Una rosa d'oro
Una storia di sfarzo, seduzione e splendore

Li hanno chiamati «i gioielli insanguinati dei Romanov».

La motivazione è duplice, secondo l’interpretazione che si dà dell’espressione verbale.

«Insanguinati» è il termine ambiguo: lo furono, dal punto di vista dei nemici della famiglia imperiale, perché acquisiti col denaro derivato dallo sfruttamento delle masse, dal sangue dei poveri e dei lavoratori, dei servi della gleba, durante secoli di abusi e di speculazioni, di tassazioni inique. Ma lo furono anche, a ben guardare, perché furono lavati nel sangue dei loro proprietari, che fuggendo davanti alla Rivoluzione li portarono per la maggior parte con sé ma non riuscirono a salvarsi né a salvarli.

Circondati da storie fantasiose e leggende, i gioielli della Casa regnante di Russia, splendidi e complicati, insoliti ed eccezionali, subito dopo l’eccidio di Jekaterinenburg furono dispersi finendo in tutte le più lontane parti del mondo, e solo da poco, per una paziente opera filologica attuata da studiosi dei gioielli storici e d’epoca, si ricomincia a rinvenire qualche pezzo che viene riconosciuto come appartenuto a questo o a quel personaggio che fece parte della storia russa, particolarmente dell’ultimo periodo dell’Impero, prima della morte dell’ultimo Zar e della sua famiglia.

Poiché l’argomento è però appassionante, e ciò che rimane realmente o anche solo in immagine aiuta a ricostruire epoche lontane il cui fascino, di là dalla valutazione critica sul piano storico, è innegabile, si tenterà di esaminare gli elementi di cui l’epoca attuale dispone, o almeno, quelli che sono ancora visibili, per lo straordinario piacere che se ne può trarre e per l’impagabile emozione che deriva dal contemplare le vestigia del tempo che fu.


Gioielli e corone

Diadema

Diadema donato dallo Zar Alessandro II alla figlia Maria Alexandrovna in occasione del suo matrimonio nel 1874

Gioielli e Sovrani, gioielli e Regine: binomi inscindibili, particolarmente nel passato, quando il gioiello era complemento indispensabile d’un apparato che realizzava nella forma esteriore l’importanza del potere.

Diamanti, perle, rubini, smeraldi e zaffiri da molti secoli segnano la fortuna delle famiglie reali europee. Se sopravviene un esilio, come afferma uno studioso dell’argomento, «la riserva di gioielli fonde come neve al sole», se il Re torna sul Trono, «il tesoro si ricostituisce e la sposa del Sovrano si ricopre di gioielli».

Ciò si è potuto constatare maggiormente dal XVIII al XIX secolo, perché in questo periodo più frequenti sono state le turbolenze politiche e i rapidi mutamenti della storia.

Talvolta i gioielli sono stati ancore di salvezza anche per Sovrani regnanti, come per Isabella la Cattolica, che alla fine del XV secolo vendette le sue collane di rubini per finanziare la spedizione di Cristoforo Colombo verso l’America, o come per Maria de’ Medici, che, in disaccordo col figlio Luigi XIII, scappò dal castello di Blois scendendo da una scala di corda appesa ad una finestra, portando in mano una borsa con i suoi gioielli più preziosi: le servirono per finanziare i suoi complotti contro il Cardinale di Richelieu.

Per i Romanov, i gioielli furono la dimostrazione del lusso e del potere fin che governarono, ma si trasformarono in prove d’accusa appena furono detronizzati.

Punto d’incontro tra l’Oriente e l’Occidente, la Russia era un passaggio obbligato per le vie carovaniere che si incrociavano col suo territorio, particolarmente a Sud, in vicinanza della Persia, da dove provenivano le turchesi, le perle del Golfo Persico e i diamanti e gli smeraldi delle Indie.

Durante il XVIII secolo, le Zarine Elisabetta Petrovna, figlia di Pietro il Grande, e dopo di lei, Caterina II la Grande, fecero massicci acquisti di gioielli: la visibilità del potere passava anche attraverso l’ostentazione della ricchezza.

Nel XIX secolo però il modo di vivere degli Zar di Russia cominciò a diventare veramente stravagante, e non solo il loro.

Granduchesse

Il lusso insensato delle Granduchesse russe in occasione dell’incoronazione dello Zar Nicola II. Al centro, la Granduchessa Vladimir

Infatti tutta l’aristocrazia cominciò ad acquistare pietre preziose per ornarsene, perché in quel periodo iniziarono a pieno ritmo la loro produzione le miniere di gioielli rinvenute in Siberia, che rigurgitavano di diamanti, zaffiri, smeraldi, acquemarine e pietre semi-preziose, come i peridoti, mentre lungo i fiumi si raccoglieva l’ambra e dall’Asia continuavano ad arrivare le ricercatissime perle.

L’acquisto di gioielli, però, non avveniva solo nella stessa Russia.

Spesso le pietre preziose venivano portate all’estero, per lo più in Francia, talvolta in Italia, dove c’erano famosi gioiellieri che creavano poi splendide parures, diademi meravigliosi, colliers, spille, anelli e bracciali, che erano acquistati dalle nobildonne russe.

Lo stesso Zar Nicola II aveva donato alla futura moglie un sautoir di perle di Cartier costato alla fine dell’Ottocento 250.000 sterline, e una piccola corona di platino e diamanti che la Zarina portava sempre, anche in aggiunta ad altri diademi, come nel giorno delle nozze.

I nomi dei gioiellieri erano, per la Francia, oltre a Cartier, quello di Mellerio, di Chaumet, di Maubussin, di Fabergé e di Bulgari per l’Italia.


Un tipo speciale di oggetti preziosi

Fra gli oggetti eseguiti per la famiglia Romanov un posto particolare occupano certamente le creazioni realizzate dal gioielliere Fabergé in occasione della Pasqua.

Era una tradizione russa quella di offrire o donare, in occasione della Santa Pasqua, uova dipinte.

L’uovo rappresentava un antico simbolo dell’inizio della vita: donandolo, si intendeva augurare la rinascita alla vita spirituale, rinvigorita e fortificata dall’evento pasquale.

Da tempo inoltre si erano fatte realizzare uova di porcellana e di ceramica.

Lo Zar Nicola II chiese al gioielliere di Corte Fabergé di realizzare un uovo in oro e pietre preziose, ed egli gli rispose che «sarebbe stato soddisfatto».

Prima della Pasqua, e di ogni Pasqua che sarebbe venuta sino al 1916, Fabergé creò per la Zarina e per l’Imperatrice vedova a cui lo Zar Nicola II le dedicava, splendide originalissime uova in oro, smalto e pietre preziose, che si aprivano svelando nel loro interno altri straordinari oggetti altrettanto preziosi, e che finirono per diventare una vera collezione.

Anche di queste meraviglie molte sono andate disperse, alcune sono ricomparse dopo molti anni, acquistate da collezionisti ed estimatori, ma delle altre si ignora la fine.

Uova di Fabergé

K. Fabergé - Uovo di Pasqua del 1897 donato da Nicola II alla consorte Alexandra - Forbes Magazine Collection

Le uova di Fabergé sono così chiamate perché furono ideate e realizzate nel suo atelier di Mosca. Ma in realtà esse recano all’interno la firma degli artisti che, per conto di Fabergé, le realizzarono con un gusto squisito, riproducendo sull’avorio le sembianze dei componenti della famiglia imperiale.

All’interno, là dove si aprono per celare una sorpresa, sono tutte foderate di velluto.

L’Uovo dei Mughetti ha, come sorpresa, le tre foto di Nicola II e delle due prime figlie, che mediante un piccolo pulsante possono fuoriuscire dall’uovo o rientrarvi.

Ma Fabergé non realizzò solo le Uova per la famiglia imperiale russa: portano la sua firma diademi, spille, tabacchiere, oggetti d’argento e oggettistica ornamentale d’argento e d’oro, come vasi e contenitori di vario genere, centrotavola, candelabri ed altro ancora, che continuano ad affiorare dal passato e riemergono nelle più famose aste tenute da case come Christie’s e Sotheby, perché ogni tanto il bisogno di denaro costringe a far cambiare di mano oggetti preziosi di cui non si penserebbe mai di doversi separare.

Le Uova di Fabergé qui presentate sono un piccolo numero rispetto agli originali: di esse, alcune appartengono ad un grosso collezionista americano, Forbes, altre a privati o al museo delle Armi del Kremlino.

Qualcuno è stato rifatto su disegni preesistenti nel 1980, a cura dello stesso Governo Russo, quando si è cominciato a capire quale importanza avesse per la storia della cultura russa che nel passato si fossero ideate e realizzate in Russia delle vere e proprie opere d’arte, sia pure in un’arte minore come la gioielleria.


Un tentativo di salvataggio

Quando le trombe della Rivoluzione suonarono l’Imperatore fu costretto ad abdicare. Nell’aprile del 1918 Alexandra Feodorovna, non più Imperatrice, decise di mettere al sicuro una parte dei gioielli di famiglia, affidandoli alle persone di maggior fiducia che le erano vicine e che potevano sfuggire alla strettissima sorveglianza esercitata dai militari che controllavano la loro residenza di Tobolsk.

Queste persone erano le suore del monastero Ivanov, che avevano il permesso di assistere la famiglia reale. L’Imperatrice affidò loro gran parte dei suoi preziosi, diademi, collane di perle, colliers e spille, per nasconderli in qualche luogo segreto.

Quattro mesi dopo, le suore vennero a conoscenza dell’orrenda verità: tutta la famiglia Romanov era stata sterminata nella notte dal 16 al 17 luglio, in quel di Jekaterinenburg.

Terrorizzate che si potesse scoprire il tesoro loro affidato, le suore incaricarono una consorella di portarlo ad una persona di fiducia, che stesse lontano dal monastero, per sviare i sospetti.

La suora portò i gioielli ad un venditore di pesce, fornitore del convento, persona mite e rispettosa, pregandolo di nascondere i pericolosi oggetti e rivelando purtroppo di chi erano stati.

Il povero uomo, forse in preda ai fumi dell’alcool, vantandosi in pubblico di essere in possesso di gioielli di indicibile valore, fu denunciato alla polizia, che, recatasi nel suo tugurio, trovò effettivamente quanto era stato rivelato.

Furono rinvenuti 154 gioielli, tra cui un diadema, collane, bracciali, per un valore odierno di nove milioni di euro. Ma il rapporto della polizia, che esiste ancora, non dice che cosa avvenne dei gioielli.

Si sa però che quando si trovavano oggetti preziosi, i rappresentanti del Governo provvisorio segretamente li inviavano in Europa Occidentale dove venivano venduti ad alto prezzo e i denari riportati in patria per finanziare la Rivoluzione.

Gioielli della famiglia Romanov

Una parte dei gioielli della famiglia Romanov, di cui fu fatto un inventario ufficiale all’inizio del 1920. Di questi oggetti resta solo l’immagine

Ma gli oggetti preziosi che appartenevano ai Romanov erano anche altri: nell’agosto del 1917, quando la famiglia reale lasciò il palazzo di Tsarskoje Selo, la Zarina ne affidò una parte al Grande Maresciallo della Corte, il conte Alessandro Beckendorff-Kerenski, capo del Governo provvisorio, il quale aveva assicurato alla famiglia imperiale che il soggiorno a Tobolsk sarebbe stato breve.

Gli oggetti più voluminosi, come argenteria, servizi di piatti d’argento e d’oro, posateria e quadri furono imballati frettolosamente e depositati nei sotterranei del palazzo.

Qualche giorno dopo la partenza dei Sovrani, il Governo provvisorio domandò a Beckendorff di consegnare i gioielli che gli erano stati affidati dalla Zarina. Egli fu costretto ad obbedire, e tutto quel che poté fare fu di farsi rilasciare una ricevuta degli oggetti consegnati.

Devant de corsage

«Devant de corsage» realizzato da Cartier per la Duchessa Vladimir. Oro bianco,brillanti, zaffiri cabochon

Di questo documento non v’è traccia, come dei gioielli: anch’essi dovettero prendere la via dell’estero, dove gli emissari del Governo Bolscevico portarono una parte del patrimonio artistico della Russia, incuranti del suo valore soprattutto culturale, testimonianza di secoli d’arte e di raffinatezza, per una rozza valutazione del corrispondente venale che era ciò che maggiormente interessava in quel momento storico.

Diadema di brillanti e perle

La Zarina Alexandra Feodorovna, moglie di Nicola II, con un diadema di brillanti e perle a pera, e una parure di perle in «pendant»

Allorquando la famiglia imperiale fu avvertita che si sarebbe dovuta trasferire da Tobolsk, l’Imperatrice Alessandra, nel disperato tentativo di portare con sé qualche gioiello che in un incerto futuro avrebbe potuto sostituire il denaro se avessero dovuto sopravvivere in difficili e mutate condizioni economiche, tentò di dissimulare un terzo gruppo di oggetti, soprattutto di perle, che era riuscita a nascondere celandoli nelle sue vesti e in quelle delle quattro figlie.

Lo testimoniò in seguito una delle cameriere personali che aveva seguito l’Imperatrice, la quale ebbe a dire che erano state prese delle camiciole di tela spessa, poi indossate dalla madre e dalle figlie, e su quelle erano stati cuciti, avvolti nella stoffa, i gioielli: erano brillanti, smeraldi e ametiste, che appartenevano alla Zarina e alle figlie, le quali, sotto le camicette, nascondevano delle collane di perle e d’oro.

Anche i cappelli, tra la fodera e il velluto, erano pieni di gioielli. I bottoni dei vestiti erano stati sostituiti da pietre preziose ricoperte di stoffa nera e usate come bottoni.

Tutto ciò costituiva un peso notevole, che impediva di muoversi e di camminare a lungo, dato che le nobildonne non si separavano mai dai loro oggetti preziosi.

Ma queste corazze di gioielli furono causa di ulteriori sofferenze per le povere donne, poiché, quando a Jekaterinenburg furono fucilate, le pallottole sparate dai soldati rimbalzavano indietro, senza ferirle in punti vitali.

Quando furono portate via per essere sepolte, tre di loro dovettero subire il colpo di grazia, perché erano ancora vive, mediante proiettili sparati nelle orecchie.

I soldati che le spogliarono, scoprirono il perché della loro tardiva morte: erano letteralmente ricoperte d’oro e pietre preziose come di autentiche corazze, che le avrebbero salvate se non fossero state uccise alla fine.


Un terribile destino

Nei ritratti rimastici della famiglia imperiale, di cui qui omettiamo per brevità la storia, che non è oggetto di questa ricerca, la Zarina Alexandra non sorride mai: anche il ritratto del dì delle nozze ce la presenta pensierosa, con lo sguardo perduto nel vuoto, come presaga del terribile destino che attende lei e tutta la sua futura famiglia.

Prima ancora di essere barbaramente trucidati, i Romanov infatti ebbero a sopportare malattie, presenze nefaste a Corte come quelle del terribile Rasputin, eventi bellici e rivolte che non lasciarono pace alla Russia nei decenni a cavallo tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento.

Ma non era solo la Zarina ad avere un volto sempre triste: sotto le corone di diamanti, i pettorali di smeraldi e gli immensi colliers di perle, tutte le granduchesse russe e le precedenti mogli degli Zar avevano avuto sempre uno sguardo triste, la testa china sotto il peso dei diademi che parevano non i simboli del potere ma strumenti di tortura.


Altri scrigni di gioielli russi...

Pochi dunque gli esempi di gioielli rimasti tra quelli dell’ultima Zarina.

Ma non tutti i gioielli imperiali russi andarono persi: molti, per esempio, riuscì a salvarne l’Imperatrice vedova, madre dell’ultimo Zar Nicola II.

Maria Feodorovna, nel mese di marzo del 1917, da San Pietroburgo, insieme alla figlia maggiore Xenia, si era recata a Kiev dalla sua figlia più piccola, Olga, che dopo essersi sposata viveva lì.

Mentre si trovava a Kiev l’Imperatrice vedova apprese la notizia dell’abdicazione del figlio Nicola II e della fine dell’Impero.

Tutto il suo entourage, allora, preoccupato della sua incolumità, le consigliò di fermarsi in Crimea, in quel momento meno pericolosa di San Pietroburgo, dove peraltro l’anziana Zarina aveva lasciato la maggior parte dei suoi gioielli, ben nascosti, ma non tanto da sfuggire ai rivoluzionari che li rubarono.

Ciò che le restava erano i suoi «piccoli gioielli di tutti i giorni», come lei diceva, da cui non si separava mai, e che aveva portato con sé in Crimea. Infatti, poiché quando era andata a Kiev non si prevedevano grandi ricevimenti che richiedessero l’uso delle più importanti parures da lei possedute, le aveva lasciate a San Pietroburgo.

Rimane però un elenco dei «piccoli gioielli di tutti i giorni»: si tratta di 78 pezzi, comunque straordinari ed importanti, tra cui si annoverano spille, braccialetti e pendenti, sei colliers di perle, il cui solo valore era di 4/5 del totale.

Tabacchiera

K. Fabergé - Tabacchiera in oro e brillanti con le iniziali dello Zar Nicola II - Forbes Magazine Collection, New York

Essi, con i cofanetti che li contenevano, erano ospitati in una grande cassa di legno che seguì la Zarina vedova quando si rifugiò in Danimarca, il suo Paese d’origine, dove fu ospitata dal Re suo nipote nel palazzo reale di Amalienborg a Copenaghen.

L’anziana signora non aveva più denaro, e visse sino al 1928 dell’ospitalità del Re Danese e di un assegno annuale di 10.000 sterline che le passava il Re d’Inghilterra, altro suo nipote.

Tuttavia non si rendeva conto che avrebbe dovuto contenere le spese: del che il Re di Danimarca si lamentava, e quando la Zarina vedova morì, egli sperava di recuperare una parte dei soldi che aveva spesi per lei impadronendosi di qualcuno dei gioielli che essa possedeva.

Ma il Re d’Inghilterra fu più lesto del cugino. Appena la dama morì, egli nottetempo fece trasportare i gioielli a Londra, dove nel 1929 le figlie della defunta, Xenia e Olga, stabilirono di vendere l’eredità e di spartirsi il denaro che ne sarebbe derivato.

Il gioielliere Hennels, uomo di fiducia della Corte d’Inghilterra, fece una stima dei gioielli pari a circa sei milioni e mezzo odierni di euro, allora di 350.0000 sterline in oro, e di questa somma diede alle due figlie della Zarina vedova un anticipo di 100.000 sterline ciascuna, riservandosi di completarla dopo la vendita effettiva degli oggetti.

Quando le nobildonne morirono, i figli di Olga, rivedendo i conti della defunta madre, si accorsero, come poi anche i cugini, che il saldo dei gioielli non era stato mai pagato alle interessate, né poterono ottenerlo mai più, a causa della sparizione dei documenti che comprovavano le vendite.


Il salvataggio dei gioielli della Granduchessa Vladimir

La Granduchessa Maria Pavlovna, moglie del Granduca Vladimir di Russia, zio paterno dello Zar Nicola II, aveva sempre dominato la scena alla Corte degli Zar, contendendo per più di venti anni lo scettro della supremazia alle due Imperatrici, suocera e nuora.

Di origine tedesca e di carattere forte e deciso, obbligata a cedere il passo alle Zarine durante le cerimonie ufficiali, era riuscita però ad avere le sue rivincite nelle occasioni mondane e come ambasciatrice all’estero del potere e della ricchezza dei Romanov, specialmente quando si recava in Francia, a Parigi, dove non mancava mai di fare una visita a scopo di acquisti dal gioielliere Cartier.

L’amore della Granduchessa Vladimir per i gioielli era leggendario, come ebbe a testimoniare l’Americana Consuelo Vanderbildt, poi sposa del Duca di Marlborough.

Recatasi in Russia, essa rese visita alla Granduchessa, la quale, dopo un lauto pranzo, la introdusse nel suo boudoir, dove, disposta in delle vetrine, le mostrò una interminabile serie di parures di diamanti, rubini, smeraldi, perle, turchesi, acquemarine e pietre semi-preziose, testimonianza dei continui acquisti che la nobildonna faceva, quasi come unico passatempo della sua vita.

Quando rimase vedova si trovò tra le mani un patrimonio ingente che le consentì di incrementare i suoi capricci.

Non appena vi furono le prime avvisaglie della Rivoluzione, come altri nobili russi ella si rifugiò a Yalta, in Crimea, ma, credendo che l’insurrezione sarebbe stata passeggera, era partita a bordo del suo treno personale con pochi bagagli e pochi gioielli.

Prolungandosi oltre il previsto il periodo di soggiorno a Yalta, la Granduchessa cominciò a temere per i suoi gioielli, e, poiché aveva viaggiato e vissuto in ambienti internazionali, sapeva bene che in caso di esilio i gioielli sarebbero stati l’unica risorsa che avrebbe potuto portare con sé.

Si trovava nella stessa città a scopo diplomatico un agente segreto britannico, Albert Stopford, amico di vecchia data della Granduchessa, il quale, vedendola in ambasce, le propose di recuperare i gioielli da San Pietroburgo: sarebbe andato lui a prenderli.

Ci sono due versioni del fatto. La più credibile è quella che Stopford sia partito col figlio della dama, l’arciduca Boris, e che, introdottosi di notte nel palazzo con la complicità di un servitore fedele, abbia recuperato i gioielli e sia partito per l’Inghilterra forte del suo passaporto britannico.

L’altra versione, più romanzesca, vuole che Stopford sia entrato nel palazzo travestito da contadina e che abbia indossato i gioielli ricoprendosi poi di stracci per fuggire.

Comunque andasse, i gioielli furono depositati in una banca inglese, ma la Granduchessa non li avrebbe mai più rivisti.

Fuggì infatti dalla Russia, ma si rifugiò in Francia e lì visse sino al 1920, timorosa di essere ritrovata e assassinata come i suoi regali parenti.

I gioielli furono venduti dai figli, per la maggior parte allo stesso Cartier che li aveva fatti, o a ricche ereditiere americane.

Alcuni furono acquisiti dalla Casa Regnante Inglese, e sono tuttora nelle mani della Regina Elisabetta II.


I gioielli della Corona di Russia

Come tutti sanno, i gioielli della Corona non sono proprietà dei regnanti, ma dello Stato.

Anche in Russia esistevano i gioielli che erano usati in occasione delle cerimonie ufficiali e delle incoronazioni, i quali erano antichissimi, e venivano custoditi da funzionari addetti alla loro conservazione e alla loro integrità.

Il primo a stabilire che vi dovessero essere i «Gioielli della Corona» fu Pietro I il Grande, il quale, avendo viaggiato in Europa e avendo visitato le Corti dei Paesi più importanti, si rese conto che ciò non esisteva in Russia.

Istituì allora un Fondo dei Diamanti, in cui raccolse i pezzi più importanti tra i gioielli dell’Impero Russo del XV, XVI, XVII secolo, e li sistemò in un’ala del Palazzo d’Inverno di San Pietroburgo, chiamato allora «Renteria» e poi «Camera dei Diamanti».

Diamante blu

Diamante blu di 7,6 carati, detto «Diamante Hope» appartenuto alla Zarina Maria Feodorovna e poi alla Zarina Alexandra

Le corone dello Zar e della Zarina erano di una forma caratteristica che ricorda i copricapo dei prelati ortodossi o le caratteristiche cupole del Kremlino e delle chiese russe.

Grandi decorazioni venivano appuntate sulle vesti rituali, che non mutavano mai di forma: erano rigide e appesantite da ricami di enormi pietre preziose, trapunte di perle, accompagnate da collari d’oro, diamanti e smeraldi.

Come per le altre Monarchie Europee, tra i gioielli della corona c’erano i simboli del potere: lo scettro, la spada, lo scudo, l’orbe, lo stendardo, gli anelli e i bracciali.

Tutti questi gioielli di carattere ufficiale erano stati consegnati dallo Zar alla polizia di Mosca perché li custodisse nelle segrete del Kremlino, in condizioni di massima sicurezza, alla vigilia dello scoppio della Prima Guerra Mondiale.

Gioielli della Corona

I Gioielli della Corona di Russia: la corona dello Zar e quella della Zarina, l’orbe, lo scettro, le decorazioni, la spada, lo scudo e, sullo sfondo, lo stendardo

Fu lì che i bolscevichi li scoprirono quando presero il potere nel 1917.

Essi si resero conto che si trattava di gioielli di grande valore, ma non capirono che una Repubblica ha il dovere di custodire ugualmente i beni dello Stato, anche quando si tratti di vestigia del passato appartenuti ad una Monarchia, proprio perché costituiscono le radici della propria cultura e della propria civiltà.

Corona dell’Incoronazione

La Corona dell’Incoronazione, gioiello rituale russo

Così fecero fare un inventario al gioielliere che era stato uno dei fornitori ufficiali dell’Impero Russo: Agathon Fabergé.

Egli, con grande sofferenza, fece ciò di cui era stato richiesto, e impiegò due anni a catalogare e misurare ciò che restava dei gioielli della corona.

Tra l’altro, nel catalogo sono annotati 25.300 carati di diamanti, 4.300 carati di zaffiri, 260 carati di rubini di splendida qualità, smeraldi in grande quantità e migliaia di perle.

Qualcuno di questi gioielli è ancora nel Museo delle Armi a Mosca, ma la maggior parte di essi è stata silenziosamente venduta nelle aste o a privati per realizzo di denaro servito allo Stato.

Così, la Rivoluzione ha mostrato una delle sue peggiori facce: ha confuso la bellezza e l’arte, la tradizione e la cultura con la repressione e la cupidigia del denaro.

Non è stata capace di salvare neanche le vestigia più preziose del suo passato e ha cancellato col sangue secoli di storia.

Le nozze di Nicola II e Alexandra Feodorovna

Le nozze di Nicola II e Alexandra Feodorovna, che indossa l’abito rituale e i gioielli prescritti da Caterina II

Le colpe dei Romanov

Il fasto dei Romanov toccò vette di sperperi e sprechi che avrebbero potuto essere evitati con una gestione più moderna e realistica del potere.

L’ombra del Medioevo incombeva ancora pericolosamente su un Paese che invano Pietro I il Grande aveva tentato di avviare verso un futuro aperto ai contatti col mondo internazionale e la modernizzazione.

Ad uno sguardo più attento non sarebbero sfuggiti i pericoli cui la Russia andava incontro con un’amministrazione della cosa pubblica in cui non c’era posto neanche per la libertà individuale.

Gli occhi degli Zar erano come ricoperti da uno schermo di oscurantismo di cui ultimo segno fu quel Rasputin che chiuse come in una gabbia dorata e senza porte né finestre la famiglia imperiale, conducendola dritto verso il crollo e la disfatta finale.

La Zarina Alexandra

La Zarina Alexandra, con la veste rituale e i gioielli della Corona, tra cui il copricapo, il pettorale, e un pendente di smeraldo da 250 carati, in occasione delle celebrazioni dei 300 anni della dinastia dei Romanov - 1913

La scomparsa dei Romanov fu totale e definitiva: il bagliore sanguigno degli splendidi gioielli si spense con loro.

Ne rimane solo qualche immagine sbiadita, traccia di una grande bellezza e di un infinito dolore.

(dicembre 2014)

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