Germania: 75 anni dal crollo del Reich
Riflessioni e auspici nell’ottica di una storia tragicamente complessa

Dopo oltre 68 mesi di una belligeranza iniziata con l’invasione della Polonia (1° settembre 1939), il Terzo Reich, ormai alla mercé delle forze anglo-americane e sovietiche, non ebbe altra scelta all’infuori della resa incondizionata (8 maggio 1945). La firma avvenne a opera del Governo presieduto dall’Ammiraglio Karl Doenitz, subentrato da una settimana a quello di Adolf Hitler, e letteralmente scomparso dopo altre due settimane (23 maggio) quando la Germania venne divisa, nella sostanza e nella forma, in quattro zone di occupazione, amministrate in via separata dalle Potenze Alleate (Gran Bretagna, Francia, Stati Uniti, Unione Sovietica). La medesima sorte fu riservata alla città di Berlino, che costituiva una sorta di «enclave» nel territorio orientale sotto controllo dell’Armata Rossa, ma venne sezionata in altrettanti distretti: decisione di grande importanza per l’avvenire.

La conseguenza più immediata, ben peggiore di quella verificatasi nel 1918 al termine della Prima Guerra Mondiale (ed è tutto dire) fu la perdita della sovranità: in pratica, era come se lo Stato Tedesco avesse cessato di esistere. Tale azzeramento delle istituzioni non ebbe durata breve, essendosi protratto per oltre quattro anni: per l’esattezza, fino al 23 maggio 1949, quando gli Alleati Occidentali riconobbero la Repubblica Federale Tedesca, mentre nella zona orientale era sorta, specularmente, la Repubblica Democratica Tedesca, con la conferma di una divisione ormai consolidata che sarebbe durata fino al 1990 quando la caduta del Muro mise termine a una frattura antistorica.

Un primo apporto molto importante al ripristino della sovranità, sia pure limitata al fattore monetario, era stato acquisito nel 1948 con l’introduzione del «nuovo» marco e il conseguente recupero di un mezzo autonomo di circolazione nell’ambito dell’economia di scambio.

Questo percorso di recupero venne completato il 20 settembre 1949 quando, a seguito di regolari elezioni, la Repubblica Federale si diede il primo Governo del dopoguerra sotto la presidenza cristiano-democratica del Cancelliere Konrad Adenauer, e con il supporto della nuova Costituzione. Più tardi, la Germania sarebbe stata ammessa nel rinnovato consesso europeo entrando a far parte della CECA (Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio), la prima Organizzazione comunitaria della futura Unione (1951).

Sul piano socio-economico l’effetto più visibile della sconfitta, caratterizzato da aspetti altamente drammatici, fu l’esodo della popolazione tedesca, già iniziato negli ultimi mesi di guerra e proseguito anche a fronte di provvedimenti di espulsione dai territori trasferiti sotto la sovranità altrui, come la Slesia, il Brandeburgo e la Pomerania, trasferiti a Polonia e Unione Sovietica (nella zona occidentale la Saar, che peraltro sarebbe stata restituita alla «nuova» Germania nel corso del 1955, non vide accadere alcunché di assimilabile). Detto esodo, avvenuto in condizioni generalmente tragiche, coinvolse circa 16 milioni di profughi, un quinto dei quali perse la vita durante una drammatica anabasi, iniziata nell’inverno del 1944 a fronte delle travolgenti avanzate compiute dall’Armata Rossa in territorio del Reich. A essi si aggiunsero i ritorni forzati di vecchie emigrazioni, come quelle dei Sudeti o dei «Tedeschi del Volga» che si erano stabiliti nella Russia Sud-Orientale e che vennero implacabilmente cacciati.

Non venne firmato alcun trattato di pace, anche alla luce del dissenso fra i due Stati Tedeschi e prima ancora, tra i protagonisti della «Guerra Fredda» che aveva toccato livelli di forte tensione a causa del blocco di Berlino, il cui unico collegamento con l’Occidente era rimasto quello aereo; e delle tragiche fughe dall’Est che avrebbero provocato non poche vittime. La catarsi ebbe luogo quasi «ex abrupto» il 3 ottobre 1990 quando venne sottoscritto l’atto di adesione della Germania Orientale alla Repubblica Federale, che – come detto – era già stata riconosciuta dagli Alleati Occidentali e la cui natura giuridica non avrebbe subito modifiche con l’integrazione dei cinque Laender rivenienti dalla ex Repubblica Democratica Tedesca.

La Germania era uscita dalla guerra in condizioni disastrose non solo per le enormi perdite umane, incolmabili nel breve e medio termine, ma anche per la distruzione di infrastrutture, delle attività produttive e della stessa edilizia civile. Paradossalmente, la necessità di avviare un volano di ripresa partendo dall’industria strategica e dal capitale fisso fu in grado di perseguire uno sviluppo ad ampio spettro soprattutto nella Repubblica Federale, dove una differenza decisiva venne apportata dai programmi occidentali di aiuto, a cominciare dal Piano Marshall del 1947, e dalla necessità, imposta anche dagli Alleati, di intervenire prioritariamente nelle grandi infrastrutture e di bandire qualsiasi investimento di natura militare e, in quanto tale, di limitato apporto moltiplicatore.

Tra le conseguenze politico-sociali che il Secondo Conflitto Mondiale avrebbe lasciato nel tessuto politico e sociale della «nuova» Germania si deve sottolineare, infine, il ruolo maieutico sul «Volksgeist» collettivo in senso democratico: al riguardo, basti dire che tutte le consultazioni elettorali del dopoguerra avrebbero visto l’alternanza delle forze, sia conservatrici che progressiste, capaci di riconoscersi nella Costituzione federale e nella dialettica parlamentare, se del caso ricorrendo alla «Grosse Koalition» e ripudiando, come nel programma socialdemocratico di Bad Godesberg, ogni suggestione massimalista. Analogamente, nel territorio della vecchia Repubblica Democratica Tedesca il ripudio dello «Stato partito» dopo la svolta storica del 1990 sarebbe stato altrettanto categorico, per motivazioni della stessa matrice, sia pure con qualche residuo sussulto comunista, anche se il «Wiedervereinigung» avrebbe comportato conseguenze politiche a lungo termine dovute all’oggettiva difficoltà di omogeneizzare sistemi profondamente differenti.

Oggi, a tre quarti di secolo dalla catarsi, la Germania unita occupa un ruolo indiscusso di «leadership» a livello europeo e di massima realtà esportatrice, nonostante costi produttivi non certo minimi. Ciò si deve alla massimizzazione della produttività, a rapporti di lavoro scarsamente conflittuali, a investimenti oculati e al controllo funzionale del debito pubblico, ma in misura non marginale, anche all’esperienza «formativa» della guerra, della ricostruzione, dell’impegno, e in definitiva, di un moderno e consapevole senso dello Stato.

A tanto tempo dalla resa incondizionata del maggio 1945, e trascorso più di un secolo da quella del 1918 che aveva messo fine alla politica di potenza inaugurata dal Cancelliere Otto von Bismarck, è congruo fare un punto di sintesi sulla realtà di una Germania tornata al tradizionale ruolo di grande Potenza, sia pure circoscritta al contesto economico. Ciò, a onta del trattamento non sempre oggettivo assunto nei suoi confronti dagli Stati vincitori: a tale riguardo, basti rammentare le pertinenti osservazioni formulate da Benedetto Croce sul carattere punitivo delle imposizioni espresse dall’Intesa a chiusura della Grande Guerra, in cui la Germania aveva combattuto valorosamente e versato il «sangue di cento battaglie». Ciò, per non dire della sostanziale «colonizzazione» intervenuta nel 1945, che per molti aspetti, a cominciare da quello giuridico, fu ancora peggiore: d’altro canto, gli Alleati non potevano esimersi dal presentare il conto dei crimini contro l’umanità che erano stati commessi anche al di fuori degli eventi bellici, e in qualche misura già prima del 1939. A volte, le reazioni della storia acquistano una sorta di necessità etica ancor prima che giuridica: se del caso, ignorando l’assunto di Georg Friedrich Hegel secondo cui non sarebbe opportuno stringere troppo il freno, onde prevenire il rischio che in tempi successivi un’altra storia sia pronta a reagire come «un cane rabbioso».

A proposito del comportamento assunto dagli Alleati alla fine del 1918 e codificato nel trattato di pace, un giudizio per quanto possibile oggettivo deve ammettere, assieme a Croce, che quella linea di condotta non fu immune da responsabilità nell’avvento dei movimenti revanscisti, e più tardi in quello di Hitler, che avrebbe condotto la Germania alla massima tragedia della storia tedesca, sino a contestare il ruolo del suo pensiero e della sua cultura nello sviluppo civile dell’umanità. Quanto alle condizioni geopolitiche del 1945, è altrettanto logico ammettere che erano profondamente diverse, con il mondo diviso in chiave ideologica senza apparenti prospettive di accordo e forse nemmeno di distensione: cosa che la Germania, o meglio le due Germanie, avrebbero duramente scontato ben oltre le responsabilità nazionalsocialiste, peraltro di tutta evidenza politica e morale. A ben vedere, non fu soltanto una battuta umoristica quella pronunciata da Giulio Andreotti quando disse di amare tanto la Germania da preferire che fossero due.

Fermi restando i giudizi formulati alla luce delle «alte non scritte e inconcusse leggi» di Sofocle, e sintetizzati nella richiesta di perdono formulata dal Cancelliere Willy Brandt davanti al Monumento all’Olocausto di Varsavia, non resta che apprezzare le straordinarie capacità di ripresa dimostrate dal popolo tedesco non appena ebbe la possibilità di tornare all’autogoverno dando la preferenza alla ricostruzione delle infrastrutture e dell’industria pesante, a differenza di opposte opzioni altrui. Basti dire che secondo le ultime valutazioni del Fondo Monetario Internazionale, formulate a fine 2019, la Germania occupa il quarto posto assoluto nella graduatoria del Prodotto Interno Lordo mondiale dopo Stati Uniti, Cina e Giappone; e quindi il primo nell’ambito europeo, con 3,86 mila miliardi di dollari in ragione annua (nella graduatoria del reddito nazionale pro-capite, dove quello tedesco ammonta a circa 48.000 dollari, la Germania è preceduta da 16 Paesi, generalmente di dimensioni minori: tra gli altri, dalla Svizzera, leader assoluto con oltre 80.000 dollari).

Nello stesso tempo non è infondato tenere sotto controllo talune tendenze egemoniche tuttora presenti in una Germania diventata «locomotiva» dell’Europa ma non per questo necessariamente destinata a esercitare un primato che nel mondo globalizzato non appartiene a chicchessia, essendo stata solennemente riconosciuta la pari dignità dei suoi 200 Stati a costo di un affievolimento programmato e condiviso dei loro diritti sovrani, ma proprio per questo, fattore propulsivo di crescita umana e civile.

(marzo 2014; ripubblicato: agosto 2020)

Tag: Carlo Cesare Montani, Germania, crollo del Reich, Karl Doenitz, Adolf Hitler, Konrad Adenauer, George Marshall, Otto von Bismarck, Benedetto Croce, Georg Fredrich Hegel, Sofocle, Giulio Andreotti, Willy Brandt, crollo del III Reich.