre nella zona orientale era sorta, specularmente, la Repubblica Democratica, con una divisione che sarebbe durata fino al 1990, quando la caduta del Muro mise termine ad una frattura antistorica.

Un primo contributo significativo al ripristino della sovranità, sia pure limitata al qualificante fattore monetario, era stato acquisito nel 1948 con l’introduzione del «nuovo» marco ed il recupero di un mezzo autonomo di supporto finanziario all’economia di scambio.

Il percorso di recupero istituzionale venne completato il 20 settembre 1949 quando, a seguito di regolari elezioni, la Repubblica Federale si diede il primo Governo del dopoguerra sotto la presidenza cristiano-democratica del Cancelliere Konrad Adenauer, e con il supporto della nuova Costituzione. Successivamente, la Germania sarebbe stata ammessa nel rinnovato consesso europeo, entrando a far parte, già nel 1951, della CECA (Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio), la prima organizzazione comunitaria della futura Unione.

Sul piano umano e su quello socio-economico, l’effetto più visibile della Seconda Guerra Mondiale, caratterizzato da aspetti altamente drammatici, fu l’Esodo della popolazione tedesca, anche a fronte di provvedimenti indiscriminati di espulsione dai territori trasferiti unilateralmente sotto la sovranità altrui, come la Slesia, il Brandeburgo e la Pomerania, passati a Polonia ed Unione Sovietica (nella zona occidentale, la Saar, che sarebbe stata restituita alla «nuova» Germania nel 1955, non vide accadere alcunché di assimilabile, almeno dal punto di vista umano). L’Esodo coinvolse circa 16 milioni di profughi, un quinto dei quali – secondo stime attendibili – perse la vita durante una drammatica anabasi dalle dimensioni bibliche, iniziata nell’inverno del 1944 a fronte delle straripanti avanzate compiute dall’Armata Rossa in territorio del Reich. Ad essi si aggiunsero i ritorni forzati di vecchie emigrazioni come quelle nel comprensorio dei Sudeti, o dei cosiddetti «Tedeschi del Volga» che a suo tempo si erano stabiliti nella Russia Sud-Orientale e che furono implacabilmente cacciati da Stalin.

Non venne firmato il trattato di pace con gli Stati vincitori, per il quale si sarebbe dovuto attendere addirittura fino al 1990: ciò, a causa dei profondi dissensi tra le due Repubbliche Tedesche e prima ancora, tra i protagonisti della «Guerra Fredda» che aveva toccato livelli di forte tensione a causa del blocco di Berlino (il cui unico collegamento con l’Occidente era rimasto quello aereo) e delle tragiche fughe dall’Est che avrebbero provocato un elevato numero di vittime, la cui esatta quantificazione è rimasta sconosciuta.

La Germania era uscita dalla guerra in condizioni disastrose, non solo per le enormi perdite umane, incolmabili nel breve e medio termine, ma anche per la distruzione di infrastrutture, attività produttive e della stessa edilizia civile. Paradossalmente, la necessità di avviare un volano di ripresa partendo dall’industria pesante e dal capitale fisso fu in grado di indurre uno sviluppo ad ampio spettro in tempi relativamente rapidi, sebbene circoscritto in larga maggioranza alla Repubblica Federale, dove una differenza decisiva provenne dai programmi occidentali di supporto, a cominciare dal Piano Marshall e dall’opzione, imposta dagli stessi Alleati, di intervenire prioritariamente nelle grandi infrastrutture; tutto ciò, assieme alla preclusione di qualsiasi investimento in campo militare, politicamente impensabile, ed almeno nell’immediato, sostanzialmente improduttivo.

Tra le conseguenze che il Secondo Conflitto Mondiale avrebbe lasciato nel tessuto politico e sociale della «nuova» Germania si deve sottolineare il ruolo maieutico sulle scelte collettive nell’ottica della cooperazione, e quindi, in senso moderno e realmente democratico: al riguardo, basti dire che tutte le consultazioni elettorali dal dopoguerra in poi avrebbero visto una ricorrente alternanza delle forze moderate o progressiste capaci di riconoscersi nella Costituzione e nella dialettica parlamentare, se del caso ricorrendo alla Grande Coalizione (come nella nuova intesa di collaborazione a tutto campo intervenuta a fine 2013 con la stipula del «contratto» governativo di legislatura) e ripudiando, già dal programma socialdemocratico di Bad Godesberg, ogni suggestione massimalista. Analogamente, nel territorio della vecchia Repubblica Democratica di stampo sovietico il ripudio dello «Stato partito» dopo la svolta storica del 1990, propedeutico alla riunificazione, sarebbe stato altrettanto categorico, per motivazioni della stessa matrice.

Oggi, la Germania unita mantiene il rango di «locomotiva europea» e quello, economicamente decisivo, di massima realtà esportatrice mondiale, nonostante i costi produttivi tipici di un Paese sviluppato. Ciò si deve alla massimizzazione della produttività, a rapporti di lavoro strategicamente consapevoli e scarsamente conflittuali, ad investimenti oculati ed al controllo funzionale del debito pubblico, ma in misura non marginale, anche all’esperienza «formativa» della guerra, della ricostruzione, dell’impegno, e in definitiva, di un moderno e consapevole senso dello Stato.

Il disastro epocale del 1945, diversamente da quanto era accaduto nel 1918, ha dato luogo ad una profonda modificazione del cosiddetto «spirito del popolo» anche dal punto di vista filosofico, pur salvaguardando i momenti fondamentali del criticismo kantiano e dell’idealismo, con particolare riguardo a quelli dell’autocoscienza che assurge a valore, nella matura e piena consapevolezza del suo inserimento in una sintesi capace di superare ogni forma di individualismo egocentrico e di assumere la dimensione superiore dell’ethos. Sul piano politico, questo percorso si è tradotto, da una parte, nel rifiuto della forza come strumento di azione politica ed economica, ma senza indulgere a veti reciproci od a sterili logomachie; e dall’altra, nel ripudio, assolutamente prioritario, di un collettivismo coatto a sfondo marxista che nella Repubblica Democratica si era tradotto in «un quarantennio di marcia verso il nulla».

Dalla filosofia alla psicologia sociale il passo è breve, nel segno della storia. Il caso della Germania, che ha conosciuto la sconfitta in entrambe le Guerre Mondiali del Novecento, è davvero emblematico. Infatti, la sua dolorosa esperienza ha dimostrato, per dirla con Harold Bloomfield, che «la materia deve essere al servizio della spiritualità» nell’interesse di tutti (e quindi, per il bene di ciascuno): un vero e proprio «principio primo» delle concezioni idealistiche, ma tanto più credibile se valorizzato al meglio sul terreno concreto della prassi. In questo senso, si può dire che la storia tedesca non sia trascorsa invano.

Libera da sovrastrutture ideologiche, ma consapevole del suo ruolo propulsivo, la Germania contemporanea è un grande Stato moderno, la cui «leadership» europea è fuori discussione, ed il cui esempio di tutela dei diritti umani, coniugato con un ragionevole pragmatismo gestionale della cosa pubblica alla luce di impegni generalmente condivisi, costituisce un utile paradigma di riferimento, e nel contempo, un modello di buon senso e di funzionalità organizzativa da meditare con attenzione e – cominciando con l’Italia – da trasferire utilmente anche altrove.

(marzo 2014)

Tag: Carlo Cesare Montani, Europa, Germania, dopoguerra, Novecento, Bismarck, Friedrich Meinecke, Terzo Reich, Seconda Guerra Mondiale, Doenitz, Hitler, Francia, Stati Uniti, Italia, Gran Bretagna, Unione Sovietica, Berlino, marco, Repubblica Federale Tedesca, Repubblica Democratica Tedesca, Muro di Berlino, Konrad Adenauer, CECA, Guerra Fredda, Piano Marshall, Grande Coalizione, Bad Godesberg, Harold Bloomfield.