Il Partito Socialista Italiano e Israele attraverso le pagine de «L’Avanti!» e di «Mondo Operaio»
1948-1956

Il rapporto fra il Partito Socialista Italiano e Israele è molto complesso e sfaccettato, caratterizzato da cambiamenti significativi derivanti dagli importanti avvenimenti storici che si susseguono incessantemente nell’immediato secondo dopoguerra.

L’analisi de «L’Avanti!» e di «Mondo Operaio» ci permette di ricostruire non solo l’atteggiamento del Partito nei confronti di Israele ma anche le modalità con cui una parte importante dell’opinione pubblica italiana fu informata, e formata, durante quel periodo.

Le parole che Carlo Bemporad dedicava nel 1946 alla Palestina su «L’Avanti!»[1], sebbene antecedenti rispetto alla periodizzazione scelta per questo contributo, sono di particolare interesse, poiché concernevano la differenza fra due mondi, «uno quello dell’Oriente statico da secoli, l’altro quello europeo rappresentato da un elemento fattivo e dinamico quale sono gli Ebrei. Percorrendo la Palestina t’imbatti ad ogni piè sospinto in questi contrasti stridenti: ecco le bianche case moderne di Tel Aviv e i larghi viali alberati cessare improvvisamente per far posto alle viuzze strette e sporche di Giaffa». Moderni, occidentali, democratici e socialisti erano gli aggettivi che meglio descrivevano gli Ebrei, che avevano abbandonato le professioni svolte nei Paesi d’origine per divenire contadini e operai. Questo processo non nasceva dall’industrializzazione della società palestinese, bensì, dalla volontà di creare una nuova realtà nazionale. La Palestina diveniva, dunque, l’emblema del progresso e della capacità del socialismo di trasformare il mondo.

L’ammirazione per il progressismo degli insediamenti ebraici era certamente uno dei motivi che spingevano il Partito Socialista Italiano verso un aperto sostegno alla nascita dello Stato Ebraico.

Tuttavia, nell’immediato dopoguerra gli Ebrei non erano solo coloro che tentavano di creare una nuova realtà nazionale, erano anche, e soprattutto, le vittime della Shoah e delle persecuzioni naziste, vittime che cercavano di ottenere dalla comunità internazionale il diritto di raggiungere la Terra Promessa. È importante ricordare che, a causa della sua posizione geografica, l’Italia era divenuta un punto di transito fondamentale verso la Palestina mandataria. I politici italiani si erano spesso scontrati con il Governo Britannico che premeva affinché l’afflusso degli Ebrei in quella parte del Medio Oriente fosse limitato.

La drammatica condizione dei profughi ebrei, sopravvissuti ai campi di sterminio nazisti, fu al centro dell’attenzione de «L’Avanti!», che le dedicò ampio spazio[2], riuscendo a sensibilizzare in questo modo l’opinione pubblica italiana.

Vi erano chiaramente diversi fattori che portavano il Partito Socialista Italiano ad appoggiare la nascita dello Stato d’Israele, fra cui la comune lotta antifascista, le persecuzioni naziste e la natura occidentale e progressista del nuovo Stato. L’appoggio dato dai socialisti allo Stato di Israele affondava poi le proprie radici anche su un altro fattore, ovvero sul fatto che la struttura economico-politica di questa nuova entità statuale fosse considerata in ambienti socialisti come una delle più progressiste nel mondo. Iniziava in quegli anni a diffondersi il cosiddetto «mito del kibbutz»: per i socialisti italiani Israele era un Paese a fisionomia socialista, nato anche grazie ad un movimento politico, il sionismo, che proponeva una tipologia socio-economica alternativa al capitalismo occidentale.

Il Partito diede il suo incondizionato sostegno ad Israele anche durante il primo conflitto arabo-israeliano, esprimendo, attraverso la stampa socialista, delle critiche molto severe verso la politica inglese, definita imperialista e colonialista, volta a proteggere esclusivamente i propri interessi economici, in aperto scontro con le principali vittime del nazismo che avevano combattuto a fianco degli Alleati.

Di particolare interesse sono gli articoli che Mario Bellini, redattore di «Mondo Operaio» e de «L’Avanti!», dedicò al conflitto. In un articolo del 3 giugno 1948, pochi giorni dopo l’accettazione della tregua da parte araba e israeliana, Bellini scriveva che era «inutile cercare le ragione della guerra nell’odio “tradizionale” tra Ebrei e Arabi: il conflitto è scoppiato perché l’Inghilterra non vuole che gli Ebrei portino il progresso nel Medio Oriente»[3]. Il giudizio ostile verso la politica imperiale britannica fu uno dei leitmotiv della visione che il Partito ebbe del Medio Oriente, abbinato a quello dell’opportunismo dei governanti arabi e al giudizio ammirato per il progressismo della democrazia israeliana.

I socialisti italiani si schierarono contro il piano del mediatore delle Nazioni Unite Folke Bernadotte, che prevedeva la suddivisione della Palestina, compresa la Transgiordania, in due Stati: quello ebraico comprendente quasi tutte le aree assegnate dall’ONU nel 1947, senza il deserto del Negev, e quello palestinese con la Transgiordania e le zone arabe della Palestina. Secondo Mario Bellini un simile progetto avrebbe trasformato Israele in «un ghetto», poiché destinava agli Ebrei uno spazio esiguo, in cui non avrebbero potuto accogliere i profughi. Senza il porto di Haifa e senza il deserto del Negev, Israele sarebbe stato privo della propria indipendenza economica e della possibilità di colonizzare le zone circostanti. Il giornalista scriveva che gli Inglesi intendevano concedere il Negev alla Transgiordania per poter meglio controllare l’intera regione[4].

Degne di nota sono le parole con cui il redattore tornava sulla visione di Israele come Stato portatore di modernità e progresso in contrasto con i «regimi statici e feudali» arabi. «Non è questo [il problema delle fonti petrolifere, nota del redattore] che preoccupa l’Inghilterra, quanto […] il fatto che Israele è apportatore di civiltà nel Medio Oriente. La politica costantemente perseguita dagli Inglesi è stata di mantenere il più basso possibile il livello di vita delle popolazioni indigene nei territori occupati, e al tempo stesso di favorire una casta o classe determinata […]. Ed è nella inevitabilità delle cose che prima o poi le idee democratiche che guidano Israele finiscano per influire sul sistema sociale ed economico del Medio Oriente, sconvolgendo le basi dell’attuale sistema feudale politico. In quel giorno la supremazia dell’Inghilterra verrebbe a cessare, ed è questo che essa teme soprattutto. […] Per impedire che Israele sia apportatore di quella civiltà che con la forza dell’esempio finirà col far crollare il feudalesimo arabo, l’Inghilterra, come abbiamo visto, armò gli Arabi perché sterminassero gli Ebrei». Il giornalista si chiedeva retoricamente che cosa sarebbe accaduto se «le idee progressiste di Israele straripassero oltre le frontiere e invadessero la Transgiordania […] che cosa ne sarebbe del dominio inglese sul Medio Oriente?».

È pienamente comprensibile quindi l’entusiasmo della stampa socialista nell’annunciare la vittoria di Israele sui Paesi Arabi e l’adesione all’ONU nel maggio del 1949, con i territori conquistati durante il conflitto che oltrepassavano i confini stabiliti dalle Nazioni Unite nel novembre del 1947[5].

Le critiche del Partito non riguardarono esclusivamente la politica della potenza mandataria, ma anche il Governo Italiano, che non aveva ancora né espresso una posizione ufficiale né riconosciuto lo Stato d’Israele. Su questo aspetto è interessante riprendere le considerazioni di Luca Riccardi, il quale ritiene che «all’indomani della sconfitta nelle elezioni politiche del 18 aprile del 1948, la questione del riconoscimento dello Stato di Israele da parte della nuova Repubblica Italiana divenne una delle prime polemiche che l’opposizione “frondista”, anche se sconfitta, aveva avviato nei confronti della politica estera del Governo». Con il progressivo aumento delle tensioni internazionali nell’immediato dopoguerra, i socialisti avevano scelto una linea di politica estera neutrale, tesa ad evitare che l’Italia si legasse ad uno degli schieramenti contrapposti, respingendo così la logica della guerra fredda. In questo senso l’aperto sostegno ad Israele non si poneva in contraddizione con le scelte di politica estera, poiché lo Stato Ebraico era nato con il consenso dell’ONU e riconosciuto immediatamente sia dagli Stati Uniti sia dall’Unione Sovietica.

A parere di Ennio Di Nolfo la linea del neutralismo «era basata su una valutazione volutamente errata della situazione internazionale, della quale non venivano visti i reali contorni, per potersi concentrare tutta sulla politica interna».

Giuseppe Mammarella ha scritto che «il neutralismo nenniano […] era un corso chiaramente irrealistico nella situazione economica in cui si trovava l’Italia poiché l’avrebbe confinata in una posizione di pericoloso isolamento. […] Inoltre la linea di Nenni non poteva non ispirare sospetti, dati i rapporti del Partito Socialista Italiano con il Partito Comunista che, specie dopo la creazione del Cominform, agirà sempre più in ossequio alle direttive sovietiche».

Lo studio della stampa socialista ci permette di rilevare un’incrinatura nell’orientamento positivo verso Israele già nel 1951, infatti, il reportage di G. B. White pubblicato da «Mondo Operaio» denunciava apertamente il pericolo di una deriva reazionaria della società israeliana «in atto per opera dei capitalisti anglosassoni e col compiacente aiuto dei socialdemocratici d’Israele. Sorto per volontà di centinaia di migliaia di Ebrei profughi come uno degli Stati più democratici del mondo, Israele sta diventando anch’esso una base strategica degli imperialisti contro l’URSS»[6]. In questo periodo la stampa socialista ebbe degli accenti molto critici verso la figura di Ben Gurion, leader del Mapai, il Partito Socialdemocratico Israeliano, vincitore delle elezioni del 1951, accusato di voler trasformare Israele in una base americana, di essere uno dei sostenitori della dottrina Truman e di lasciare l’economia di Israele nelle mani delle industrie inglesi e americane[7].

Dal punto di vista dei nuovi equilibri internazionali che si stavano creando, di cui la stampa socialista sembrava non avere una percezione chiara, è importante rilevare che Israele, guidato da Ben Gurion, era in questo momento fortemente isolato; infatti, gli Stati Uniti, sotto la presidenza Eisenhower, erano impegnati nella costruzione del Middle East Defence Organization, finalizzato a limitare l’influenza sovietica in Medio Oriente, e a disimpegnarsi dal sostegno verso lo Stato Ebraico instaurando dei buoni rapporti con il mondo arabo, specialmente con l’Egitto di Nasser. Allo stesso tempo, nel febbraio del 1953 l’Unione Sovietica aveva rotto le relazioni diplomatiche con Israele, per poi riprenderle nel luglio dello stesso anno, ma ancora gravate dai non ottimali rapporti che intercorrevano fra i due Paesi.

Tuttavia, il vero punto di svolta nella relazione fra il Partito Socialista Italiano e Israele è da cogliersi nella crisi di Suez del 1956, quando i socialisti condannarono apertamente l’aggressione da parte di Israele, Francia e Inghilterra all’Egitto di Nasser, un atto che violava l’indipendenza di uno Stato sovrano, costituendo, inoltre, una grave minaccia per la pace mondiale.

È importante ricordare che il segretario del Partito, Pietro Nenni, aveva appoggiato l’ascesa al potere del colonnello considerandola la concretizzazione del movimento anticolonialista. L’attenzione verso l’Egitto di Nasser era già riscontrabile in un articolo dell’ottobre del 1955 pubblicato su «L’Avanti!»[8], in cui, analizzando il contesto mediorientale, si accusava Israele di «psicosi nazionalista», «maturata nel cuore del sionismo e che si è sviluppata nella tentazione di spingersi al di là dell’orlo della catastrofe». L’articolista continuava affermando che «la verità è che la stessa dinamica dell’espansionismo israeliano alimenta la psicosi del sospetto e del vittimismo fino alla logica apparente della ineluttabilità della guerra preventiva». La brama di espansione di Israele era la causa, per i socialisti italiani, della situazione esplosiva che si era creata in Medio Oriente.

È opportuno ricordare brevemente la genesi della guerra di Suez; la nazionalizzazione del Canale di Suez da parte egiziana, finalizzata alla raccolta dei fondi per finanziare la costruzione della Diga di Assuan, danneggiava pesantemente la Compagnia del Canale, a capitale prevalentemente francese. La crisi offrì anche alla Gran Bretagna l’occasione di intervenire in Egitto, con lo scopo di riprendere il controllo del Canale perso nel 1952. Per quanto riguarda Israele, le relazioni diplomatiche con l’Egitto attraversavano un periodo estremamente negativo, inoltre, Nasser aveva deciso di interdire alle navi israeliane il Canale di Suez e il Golfo di Aqaba, tagliando così fuori il porto israeliano di Eilat.

Dal punto di vista prettamente militare, la guerra ebbe una durata molto breve, a causa delle pressioni congiunte di Stati Uniti e Unione Sovietica, permanendo invece a lungo le conseguenze a carattere politico e diplomatico, infatti Israele, pur uscendo vincitore dal conflitto, vide la sua immagine associata a quella di due Paesi coloniali, Inghilterra e Francia, ciò condusse lo stesso conflitto arabo-israeliano nel novero dei confronti coloniali dell’epoca.

L’equilibrio geopolitico e strategico del Medio Oriente cambiò inevitabilmente: Francia e Gran Bretagna uscirono di scena, mentre gli Stati Uniti, come garanti degli interessi occidentali, e l’Unione Sovietica divennero gli unici arbitri del contesto mediorientale.

Dopo la guerra di Suez, i socialisti intrapresero un avvicinamento al mondo arabo, in ciò convergenti con il «neoatlantismo» di Giovanni Gronchi ed Enrico Mattei, patrocinatore di uno stretto rapporto politico ed economico tra Italia e mondo arabo.

L’approccio verso Israele da parte del Partito rimase critico fino alla guerra dei Sei Giorni del 1967, quando vi fu un nuovo capovolgimento nell’atteggiamento socialista verso lo Stato Ebraico.


Bibliografia

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Note

1 Carlo Bemporad, Palestina piccolo Paese, «L’Avanti!», 13 luglio 1946.

2 Confronta Claire Neikind, Quattro libertà e molti guai, «L’Avanti!», 16 ottobre 1946;
Idem, Come si stivano mille clandestini, «L’Avanti!», 18 ottobre 1946;
Idem, La storia di uno è quella di tutti, «L’Avanti!», 19 ottobre 1946;
Idem, Quattro ore di battaglia con i caccia inglesi, «L’Avanti!», 23 ottobre 1946;
Idem, Famagosta somiglia a Mauthausen, «L’Avanti!», 24 ottobre 1946;
Idem, Dio ci punirà per quello che facciamo, «L’Avanti!», 25 ottobre 1946;
C. Hellingworth, Come sono giunta nella terra promessa, «L’Avanti!», 23 agosto 1946;
A. Rosenfeld, Duemila evasioni dall’Isola di Cipro, «L’Avanti!», 10 marzo 1949.

3 Confronta Mario Bellini, La guerra è santa per gli interessi inglesi, «L’Avanti!», 3 giugno 1948.

4 Confronta Mario Bellini, La guerra è santa per gli interessi inglesi, «Mondo Operaio», 25 dicembre 1948;
Idem, Israele e l’ONU, «Mondo Operaio», 25 dicembre 1948.

5 Confronta Mario Bellini, Israele ha vinto, «Mondo Operaio», 5 marzo 1949.

6 Confronta G. B. White, Israele, «Mondo Operaio», 17 febbraio 1951, 24 febbraio 1951, 3 marzo 1951.

7 Confronta Anonimo, Sono tornati in Israele, ma l’Occidente li soffoca, «L’Avanti!», 9 agosto 1951;
L. P., Compagni d’Israele, «L’Avanti!», 19 ottobre 1951.

8 Confronta J. K., Israele tiene in pugno la miccia della polveriera del Medio Oriente, «L’Avanti!», 30 ottobre 1955.

(aprile 2015)

Tag: Daniela Franceschi, Partito Socialista Italiano, Israele, L'Avanti, socialismo, Mondo Operaio, Ebrei, antisemitismo, dopoguerra, Stato d'Israele, Novecento, Italia.