Metodi e tecniche del negazionismo
Un breve sunto su alcune tecniche utilizzate in ambito storico da autori negazionisti

La fase finale di un crimine commesso da un regime coincide spesso con il suo tentativo di occultamento. Nel fare questo può utilizzare metodi repressivi come emanare delle sanzioni penali per vietare lo studio di una determinata materia[1], ma accanto a essi può cercare di influenzare gli studi storici su uno specifico tema per cercare di nascondere la realtà di quanto è successo. In quest’ultima tattica si possono rilevare diversi metodi e strategie adottate anche da diverse correnti storiografiche per minimizzare gli aspetti meno edificanti della propria parte politica.

Una di queste è quella di appellarsi alla cosiddetta mancanza di fonti. I negazionisti della Shoah utilizzano spesso il pretesto che non si sia mai trovato l’ordine scritto di Hitler che autorizzava il genocidio degli Ebrei per cercare di negare l’Olocausto, o quantomeno di scagionare il capo del nazismo. Il fatto che simile ordine non sia stato trovato per il momento è, in realtà, facilmente spiegabile con il fatto che Hitler non volle lasciare alcuno scritto che documentasse la sua responsabilità personale riguardo al genocidio degli Ebrei e che preferì comunicare gli ordini dello sterminio oralmente. Questo non significa però che non vi siano prove schiaccianti che dimostrino la sua diretta responsabilità in questo crimine: Himmler dichiarò più volte di aver ricevuto «l’ordine dal Führer» per procedere alla «Soluzione Finale»; Hinrich Lohse, commissario civile del Reich, dichiarò che le fucilazioni degli Israeliti venivano eseguite «su suo ordine, ma anche perché si tratta di un desidero del Führer»; e il capo della Gestapo Heinrich Müller fece sapere ai responsabili delle Einsatzgruppen, aventi il compito di sterminare gli Ebrei, che Hitler desiderava essere mantenuto costantemente informato delle loro attività.[2]

Un altro metodo consiste nel cercare di negare le intenzioni dello sterminio, attribuendo le morti avvenute non a un intento omicida ma a una sorta di effetto collaterale. La storiografia turca non nega che centinaia di migliaia di Armeni perirono durante le marce forzate ordinate dal gruppo dei Giovani Turchi, ma afferma che queste uccisioni non furono un’opera deliberata dal Governo bensì che furono provocate da denutrizione e malattie, come similmente accadde in quel periodo anche alla popolazione musulmana dell’Impero Ottomano. Questa tesi ignora che la leadership itthadista era ben consapevole del fatto che i deportati sarebbero stati inviati in zone inospitali dove «sarebbero tutti morti di fame» e molte altre prove smentiscono il fatto che le deportazioni fossero una misura temporanea dettata da ragioni militari (basta pensare al provvedimento che autorizzava a confiscare le «proprietà abbandonate» delle persone trasferite con la forza).[3]

Un’ulteriore tattica è quella di imputare i decessi avvenuti non alla decisione politica di un determinato gruppo, ma a fattori esterni non imputabili all’uomo. Dopo che l’Unione Sovietica venne costretta ad ammettere l’esistenza della carestia ucraina degli anni ’30, divulgò una tesi negazionista che sosteneva che la penuria alimentare non fu causata dalle requisizioni, ma dai cattivi raccolti provocati dalle sfavorevoli condizioni atmosferiche. L’apertura degli archivi sovietici ha permesso di smentire questa ipotesi e ha invece mostrato che la dirigenza staliniana utilizzò l’arma della fame come metodo punitivo-coercitivo per vincere la resistenza dei contadini contrari alla collettivizzazione. Il mancato raggiungimento del piano degli ammassi fu infatti spiegato con un fantomatico sabotaggio attuato da kulaki, agenti nazionalisti e spie straniere e – seguendo questa logica – furono quindi emanati provvedimenti che condannarono alla morte per fame gli agricoltori riottosi con multe in natura per privarli del cibo a loro disposizione e l’inserimento in «liste nere» di cholchos inadempienti a cui fu vietata l’importazione di generi alimentari. Persino l’esodo dei contadini affamati dalle regioni stremate dalla fame fu visto come un’operazione provocata da «nemici del potere sovietico» e vennero istituiti in tal senso dei posti di blocco per impedire alla gente di fuggire.[4]

Un’altra tecnica consiste nel giustificare gli omicidi asserendo che i giustiziati fossero in realtà dei criminali che meritavano ciò che è loro avvenuto. È stato questo, a esempio, il caso delle Foibe dove la storiografia negazionista ha sostenuto che le vittime degli eccidi fossero persone direttamente responsabili dei crimini commessi dal regime fascista in Jugoslavia. A smentire questa tesi, in realtà, è proprio la documentazione jugoslava che mostra come l’accertamento di eventuali crimini commessi non risultasse discriminante per stabilire la durata della prigionia o persino della sopravvivenza dei detenuti: in un elenco di arrestati redatto dal Pubblico Accusatore a Trieste sono infatti presenti diversi nomi di persone giustiziate nonostante non fossero emerse contro di loro accuse specifiche. Un elemento inoltre da ricordare è anche il fatto che, secondo la logica dei comunisti jugoslavi, il termine «Fascista» non era rivolto solo verso chi aveva sostenuto Mussolini, ma era inteso verso chiunque non condividesse gli obiettivi e non accettasse la guida del movimento di liberazione jugoslavo, ivi compresa quindi anche la resistenza italiana nelle sue componenti non comuniste.[5]

Non bisogna infine dimenticare il tentativo di giustificazionisti o negazionisti nel cercare di modificare il numero delle vittime di eccidi o genocidi per rendere meno gravi i crimini della propria fazione. A esempio, la storiografia turca afferma che il numero degli Armeni morti durante la Prima Guerra Mondiale fu decisamente minore rispetto a quello dei Turchi deceduti negli anni del conflitto, abbassando il numero degli Armeni morti fino a 300.000 persone. Questo nonostante un’inchiesta effettuata da una commissione nominata dal Ministro degli Interni Ottomano nel 1919 abbia stabilito che almeno 800.000 Armeni erano stati uccisi nel genocidio. Una cifra che venne persino sostenuta da Mustafa Kemal Ataturk in un colloquio col Generale Inglese Harbdor nel settembre dello stesso anno.[6] Di segno opposto è stata invece l’operazione effettuata da alcuni autori, già negli anni Cinquanta, di aumentare enormemente il numero di persone uccise nell’immediato dopoguerra dalla Resistenza Italiana (300.000 persone) in modo da fare apparire modesto il numero dei partigiani uccisi dai fascisti durante la guerra (circa 45.000). Il numero reale è in realtà decisamente più basso: dalle 12.000 alle 20.000 persone uccise.[7]

Riguardo alle soluzioni da adottare per queste manipolazioni, alcuni Stati hanno deciso di emettere anche loro delle sanzioni per punire gli autori considerati negazionisti[8]. Decisione che è stata però contestata da molti storici, timorosi che un simile metodo potrebbe alla lunga finire per provocare danni alla libera ricerca. La soluzione migliore da adottare, per il momento, non resta quindi che quella di documentarsi e continuare ad approfondire la ricerca storica, auspicando un’adeguata divulgazione degli studi più rigorosi riguardanti le tematiche più sensibili a questi tentativi di distorsione dei fatti.


Note

1 Basta pensare alle condanne al carcere avvenute in Turchia per chi ha osato definire «genocidio» le deportazioni avvenute contro gli Armeni negli anni della Prima Guerra Mondiale.

2 Confronta Guido Knopp, Olocausto, Corbaccio, Milano 2003, pagine 93-94.

3 Confronta Antonio Ferrara-Nicolò Pianciolla, L’età delle migrazioni forzate, Il Mulino, Bologna 2012, pagine 73-75.

4 Si veda a questo proposito il saggio di Jury Shapoval, La dirigenza politica ucraina e il Cremlino, in La morte della terra. La grande carestia in Ucraina nel 1932-1933 a cura di Gabriele De Rosa e Francesca Lomastro, Viella 2004.

5 Si veda Raoul Pupo, Matrici della violenza tra foibe e deportazioni, pagina 240, in Chiesa e Società nel Goriziano fra guerra e movimenti di liberazione a cura di France M. Dolinar e Luigi Tavano, Istituto di storia sociale e religiosa-Istituto per gli incontri culturali mitteleuropei, Gorizia 1997.

6 Confronta Taner Akam, Dall’Impero alla Repubblica. Nazionalismo turco e genocidio armeno, Edizioni Angelo Guerini e Associati S.p.A., Milano 2005, pagina 208.

7 Confronta Keith Lowe, Il continente selvaggio. L’Europa alla fine della Seconda Guerra Mondiale, Laterza, Bari 2012, pagine 165 e 177.

8 Esemplare è il caso dell’arresto di David Irving in Austria nel 2005 per le sue idee negazioniste riguardanti l’Olocausto.

(aprile 2021)

Tag: Mattia Ferrari, negazionismo, giustificazionismo, Nazismo, Hitler, Himmler, Hinrich Lose, Heinrich Müller, Genocidio armeno, Giovani Turchi, Unione Sovietica, carestia ucraina, Foibe, Jugoslavia, Fascismo, Mustafa Kemal Ataturk, Resistenza, partigiani, metodi e tecniche del negazionismo.