Lo storico e la ricostruzione del passato
Brevi cenni e riflessioni sulla metodologia storica

È sempre stata presente nell’umanità e anche nelle prime civiltà organizzate l’esigenza di dare testimonianza di sé e di lasciare tracce tangibili del proprio passaggio nel tempo anche anteriormente alla cosiddetta «invenzione» della scrittura (diversa, chiaramente, per momenti e tipologia da popolo a popolo), come il tramandare, attraverso la tradizione orale, le gesta di antichi eroi, le usanze, le credenze religiose e così via ma anche, attraverso l’arte figurativa (dai graffiti nelle grotte alle pitture e sculture tombali), un piccolo o grande patrimonio culturale che rappresentava la «continuità» e l’«esserci».

Naturalmente il lavoro dello storico è, per così dire, facilitato quando egli stesso può basarsi su testimonianze scritte ma forse è ancora più affascinante un recupero del passato per mezzo di una ricerca che coinvolge anche le cosiddette «discipline ausiliarie» della Storia e che necessariamente devono intervenire ad integrare ciò che non è stato documentato dagli uomini di un determinato periodo; ed ecco l’archeologia, la numismatica, l’epigrafia eccetera pronte a «far parlare» un reperto, una moneta, una stele o l’economia a spiegare per quali vie e traffici commerciali una ceramica prodotta nell’antica Roma si può trovare in Cina. Le fonti primarie, quando ci sono, costituiscono un bene prezioso e ci mettono in diretto contatto con la realtà del tempo che si sta esaminando e quando lo storico può avvalersi anche delle secondarie (e quindi degli scritti di chi ha riportato informazioni o per conoscenza diretta o attraverso fonti recenti), può avere veramente gli strumenti adeguati per procedere al proprio lavoro. La documentazione, il confronto, l’esame critico e infine la rielaborazione di quanto analizzato, sono i passi fondamentali che portano alla creazione di un testo storico, ma tutto ciò che è stato acquisito basta a determinare quello che è uno dei problemi fondamentali della critica storica e cioè l’obiettività nel dare, da parte di chi scrive, una valenza asettica, non ideologizzata e scevra dal proprio stesso vissuto storico e personale al contenuto di un testo? E Marc Bloch (con il quale peraltro concordo pienamente quando dice che «L’incomprensione del presente nasce fatalmente dall’ignoranza del passato»), nello scritto Critica storica e critica della testimonianza (da Storici e Storia, Torino, Einaudi, 1997) sembra addirittura entrare in crisi (novello Cardinal Borromeo) quando parla delle testimonianze e del valore ad esse attribuibile per dare attendibilità ad un evento; allora se «lui» stesso dice: «Io vi narro battaglie cui non ho assistito, vi descrivo monumenti scomparsi ben prima della mia nascita, vi parlo di uomini che non ho mai visto», si rende conto evidentemente dell’estrema difficoltà di pervenire alla verità storica. E come poi, per chi scrive di Storia, riuscire a non entrare nel merito dell’essenza stessa degli avvenimenti quando si cerca di interpretarli, di spiegarli, in parole povere, di dar loro un senso? Ma il «senso» sarà inevitabilmente legato alle proprie concezioni filosofiche e politiche e allora è necessario dunque astenersi da ciò o cercare, come suggerisce Benedetto Croce, partendo dalle fonti, di superare ogni forma di emotività nei confronti dell’«oggetto» studiato e presentarlo in forma di conoscenza? (Teoria e Storia della Storiografia, 1917). Potrebbe mai però uno storico che è sopravvissuto all’Olocausto riferire in modo oggettivo gli eventi legati al periodo più buio, atroce e vergognoso della Storia dell’umanità?

Allora il problema si incanala su due binari: riferire i fatti storici come una concatenazione di eventi l’uno susseguente all’altro alla stregua dei cronachisti medievali o privilegiare l’intento interpretativo e quindi, più o meno consapevolmente «prendere posizione» nei confronti di essi. Naturalmente lo storico del passato (da intendersi come studioso), avendo una mole di informazioni a disposizione filtrata e rifiltrata nei secoli può permettersi, con pochi danni, di azzardare ipotesi originali o che, comunque, possano gettare nuova luce su eventi noti; ma come porsi quando gli eventi sono abbastanza vicini nel tempo? Dopo la Prima Guerra Mondiale e, in particolare, dopo la Resistenza, gli storici e gli intellettuali erano, per la maggior parte, di Sinistra, anche perché per molti era l’unico modo di porsi di fronte ad un recente passato di dittature che avevano portato a ciò che sappiamo; ma gli estremismi sia in un senso che nell’altro impediscono una visione obiettiva delle cose e allora lo sforzo maggiore dovrebbe tendere a quello che chiamerei l’esercizio dell’umiltà e quindi prescindere da quelle sovrastrutture che condizionano spesso la capacità di giudizio e accettare anche ciò che non collima con la propria personale «weltanschauung». Gli storici di oggi che vogliano raccontare un passato abbastanza recente, hanno ancora a disposizione (e naturalmente non ancora per molto) materiale umano da sentire, intervistare, vagliare, confrontare e quindi da cui raccogliere preziose testimonianze da integrare anche con la loro personale ed erudita conoscenza degli eventi. Lo storico sul campo: ecco chi potrebbe ricostruire almeno il passato vicino a noi ma avvalendosi di un sistema interpretativo che si ispiri ad un atteggiamento di vera imparzialità intellettuale. Ma per ritornare alla già citata «verità storica» vorrei aprire un dibattito, suscettibile di interventi, su quale Storia vorremmo tramandare ai nostri posteri: quella degli eventi frutto della classica concatenazione di causa-effetto e risultato di nozionistiche certezze o quella degli uomini che con le loro debolezze e con la forza d’animo, con la curiosità e la voglia di scoprire il mondo, con i loro odi e i loro ideali, con la sopraffazione e il desiderio di libertà hanno dato vita ad un percorso plurimillenario che ancora, si spera, si evolverà?

(novembre 2015)

Tag: Marina Ardita, storico, ricostruzione del passato, metodologia storica, lavoro dello storico, Marc Bloch, verità storica.