Storia dell’Eritrea
Storia, cultura, fascino caratterizzano uno dei Paesi meno conosciuti del continente africano, purtroppo agonizzante sotto una spietata dittatura

Territorialmente poco estesa, almeno in base agli standard africani, ed anche piuttosto giovane come Stato indipendente, l’Eritrea può offrire a chi la voglia conoscere attrattive di ogni tipo: è un altopiano la cui altitudine media è di 2.000 metri sul livello del mare, e i paesaggi vanno dalla capitale Asmara con la più alta concentrazione africana di edifici coloniali di pregio e di costruzioni art decó, alle formazioni coralline delle Isole Dahlak, ai selvaggi e desolati Monti Sahel (per molto tempo roccaforte di guerriglieri), alla Dancalia, una regione desertica che è considerata uno dei luoghi più inospitali del pianeta. Nel Paese predominano le steppe anziché i boschi, ma nelle piane, nelle oasi e nelle zone dei pozzi la vita delle piante e degli animali è rigogliosa.

L’Eritrea è terra ancora da scoprire non solo dal punto di vista paesaggistico, ma anche dal punto di vista storico: abitato fin dall’antichità, forse da popolazioni imparentate coi Pigmei dell’Africa Centrale mescolatesi in seguito con popoli nilotici, camitici e semitici, il Paese entrò a far parte del Regno di Axum e ne seguì le sorti. I traffici commerciali, da cui dipendeva la prosperità degli Axumiti, erano infatti smistati quasi completamente dal porto eritreo di Adulis: vi transitavano molte merci, tra le quali corni di rinoceronte, pelli di ippopotamo, schiavi, scimmie, avori e – di sicura provenienze eritrea – ossidiana, una roccia vulcanica di colore nero. La costa, nota ai geografi greci e descritta da Plinio il Vecchio e dal Periplo del Mare Eritreo (un manuale di commercio e navigazione scritto intorno al I secolo dopo Cristo), fu oggetto nel 525 di note da parte di Cosma Indicopleuste. Il nome Eritrea deriverebbe dal vocabolo greco «erythros», che significa «rosso»: infatti le acque del mare, in certi periodi dell’anno, assumono una tonalità vermiglia a causa della presenza di particolari alghe.

Il Regno di Axum conobbe un lungo periodo di prosperità stringendo amicizia sia coi Faraoni Egiziani, sia con gli Imperatori Romani (salvo una breve parentesi sotto l’Imperatore Aureliano, che nel 278 dopo Cristo trionfò sugli Axumiti alleatisi a Palmira). Verso la metà del IV secolo il Cristianesimo, già penetrato tramite i centri commerciali greco-egiziani come Adulis, fu riconosciuto e adottato dal Re Axumita Ezana, pare, anche per motivi politici relativi al potente alleato bizantino.

Dal VII secolo iniziò l’espansione degli Arabi, che ben presto divennero i nuovi dominatori del Mar Rosso: compirono incursioni massicce nelle Isole Dahlak, poi le occuparono (usandole prima come luogo di relegazione sotto il Califfato degli Omayyadi, poi come sede di un piccolo principato autonomo) e si insediarono altresì nella vicina Massaua, sul continente. I geografi arabi del tempo offrirono notizie sulla costa dell’attuale Eritrea, così come gli Italiani Antonio Bartoli (1402), Fra Mauro (1460) e Fra Battista da Imola (1482). Nel secolo successivo iniziò la penetrazione dei Portoghesi, missionari gesuiti e viaggiatori, oltre a spedizioni militari.

Per lungo tempo l’Eritrea rimase in balia dei signorotti locali sul litorale e dei feudatari cristiani nelle zone alte. Ne approfittarono i Turchi, giunti nel Mar Rosso all’inizio del XVI secolo, che stabilirono il loro dominio sulla costa dell’Eritrea. Gli Egiziani, guidati da Ali Pasha (Mohammed Ali), si impossessarono dei bassipiani occidentali dell’Eritrea, compreso il porto di Massaua, intorno alla metà del XIX secolo, ma furono duramente sconfitti dall’Imperatore Etiope Yohannes (1875). Fu allora, nel vuoto di potere lasciato dagli Egiziani, che si inserì una Nazione da poco costituitasi, ma che aveva ambiziose mire espansionistiche: l’Italia!

Massaua nel XIX secolo

Massaua nel XIX secolo, da Stanley and the White Heroes in Africa (H. B. Scammel, 1890)

La colonizzazione italiana

Nell’ambito del processo di spartizione del continente africano da parte delle Potenze Europee avvenuto nella seconda metà dell’Ottocento, la Gran Bretagna occupò Aden, nello Yemen, oltre ad un tratto della costa somala, mentre la Francia si impossessò di Gibuti, aggiungendovi l’occupazione della Tunisia (in funzione anti-italiana) e tentando senza successo quella del Marocco. Anche nel Belpaese erano molti coloro che sembravano pervasi di passione colonialista, soprattutto nel Mezzogiorno; finanziati da organizzazioni culturali e commerciali, già molti Italiani avevano preso di loro iniziativa la via dell’Africa, chi per esplorarla, chi per tentarvi avventure. L’apertura del Canale di Suez li aveva attratti specialmente verso il Mar Rosso, dove l’intraprendente armatore Rubattino, anche su incitamento del Re Vittorio Emanuele, aveva comprato dal Sultano locale il porto di Assab e una piccola striscia di terreno per istituirvi una stazione di commercio (1869).

Spinto dalla pubblica opinione, il Governo ricomprò da Rubattino Assab (proclamata colonia italiana nel 1882). La rivolta mahdista in Sudan mise in pericolo i possedimenti egiziani, cosicché, in una conversazione del 20 ottobre 1884 fra Costantino Nigra e Lord Granville, fu posto per la prima volta al Governo Italiano il problema dell’occupazione di Massaua. In seguito all’uccisione di due nostri viaggiatori, Giulietti e Bianchi, si aprì un lungo e difficile negoziato fra l’Italia, l’Inghilterra e l’Egitto, al termine del quale, il 5 febbraio del 1985, un battaglione di bersaglieri salpato da Napoli sulle regie navi Vespucci e Gottardo al comando dell’Ammiraglio Caimmi piantò – senza sparare un colpo – il Tricolore in terra africana, e in una posizione per molti versi ottima, ma che offriva scarse possibilità di una futura espansione sia per l’ostilità degli Inglesi, sia per quella degli Etiopi. L’occupazione sollevò le proteste della Turchia e i malumori dell’Austria e della Russia, che rimasero però senza esito. Dopo il ritiro del presidio egiziano, nel 1891 fu costituita la Colonia Eritrea con Massaua come capitale.

Nonostante l’opposizione degli Etiopi e lo sfortunato episodio di Dogali (dove una nostra colonna di 500 uomini fu sterminata), gli Italiani riuscirono a stringere accordi coi capi locali, a scalare l’altipiano eritreo e ad impadronirsi di Cheren e Asmara (che, per ragioni soprattutto climatiche, divenne la nuova sede del Governo) senza sparare un colpo di fucile né versare una goccia di sangue; Agordat e Kassala furono invece strappate ai Dervisci del Sudan con brillanti azioni belliche. I rapporti con l’Etiopia, che sembravano stabilizzarsi, presero ben presto a deteriorarsi fino a sfociare nella sfortunata Guerra Italo-Abissina del 1895-1896, dove gli Italiani subirono rovesci causati sia da difficoltà logistiche, sia da un nemico numericamente superiore, che conosceva il terreno e che era armato esattamente come i nostri (armi d’importazione italiana!). La guerra sancì il riconoscimento dell’indipendenza assoluta dell’Etiopia e stabilì il confine della Colonia Eritrea sulla linea Mareb-Belesa-Muna. Accordi tra il 1898 e il 1908 con l’Etiopia, l’Inghilterra e la Francia davano all’Eritrea una frontiera internazionalmente riconosciuta, che corrispondeva press’a poco al confine attuale dello Stato Eritreo.

Colonia Eritrea

La Colonia Eritrea

Lo stato di pace permise al governatore Ferdinando Martini di occuparsi con profitto dell’amministrazione della Colonia, inizialmente avvalendosi della collaborazione dei capi tribù locali: il territorio fu diviso in Commissariati Regionali che corrispondevano generalmente alle partizioni storiche delle varie zone riunite nell’Eritrea, e fu adottato un ordinamento giudiziario che teneva largamente conto dei diritti dei nativi. L’opera di civilizzazione fu poi proseguita dai suoi successori.

L’Italia profuse per l’Eritrea più energie e denaro che per le altre sue colonie (Somalia e Libia): essa occupava in effetti una posizione predominante perché, oltre a rivestire una notevole importanza strategica, vantava un vitale sbocco sul Mar Rosso e possedeva risorse minerarie e agricole di tutto rispetto. Nella regione confluirono dunque massicci investimenti che permisero la realizzazione di grandi opere: una delle più famose fu l’ardita linea ferroviaria tra Massaua e Asmara, realizzata in soli due anni (dal 1907 al 1909) e in seguito prolungata fino a Cheren. Fu costruita anche una rete di strade diffusa su tutto il territorio eritreo.

Quando vi giunsero gli Italiani, prescindendo dagli avanzi di antichi centri abitati del periodo axumita (Adulis, Toconda), l’unico centro abitato che potesse qualificarsi come città era Massaua, la quale, specialmente dopo il suo passaggio dall’amministrazione turca a quella egiziana, andava ad assumere un aspetto meno miserabile coprendosi anche di qualche modesto fabbricato civile (notevole soprattutto il Palazzo del Governo – el Sàraia – in stile moresco, con una rampa esterna di scale e larghi archi di veranda aperti sul mare); nell’interno, salvo Cheren (dove pure si notava l’embrione di un villaggio con delle costruzioni in muratura), i centri erano rappresentati soltanto da agglomerati più o meno vasti di capanne di stuoie o di legno o di muri a secco. L’amministrazione italiana cambiò notevolmente questo stato di cose, ampliando e trasformando Massaua e Cheren, e costituendo nuovi centri civili negli antichi villaggi scelti a sede degli uffici amministrativi o dei comandi militari italiani. L’istituzione in essi di pubblici uffici, di scuole, chiese, case missionarie, servizi postali e telegrafici, stazioni ferroviarie e di autoveicoli; lo svilupparsi del commercio, lo stanziamento di coloni europei (molte famiglie di Italiani si stabilirono specialmente nei centri urbani di Asmara, Massaua e Agordàt), le opere pubbliche stradali, i ponti, gli acquedotti, i canali artificiali diedero all’Eritrea un certo carattere europeo.

Benito Mussolini tentò di portare l’Italia sulla ribalta delle grandi Potenze Coloniali. Per realizzare questo progetto serviva una forte base industriale: manodopera, risorse e denaro affluirono così nella Colonia, che intorno al 1930 iniziò a prosperare e nel 1940 era ormai il secondo Paese più industrializzato dell’Africa Sub-Sahariana, con Massaua come il più importante e meglio attrezzato porto della costa dell’Africa Orientale.

Gli Italiani trasformarono un misero villaggio di capanne contornate da boschi e sede di un Ras, Asmara, in quella che è tutt’ora considerata la più bella città dell’Africa, che potrebbe essere anche dichiarata sito Patrimonio dell’Umanità: presenta viali alberati, quartieri tranquilli, caffè con i tavolini all’aperto, vivaci pizzerie e stuzzicanti pasticcerie. Città ordinata e ricca di splendidi gioielli architettonici risalenti al periodo coloniale, la città era nota con il nome di «Piccola Roma»: passeggiando per le strade del centro si notano ancor oggi numerose costruzioni realizzate negli stili architettonici più svariati, art déco, internazionale, cubista, espressionista, funzionalista, futurista, razionalista, neoclassico, ognuno con elementi tipici facilmente riconoscibili anche da chi non è un esperto d’arte; in poche altre città è possibile trovare una tale combinazione di elementi stilistici diversi. In Italia si era diffuso il nuovo movimento architettonico chiamato «razionalismo», incoraggiato dal Duce in persona, e l’Eritrea, come molte altre colonie, era divenuta una sorta di laboratorio nel quale era possibile sperimentare idee nuove e stimolanti: Asmara, vivace e dinamica, giunse ben presto ad incarnare la nuova filosofia – non era solo bella, ma anche ben pianificata, ben costruita e, soprattutto, funzionale; la capitale eritrea rimane ancora oggi una città modello in stile art déco (purtroppo molti edifici mostrano i segni del tempo, ma non sono mai stati ristrutturati a causa della mancanza di risorse economiche; come siano potuti resistere sino ad oggi senza ristrutturazioni rimane un mistero).

Asmara

Panorama di Asmara

Tra gli edifici più notevoli del periodo fascista, da vedere sono almeno il Cinema Impero e la Sede della Fiat Tagliero. Il primo è un imponente edificio che presenta tre grandi finestre con accentuati tratti verticali e orizzontali e 45 oblò, con un’ampia sala da 1.800 posti decorata con motivi in stile art déco raffiguranti leoni, nyala e palme – tutti gli elementi in marmo, cromo e vetro del foyer sono ancora quelli originali –; accanto c’è il Bar Impero, dove per tradizione ci si ferma a bere un aperitivo prima dell’inizio del film, con la vetrinetta dei dolci in vetro smussato, il bancone zincato, i pannelli di legno scuro e il registratore di cassa, tutti rigorosamente d’epoca. La seconda, che ora ospita una stazione di servizio, è una costruzione futurista dalla stravagante struttura a forma di aeroplano e con la torre centrale dalla «carlinga» in vetro che ricorda molti edifici di Miami.

Cinema Impero

Il cinema Impero

Sede della Fiat Tagliero

La Sede della Fiat Tagliero

Famosi rimangono gli Ascari, indigeni organizzati in reparti combattenti regolari già nel 1889. I soldati si dimostravano perfettamente corrispondenti alla loro fama: ottimi camminatori, sobri, resistenti, coraggiosi, affezionati ai comandanti, impetuosi nell’assalto, conoscitori abili del terreno; ma anche facili al panico e al disordine, fatalisti e superstiziosi. Le reclute dovevano esibirsi in una marcia di cento chilometri; all’atto dell’arruolamento percepivano un premio d’ingaggio e poi di rafferma; oltre alla paga, ricevevano una razione giornaliera di cibo. Per gli Ascari non c’era caserma, bensì il «campo-famiglie», un villaggio di tende e di tucul cintato da siepi dove ognuno poteva tenere una sola moglie (le altre stavano nella cabila); quando il battaglione di Ascari si spostava, il «campo-famiglie» lo seguiva, con donne e bambini. Giudice supremo, in ogni questione, era l’ufficiale italiano: era lui che devolveva i premi e comminava le punizioni (si andava dalla mezza paga, ai «ceppi» – equivalente di prigione –, alla fustigazione davanti al reparto adunato in tenuta libera). In combattimento gli Ascari, dopo essersi portati a breve distanza dal nemico, lo aggredivano con impeto eccezionale; erano armati inizialmente di mitragliatrice Schwarzelose e fucile Männlicher calibro otto, in seguito furono dotati anche di armi italiane, mortai leggeri e da 81.

Ascari d'Eritrea

Ascari d'Eritrea in Italia (probabilmente alla stazione di Roma, anno 1912)

La Seconda Guerra Mondiale interruppe quella che possiamo considerare come l’«Età d’oro» dell’Eritrea: la vittoria inglese a Cheren, città di vitale importanza strategica, nel 1941, fu il rintocco di una campana a morto per la Colonia, che di lì a poco divenne un protettorato britannico. Gli Inglesi cercarono di mantenere lo «status quo» sul territorio, per ragioni di ordine pratico, lasciando al proprio posto la vecchia amministrazione italiana, ma la Colonia finì per sprofondare in uno stato di demoralizzazione e di declino. Quando il teatro delle operazioni belliche si trasferì altrove, il territorio perse la propria importanza strategica e nel 1945, a guerra finita, l’esercito britannico iniziò a smobilitare. L’anno successivo il Paese era in ginocchio, con un’economia in crisi, la disoccupazione in forte aumento e una popolazione sempre più irrequieta.

Nel 1947 una commissione internazionale d’indagine comunicò che la popolazione dell’Eritrea era divisa a grandi linee in tre fazioni principali: gli unionisti filo-etiopici (perlopiù Cristiani), gli anti-unionisti (in gran parte islamici schierati con la Lega Musulmana) e i simpatizzanti del partito filo-italiano. I membri della commissione giunsero a conclusioni profondamente diverse su quello che avrebbe dovuto essere l’assetto futuro del Paese, conclusioni che riflettevano gli interessi politici dei rispettivi Governi; demandarono quindi la questione all’Assemblea Generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, che con la controversa risoluzione 350 A cancellò l’Eritrea dalla mappa dell’Africa!


Dalla federazione alla dittatura

Nonostante le aspirazioni di autodeterminazione dell’Eritrea, infatti, nel 1952 le Nazioni Unite la dichiararono federata all’Etiopia. La federazione prevedeva l’autonomia territoriale e un’Assemblea Legislativa indipendente.

Fin dall’inizio, l’Etiopia ridusse progressivamente i poteri dell’Assemblea, relegandola al ruolo di semplice organo di approvazione dei decreti imperiali, trasmessi dai rappresentanti etiopici.

L’annessione fu preparata, dunque, dall’Etiopia con una progressiva opera di interferenza negli affari eritrei, bloccando l’istituzione di organi federali e rappresentativi e annullando praticamente l’autonomia.

L’annessione dell’Eritrea nel 1962 come quattordicesima provincia dell’Impero Etiopico, attuata con un colpo di mano dell’Imperatore Hailè Selassiè, portò ad un’accelerazione del nazionalismo eritreo, sorto nel corso della Seconda Guerra Mondiale e definitosi nell’immediato dopoguerra sotto l’amministrazione inglese.

L’annessione fu un atto con cui il Sovrano Etiope volle assicurarsi la legittimazione dell’integrità dell’Impero, comprendente l’Eritrea, da parte degli Stati Africani, in vista dell’imminente fondazione dell’OAU, l’Organisation of African Unity, che avvenne, sotto gli auspici imperiali, ad Addis Abeba nel 1963. La preoccupazione di evitare secessionismi e conflitti sui confini avrebbe spinto l’OAU a rinunciare a qualsiasi modifica territoriale e a riconoscere ufficialmente, alla conferenza del Cairo del 1964, le frontiere disegnate dal colonialismo.

L’annessione ricompattò le file del Fronte di Liberazione dell’Eritrea, l’Eritrean Liberation Front, costituito nel 1961 al Cairo, anche se la scelta della lotta armata risaliva alla fine degli anni Cinquanta durante il periodo della federazione eritrea, con la crescita dell’opposizione anti-unionista, a maggioranza musulmana, sostenuta dai Paesi Arabi. L’ELF rianimò l’esperienza degli «shifta», i ribelli all’autorità costituita, favorendone però il passaggio da posizioni filo-unioniste a posizioni nazionaliste ai danni dell’Etiopia.

Costituito in gran parte da musulmani e ispirato all’Islam, avendo tra i fondatori lo Sceicco Mohamed Adum e Uoldeab Uoldemariam, nel corso del tempo divenne il fulcro delle forze di opposizione di qualsiasi provenienza sociale e religiosa, fino a trarre nelle sue file, nel 1967, il leader unionista Tedla Baru, che era stato a capo dell’esecutivo eritreo nel 1952. La sua struttura organizzativa mancava, tuttavia, di un centro operativo e di comando che coordinasse le strategie della guerriglia, lasciando le iniziative militari alle decisioni dei capi locali e tribali. L’ideologia nazionalista non riuscì a creare un fondamento ideologico comune in grado di superare le divisioni etnico-religiose, che finirono per incrinare la forza del movimento fino alla scissione del 1970-1971 e alla nascita dell’Eritrean People’s Liberation Front (EPLF).

Alla fine degli anni Sessanta, il contesto della lotta nazionalista era divenuto particolarmente complesso. L’azione dell’Eritrean Liberation Front, rivolta principalmente alla regione del bassopiano occidentale, ma priva di una struttura centralizzata e di una strategia unitaria, fu estesa alla «quinta zona» dell’altopiano, con l’effetto di far emergere il dissenso interno, che prese forma sul piano organizzativo.

Si giunse, così, alla nascita dell’Eritrean People’s Liberation Front (EPLF), che ebbe tra i suoi fondatori Isaias Afwerki e che nel 1970 procedette ad una scissione, divenendo una formazione autonoma in contrasto con l’Eritrean Liberation Front. Nonostante una composizione a maggioranza cristiana, l’EPLF dichiarò la sua ispirazione laica, deducendo i suoi fondamenti ideologici dal marxismo-leninismo, anche se in una versione non dogmatica, in strettissima connessione con un nazionalismo intransigente. Dotato di una struttura organizzativa assai più rigida, l’EPLF affiancò all’azione militare un preciso programma politico, che mirava non solo all’indipendenza, ma anche alla costruzione di un’Eritrea socialista attraverso una politica di nazionalizzazioni. Si realizzarono così esperienze di cooperazione e collettivizzazione che, rivedendo le tradizioni comunitarie dei contadini dell’altopiano, intendevano superare la mentalità feudale per orientarla verso una coscienza «paneritrea».

Il rapporto tra l’ELF e l’EPLF divenne sempre più conflittuale, sfociando in una guerra civile che si aggiunse alla già difficile lotta per l’indipendenza, decimandone i quadri e ostacolandone gli sviluppi.

Dal punto di vista delle relazioni internazionali, la causa eritrea, per la sua anomalia nel contesto dell’Africa Coloniale, non rientrava negli interessi dell’Organisation of African Unity, preoccupata di risolvere e non aprire questioni confinarie tra gli Stati di nuova indipendenza. L’EPLF fu costretto a cercare alleati esterni, come l’OLP, i movimenti di liberazione delle colonie portoghesi, i socialismi arabi (Libia, Algeria, Aden, Egitto). Fino alla rivoluzione in Etiopia del 1974, riuscì a ottenere un certo appoggio da parte dell’Unione Sovietica e da Cuba. L’EPLF intratteneva buoni rapporti con lo Yemen del Sud, in cui vi era un Ufficio del Consiglio Rivoluzionario, con la Somalia di Syad Barre e con la Libia di Gheddafi, ma non accettava di porre l’Islam alla base della sua ideologia nazionalista. Pessime relazioni intercorrevano, invece, con Siria e Iraq, mentre l’Egitto non aveva una posizione definita, anche se non faceva mancare il suo aiuto ai rifugiati e agli studenti, e il Sudan collaborava con l’Etiopia e gli Stati Uniti per contrastare la Resistenza Eritrea. La Cina era passata dall’esplicito appoggio alla causa eritrea, con l’addestramento dei combattenti, ad un più stretto rapporto con l’Etiopia di Hailè Selassiè, abbandonando di fatto l’Eritrea al suo destino. L’Unione Sovietica, fino agli inizi degli anni Settanta, già impegnata nel sostegno alla Somalia di Barre, seguì a distanza la questione eritrea con aiuti occasionali e inconsistenti.

La causa eritrea destava un grande interesse nel Corno d’Africa e in Sudan, costituendo il termine di confronto per un possibile sviluppo rivoluzionario in un’area sotto forte influenza statunitense: un successo della rivoluzione eritrea avrebbe permesso l’avanzata delle forze di Sinistra in Africa Orientale, al contrario una sua sconfitta avrebbe chiuso la possibilità di un rinnovamento politico e sociale.

Il contesto internazionale si mostrava, nondimeno, molto instabile, infatti, la decisione dell’Etiopia di appoggiare le richieste arabe in Medio Oriente aveva determinato un cambiamento di fronte da parte dei Paesi Arabi, in precedenza sostenitori della causa eritrea. È importante ricordare le forti pressioni diplomatiche statunitensi sui Paesi Arabi affinché appoggiassero con maggior decisione l’Etiopia, desiderando, inoltre, una soluzione diplomatica del conflitto etiopico-eritreo.

Gli Stati Uniti avevano inviato notevoli quantitativi di aiuti all’Etiopia anche per l’esistenza di enormi interessi strategici nel Mar Rosso, specialmente dopo la riapertura del Canale di Suez, mentre in Eritrea la politica americana cercava di impedire uno sbocco rivoluzionario di matrice socialista, appoggiando ambiguamente la rivendicazione di alcune libertà politiche, come il pluripartitismo e l’autonomia in senso federale.

Il conflitto etiopico-eritreo assunse progressivamente caratteristiche sempre più aspre, anche a causa delle posizioni degli attori esterni, che lo inserirono in una dimensione internazionale: Siria, Iraq, Libia e Sudan cominciarono ad appoggiare l’EPLF, mentre Israele si schierò a fianco dell’Etiopia. Il Governo Etiope manifestò una grande preoccupazione per l’allargamento del conflitto e per le dichiarazioni del Segretario Generale dell’EPLF Osman Saleh Sabbe, di voler trasformare il Mar Rosso in un «lago arabo», mostrando l’ambiguo legame instauratosi tra il movimento secessionista eritreo e il mondo arabo.

Alla metà del 1973, nonostante la scissione intercorsa tra l’EPLF e l’ELF, la guerriglia giunse nella stessa Asmara. La lotta di liberazione eritrea divenne sempre più violenta, decisa a portare la questione dell’indipendenza all’attenzione internazionale.

L’instaurazione in Etiopia della dittatura marxista del Derg nel 1974, con la detronizzazione dell’Imperatore, minò la capacità militare etiopica, tuttavia l’appoggio strategico e militare dell’Unione Sovietica nel biennio 1978-1979 rappresentò per le forze nazionaliste un ostacolo all’avanzamento sul territorio.

Dal 1977, le Forze di Liberazione controllarono, direttamente o indirettamente, una vasta area dell’Eritrea.

Nel 1981, l’EPLF vinse il conflitto che lo opponeva all’ELF (che fu espulso nel Sudan perdendo ogni rilevanza politica in Eritrea), presentandosi come il solo legittimo rappresentante delle aspirazioni indipendentiste nazionaliste.

Nel 1977, l’Etiopia del dittatore Menghistu si trovò ad affrontare nuove insurrezioni in Eritrea e nel Tigray, non riuscendo, nonostante l’aiuto militare sovietico, a mantenerne a lungo il controllo, tanto che alla fine del 1987 le organizzazioni secessioniste si erano insediate sul 90% del territorio di entrambe le regioni.

Dalla fine del 1989 era evidente che il Governo Etiope aveva fallito nel consolidare il suo ruolo; la siccità e la carestia, gestite disastrosamente, congiunte ad una pesante sconfitta militare in Eritrea e Tigray avevano fatto sì che il suo controllo sul territorio nazionale fosse molto limitato.

In aggiunta, numerose opposizioni, tra le quali primeggiavano l’Eritrean People’s Liberation Front (EPLF) e il Tigray People’s Liberation Front (TPLF) che operavano insieme ad altre organizzazioni anti-governative nell’Ethiopian People’s Revolutionary Democratic Front, avevano intrapreso una dura lotta armata contro il regime.

Nel 1991, l’EPLF riuscì a scacciare dai confini dell’Eritrea le truppe etiopi, unendosi successivamente con gli altri gruppi per rovesciare la dittatura di Menghistu che cadde nello stesso anno. I mancati aiuti sovietici, cessati con l’instaurarsi della nuova politica estera di Michail Gorbaciov, e i «venti di democrazia» che spiravano dalla maggior parte dei Paesi Comunisti si rivelarono essenziali per accelerare la fine della dittatura, infatti fu impossibile per il regime fronteggiare l’insurrezione in Eritrea e le altre opposizioni interne.

Sussistevano molte speranze che l’Eritrean People’s Liberation Front (EPLF) riuscisse ad instaurare in Eritrea un sistema politico stabile e iniziasse una ricostruzione economica del Paese, nonostante l’esistenza di fondati motivi di apprensione, derivanti dalla condotta della lotta armata durante il conflitto sia con l’Etiopia sia con l’ELF. Indubbiamente, l’EPLF deteneva un «capitale politico» rilevante, che molti osservatori giudicavano una compensazione per la devastazione materiale del Paese.

Nel 1993 le Nazioni Unite seguirono il referendum per l’indipendenza, attraverso cui il 99,8% della popolazione si dichiarò a favore dell’indipendenza dall’Etiopia. L’EPLF considerò il risultato della consultazione come un’approvazione popolare alla sua assunzione del potere e alla nomina a Capo di Stato di Isaias Afwerki. Nel 1994 l’EPLF divenne il People’s Front for Democracy and Justice (PFDJ), l’unico partito politico legale, con Isaias come Presidente.

Nonostante la promessa di nuove elezioni e l’istituzione di una Commissione per redigere una nuova Costituzione che avrebbe dovuto racchiudere i diritti e gli impegni esposti dall’EPLF durante il conflitto, era palese che il movimento non avesse alcuna intenzione di lasciare il potere in un breve lasso di tempo e confrontarsi con un’opposizione. Questi aspetti non furono considerati un problema rilevante; all’inizio, infatti, il Governo era largamente ammirato per l’energia, la disciplina e la determinazione nel perseguire lo sviluppo del Paese. Nell’interesse della pace e della stabilità, molti Eritrei e molti osservatori stranieri non si espressero sulla negazione dei diritti umani e sulle tendenze autoritarie.

La natura dittatoriale del Governo Eritreo divenne palese quando iniziò a scontrarsi con le Organizzazioni Non Governative straniere e con gli Stati vicini, negando, inoltre, i diritti civili ai propri cittadini. L’EPLF agiva ancora alla stregua di un movimento di guerriglia con un potere assoluto di vita e di morte sui suoi membri, adottando, oltre a ciò, una politica estera aggressiva, non strutturata, quando invece il Paese avrebbe avuto bisogno di una classe politica e diplomatica competente.

È interessante rilevare che l’Eritrea ha avuto degli scontri armati con molti dei Paesi confinanti, non solo con l’Etiopia. Le relazioni con il Sudan si deteriorano subito dopo la presa del potere del National Islamic Front. Entrambi gli Stati appoggiarono dei movimenti considerati ribelli dalla controparte; il Governo di Khartoum sosteneva l’Eritrean Islamic Jihad e il regime militare di Asmara la National Democratic Alliance. La rottura delle relazioni diplomatiche nel 1993 non frenò le tensioni esistenti, che perdurarono ancora per un decennio.

Nel 1996 l’Eritrea condusse un breve ma intenso conflitto con lo Yemen, precedentemente considerato un alleato, per il possesso delle Isole Hanish; la controversia fu deferita ad un Tribunale Internazionale che decretò l’appartenenza delle Isole allo Yemen, conseguentemente l’Eritrea si attenne alla decisione della Corte.

Gli scontri militari con Gibuti nel 1996 e nel 1998 furono causati da una disputa sui confini; le relazioni ebbero un progressivo deterioramento durante il conflitto con l’Etiopia e si normalizzarono solamente dopo la firma del Trattato di Algeri nel 2000. Nonostante la firma di due Trattati di cooperazione, nel 2004 e nel 2006, vi fu un ulteriore conflitto nel 2008 quando l’Eritrea occupò militarmente una striscia di terra di Gibuti. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite censurò il comportamento del Governo di Asmara, che negò l’occupazione militare. La disputa fu risolta nel giugno del 2010 grazie alla mediazione del Qatar.

Stretta tra il Sudan e l’Etiopia, con pessime relazioni diplomatiche anche con gli altri Stati vicini, l’Eritrea, anche dopo l’indipendenza, continuò ad avere relazioni difficili proprio con l’Etiopia. Apparentemente, sembrava che l’instaurarsi di nuovi Governi nei due Paesi avrebbe portato ad una fase di cooperazione, tuttavia persistevano, e persistono ancora oggi, questioni territoriali irrisolte con l’Etiopia, che nemmeno il Trattato di Algeri del 2000 è riuscito a definire risolutivamente. La Missione delle Nazioni Unite per l’Etiopia e l’Eritrea (United Nations Mission to Ethiopia and Eritrea, UNMEE) non è riuscita né a prevenire la proliferazione di conflitti armati negli Stati confinanti né ad impedire che le due controparti, soprattutto l’Eritrea, continuassero a insidiarsi reciprocamente.

Nelle scelte di politica estera eritree il tema dominante è sempre stato il rapporto problematico e conflittuale con l’Etiopia, ancora più evidente se si analizzano le relazioni con la Somalia. Nel 1977 la Somalia invase l’Ogaden, territorio di confine con l’Etiopia, abitato in larga parte da popolazioni nomadi e di lingua somala. Strumento di lotta era il Western Somali Liberation Front (WSLF) che, dagli inizi di febbraio, aveva cominciato ad attuare una guerriglia nella regione approfittando dei dissidi e delle lotte all’interno del Derg. Il WSLF era supportato, per quanto concerneva la logistica e l’equipaggiamento, direttamente dal Governo Somalo di Syad Barre. L’Eritrea offrì naturalmente il suo appoggio alle forze di insurrezione somale in Ogaden, ma fu soprattutto durante gli anni Duemila che fu maggiormente coinvolta nella politica interna somala; l’Eritrea scoraggiò lo sviluppo dell’Islamismo sia nelle formazioni di liberazione dell’Ogaden, come l’Ogaden National Liberation Front (ONLF), sia in altri movimenti ribelli, consolidando, ciò nonostante, altri legami con la finalità di attaccare il fianco meridionale dell’Etiopia. In particolare, l’Eritrea sviluppò delle relazioni importanti sia con i leader islamici sia con l’«Unione delle Corti Islamiche» (Union of Islamic Courts, UIC), largamente supportate in opposizione al Transitional Federal Government (TFG), appoggiato dall’Etiopia.

Dalla metà del 2006 l’UIC espulse il TFG e gli altri signori della guerra da Mogadiscio, governando la parte meridionale della Somalia e ottenendo un certo appoggio logistico da parte dell’Eritrea. Fu l’estremismo islamico e l’acceso irredentismo dell’UIC a provocare l’invasione etiopica nel 2006. Incapaci di fronteggiare le forze etiopiche, le truppe dell’UIC si dispersero, consentendo alle truppe etiopi di impadronirsi di Mogadiscio e della Somalia Centrale e Meridionale. Il supporto dell’Eritrea non deve essere ingigantito dal punto di vista quantitativo, tuttavia esso fu fornito durante l’occupazione e anche dopo la ritirata dell’Etiopia nel 2009.

L’Eritrea accolse anche l’Alliance for the Re-Liberation of Somalia (ARS), una coalizione di leader islamisti, signori della guerra e altri leader in esilio avversi al coinvolgimento dell’Etiopia e in contrasto con il nuovo Governo Somalo. L’ARS comprendeva anche uomini che le Nazioni Unite avevano incluso nella lista di persone legate al terrorismo internazionale, come lo Sceicco Hassan Dahir Aweys. L’associazione con una simile organizzazione incrementò l’isolamento internazionale e regionale dell’Eritrea. Mentre alcuni membri dell’ARS presero parte alla Conferenza di Riconciliazione tenutasi a Gibuti nel 2008 e ritornarono in Somalia, compreso il Presidente Sharif Sheikh Ahmed, l’Eritrea si astenne caparbiamente da ogni tentativo di pacificazione.

Una simile politica estera è entrata molto presto in collisione con la Comunità Internazionale, infatti, l’Amministrazione Bush osservava come l’Eritrea potesse essere definito uno Stato supporter del terrorismo. La stessa Unione Africana (AU, African Union) aveva proposto l’applicazione di sanzioni all’Eritrea per il suo appoggio a gruppi terroristi in Somalia. Nel 2009 il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha approvato l’embargo sul commercio di armi verso l’Eritrea, accusata di favorire l’organizzazione terroristica islamista somala Al-Shabaab.

Il conflitto con l’Etiopia ha sempre avuto un’influenza preponderante sulle scelte di politica estera dell’Eritrea, portandola ad appoggiare anche gruppi di matrice islamista, danneggiando di conseguenza la sua posizione nel contesto internazionale, nonostante l’EPLF si fosse dimostrato fin dall’inizio contrario al radicalismo islamico.

Degni di attenzione sono i rapporti intrattenuti con gli Stati Uniti e Israele. Gli USA hanno apprezzato l’appoggio del Governo di Asmara dopo l’11 settembre 2001 e durante la guerra in Iraq, ma sono incorsi nella reazione irritata del Presidente Isaias dopo il rifiuto di stabilire una base militare americana in Eritrea, a causa della precaria stabilità interna del Paese. Le relazioni diplomatiche con gli USA si sono caratterizzate per la loro discontinuità, provocata dalle scelte avventate del Governo del Presidente Isaias.

Israele era stato attivamente ostile ai movimenti di liberazione eritrei, avendo intessuto dei rapporti molto stretti con l’Etiopia, tuttavia dopo l’indipendenza lo Stato Ebraico iniziò a considerare l’Eritrea come un importante partner nella regione del Mar Rosso. Le relazioni conobbero un deciso miglioramento nel 1993, quando il Presidente Isaias si recò in Israele per sottoporsi a delle cure mediche. Al contempo, Israele era molto ammirato dalla leadership eritrea, riscontrando nella sua storia e nella sua posizione geografica molte similitudini con la storia del proprio Paese: uno Stato molto militarizzato, circondato da nemici arabi e islamisti, e un’invidiabile combinazione di una stabile sicurezza economica con un efficiente servizio militare.

Le buone relazioni diplomatiche con Israele, che ha continuato a considerare l’Eritrea un Paese amico, sono servite al Governo di Asmara per proporsi agli occhi della Comunità Internazionale come un freno alla eventualità che il Mar Rosso divenisse un «mare arabo». Lo Stato Ebraico mantiene una presenza navale e militare nell’area con la cooperazione eritrea.

Il conflitto armato con l’Etiopia, esploso nel 1998 e formalmente concluso nel 2000, è risultato catastrofico per l’Eritrea dal punto di vista economico e politico, spazzando via ogni possibilità di una significativa crescita ed esacerbando le tendenze autoritarie e militariste del Governo.

Le caratteristiche della dittatura militare in Eritrea traggono origine dalla lotta di liberazione; la mancanza di unità delle prime formazioni per l’indipendenza del Paese portò allo sviluppo da parte delle stesse di una cultura politica autoritaria e intollerante al dissenso. È significativo che nel 1973 un gruppo di nuovi membri del Partito si mostrasse critico verso la deriva autoritaria del movimento e discutesse esplicitamente dei problemi di organizzazione interna dello stesso. La leadership, imperniata su Isaias, considerò il gruppo come facente parte della Sinistra Estrema, arrestando e giustiziando alcuni dei suoi membri; era chiaro che la lealtà e l’unità erano valori non negoziabili, infatti non si formò nessuna opposizione interna significativa fino al conflitto etiopico-eritreo del biennio 1998-2000.

Per quanto concerneva l’organizzazione interna del movimento, il primo Congresso del 1977 stabilì l’istituzione di un Comitato Centrale, il cui Segretario Generale, Romedan Mohamed Nur, doveva essere una figura unificante. Nello stesso Congresso Isaias fu nominato assistente del Segretario Generale. Un’altra istituzione molto importante fu il Politburo che avrebbe presieduto ogni branca dell’Organizzazione, inclusi i dipartimenti amministrativi, le associazioni nazionali e l’esercito.

L’EPLF e le sue decisioni politico-militari furono sotto la supervisione di un partito segreto, l’Eritrean People’s Revolutionary Party (EPRP), la cui esistenza era sconosciuta alla maggior parte dei combattenti fin quando il Presidente Isaias non la rivelò al terzo Congresso nel 1994.

Isaias spiegò che questo partito «interno», disciolto nel 1989, aveva avuto la funzione di avanguardia rivoluzionaria, dirigendo il movimento durante gli anni più difficili della lotta per l’indipendenza.

Non è possibile sapere se l’EPRP esista ancora oggi, ma si può affermare con certezza che la sua cultura politica sussiste ancora in Eritrea, infatti, dalla metà degli anni Novanta e specialmente dal 2001, le decisioni chiave sono state prese esclusivamente dal Presidente Isaias, non da un Gabinetto o da un’Assemblea Nazionale. Non ci sono prove evidenti della presenza di un formale partito interno, tuttavia l’Eritrea è governata da un amorfo e mutevole gruppo di sostenitori di Isaias, in possesso di un’autorità pressoché irrilevante, poiché il loro ruolo dipende dal favore del Presidente.

L’altra decisione assunta dal terzo Congresso fu la trasformazione, prettamente convenzionale, dell’EPLF nel People’s Front for Democracy and Justice (PFDJ), che rimane ancora oggi l’unico partito politico legale, con Isaias come Presidente e Capo dello Stato.

Alla metà degli anni Novanta, il Governo promise una Costituzione, l’introduzione del multi-partitismo ed elezioni nazionali. Una Commissione elaborò una Costituzione che fu ratificata da un’Assemblea Costituente nel maggio del 1997 ma non fu mai resa effettiva, come molte altre promesse politiche. L’Assemblea Nazionale, creata nel 1993, verso cui il Consiglio dei Ministri avrebbe dovuto essere responsabile, fu relegata al ruolo di organo per approvare risoluzioni su elezioni che non si sarebbero mai tenute.

Le prime voci di opposizione al regime si levarono durante il conflitto con l’Etiopia nel biennio 1998-2000.

Il cosiddetto Manifesto di Berlino del 2000, una lettera aperta al Presidente in cui degli oppositori politici residenti all’estero disapprovavano le tendenze dittatoriali del Governo, non ebbe alcuna risonanza, al contrario il documento del 2001 redatto da un gruppo di veterani della guerra di liberazione, denominato il «gruppo dei 15» o «G15», destò una certa preoccupazione nelle file del regime. La dichiarazione, pubblicata in Internet, condannava l’autoritarismo del regime, accusandolo, inoltre, di non aver consultato l’Assemblea Nazionale durante la guerra.

Il regime attese alcune settimane prima di scatenare la sua durissima repressione, approfittando della disattenzione mondiale causata dall’11 settembre; tra il 18 e il 19 settembre, 11 dei 15 firmatari del documento furono arrestati, inclusi personaggi eminenti come Petros Solomon, ex Ministro degli Esteri e della Difesa, e Haile Woldensae, Ministro dell’Industria e del Commercio. Gli arrestati sono morti o imprigionati senza processo in qualche carcere in località sconosciute.

Nel contempo, il regime fece arrestare molti giornalisti ed editori. A proposito della stampa, è importante ricordare che in Eritrea non esiste la libertà di stampa, infatti, i pochi giornali nati alla fine degli anni Novanta sono stati chiusi entro breve tempo e i giornalisti arrestati sono morti o languiscono ancora nelle carceri. La legge sulla stampa del 1996 non garantisce la libertà di stampa, bensì sottopone ogni mezzo di comunicazione all’assoluta ingerenza governativa.

Questi eventi segnano, per molti aspetti, il completamento del processo iniziato dalla metà degli anni Settanta quando il destino della rivoluzione, e di conseguenza della Nazione, fu nelle mani di un Esecutivo che non ammetteva né dissenso interno né dibattito esterno sulle sue scelte politiche.

L’ethos della lotta armata permea ogni aspetto della vita pubblica, dimostrando quanto il Paese sia incapace di superare il suo violento passato.

L’Eritrea si configura come una società fortemente militarizzata disegnata dalla guerra, governata da combattenti, in cui i cittadini sono sottoposti ad un servizio militare obbligatorio senza limiti di tempo e senza la possibilità dell’obiezione di coscienza.

Il servizio militare obbligatorio sia per gli uomini sia per le donne, creato dall’EPLF subito dopo l’indipendenza e la cui componente principale è l’esercito, ha come fulcro il campo di addestramento di Sawa, in cui alle giovani generazioni si inculcano la cultura e lo spirito della lotta di liberazione. Sawa è considerata la pietra fondante del processo di costruzione dello Stato Eritreo.

Inizialmente, il servizio militare coinvolgeva tutti gli uomini e le donne tra i 18 e i 50 anni di età, che dovevano effettuare un periodo di addestramento militare di sei mesi, seguito da ulteriori dodici mesi di «lavoro di sviluppo», cioè lavoro in progetti di sviluppo.

La guerra con l’Etiopia ha reso il servizio militare illimitato nel tempo, imponendo, inoltre, a tutti gli uomini e a tutte le donne fin oltre i 50 anni di età, di essere a disposizione della «Warsai Yikalo Development Campaign», formalmente creata nel 2002, che consiste in un programma di sviluppo sociale ed economico attraverso il quale il regime ha praticamente esteso il servizio militare obbligatorio indefinitamente, senza alcuna possibilità di smobilitazione.

L’Eritrea è uno Stato-prigione, in cui decine di migliaia di oppositori politici e obiettori di coscienza sono trattenuti in carcere senza processo o sono uccisi sommariamente. Negli ultimi anni, si riscontra un ulteriore inasprimento della persecuzione da parte del regime verso gli appartenenti a religioni giudicate «illegali», come i testimoni di Geova, i cristiani pentecostali e i musulmani di fede Bahai, i cui membri sono arrestati e imprigionati. Queste confessioni religiose non sono né autorizzate né riconosciute perché considerate pericolose, non patriottiche e soprattutto straniere. Il regime ha riconosciuto e autorizzato soltanto quattro fedi religiose: la Chiesa Ortodossa Eritrea; l’Islam; la Chiesa Cattolica; la Chiesa Evangelica Luterana.

In conclusione, è utile soffermarsi brevemente sulla posizione geopolitica dell’Eritrea, situata nella zona finale del Mar Rosso, adiacente ai complessi scenari dell’Africa Nord-Orientale e del Medio Oriente. Le relazioni diplomatiche sviluppatesi negli ultimi vent’anni riflettono lo sforzo di usufruire del vantaggio derivante da questa posizione geografica strategica.

Tuttavia le relazioni internazionali intessute dall’EPLF sono state dominate da una cultura politica contraddistinta dal militarismo, all’interno e all’esterno del Paese, dal sospetto verso le Nazioni confinanti e dalla violenza che ha caratterizzato la storia dell’area.

Difficilmente l’Eritrea diverrà un Paese democratico in un breve lasso di tempo, infatti il Presidente Isaias, al potere dal 1993, non ha alcuna intenzione di indire libere elezioni o attuare delle riforme interne e allo stesso tempo non esiste un’opposizione politica al regime coesa e capace di superare le differenze etniche e religiose.

L’Eritrea rappresenta, quindi, un elemento di forte instabilità in una regione molto complessa dal punto di vista geopolitico, fortemente influenzata non solo dagli scenari regionali ma anche da quelli internazionali.


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(gennaio 2016)

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